Login Registrati
Luisella Battaglia e il Festival di Bioetica 2026 dedicato al tema della SPERANZA

Luisella Battaglia e il Festival di Bioetica 2026 dedicato al tema della SPERANZA

Il dibattito sulla SPERANZA intende "tracciare una serie di percorsi che ne evidenziano la necessità, ma insieme la problematicità, nella vita quotidiana: in ambito interpersonale, sociale, medico-sanitario, economico, ambientale...."

Lunedi, 17/08/2026

La professoressa Luisella Battaglia è tra i protagonisti e ideatori del Festival nonchè fondatrice dell'Istituto Italiano di Bioetica. Questa decima edizione del Festival di Bioetica (Rapallo, 4 e 5 settembre 2026) è dedicata al tema della SPERANZA e prevede decine di relatori e relatrici che, grazie alle specifiche competenze, proporranno opinioni e riflessioni. Il Festival si conferma preziosa occasione di incontro e scambio su temi di grande attualità.

Professoressa Luisella Battaglia, perché avete voluto concentrare l'attenzione su un tema e una parola che, in questo nostro tempo, sembra essere poco condivisa e ancor meno amata? Quale messaggio si vuole promuovere attraverso il Festival?
Il Festival ci invita ad una riflessione sul tema della speranza, partendo da una sua classica definizione - la “passione del possibile” -, per tracciare una serie di percorsi che ne evidenziano la necessità, ma insieme la problematicità, nella vita quotidiana: in ambito interpersonale, sociale, medico-sanitario, economico, ambientale. Speriamo per noi stessi ma anche per gli altri, con gli altri, senza dimenticare le ‘grandi speranze’ che riguardano le classi sociali, le nazioni, le generazioni future, l’intera umanità.
In una delle pagine più significative di "Vita activ"a Hannah Arendt ci ricorda l’importanza di una facoltà propriamente umana, quella di ‘dare inizio’. A suo avviso, il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di iniziare qualcosa di nuovo. Ne deriva il richiamo permanente a ricordare che gli esseri umani, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare. In ciò consiste la speranza che riguarda propriamente il senso che assegniamo al nostro agire nel suo rapporto sia col passato che col futuro e che, pertanto, - a differenza dell’ottimismo - non si lascia abbattere dalla sconfitta in quanto opera in vista di un ideale di cui si potrà non vedere l’affermazione ma di cui non si cessa di preparare l’avvento. Fondamentale è il ruolo dell’immaginazione che fa evadere dalle strettoie del presente e dalle angustie dell’egoismo attivando l’empatia che può farci capire cosa prova l’Altro, quali sono i suoi sentimenti e i suoi bisogni. L’attenzione verso l’Altro nasce infatti dalla consapevolezza che il proprio umano destino è inseparabile dal destino del mondo. In tal modo si guadagna un ulteriore orizzonte della speranza col riconoscimento che l’Altro da sé – natura, animale, biosfera – non è che una parte costitutiva del sé. Da qui il profondo legame, in ambito bioetico, dell’Etica della Speranza con l’Etica della Cura.

Ci parla della sessione che lei coordina, il cui titolo è 'Gli aminali possono sperare?'
Siamo partiti da una domanda centrale, rivolta a Alma Massaro, filosofa morale, Felice Cimatti, filosofo del linguaggio, Roberto Marchesini, filosofo etologo, Paola Fossati, giurista nella facoltà di veterinaria: gli animali posseggono la facoltà di sperare? Per rispondere a questa domanda è necessario, secondo Marchesini, affrontare due problemi di base: 1) se le altre specie siano in grado di proiettarsi nel futuro e non essere imprigionate esclusivamente nel qui e ora. 2) se le condizioni psicologiche degli animali non umani contemplino disposizioni come il temere che.., il credere che.., lo sperare che.. Per rispondere occorre tuttavia chiedersi preliminarmente se sia possibile entrare nella dimensione soggettiva di un’altra specie, possibilità che secondo taluni autorevoli studiosi, come Thomas Nagel, ci sarebbe preclusa.
Per sperare, secondo Cimatti, occorre anche poter disperare, ossia non credere più nel mondo. Ma cosa significa non credere più nel mondo per un animale non umano? Un animale non umano crede forse nel mondo? Forse stare al mondo significa vivere senza bisogno di sperare in nulla.
La speranza è tradizionalmente pensata come una facoltà propriamente umana ma le evidenze scientifiche oggi disponibili mostrano che molte specie animali possiedono aspettative e modellano il proprio comportamento in base all’esperienza e alla prevedibilità dell’ambiente. Tuttavia, attribuire loro la speranza rischia. secondo Paola Fossati, di proiettare su di loro una categoria così specificamente umana e, quindi di antropomorfizzarli. Ci si può chiedere tuttavia se esista un diverso modo di rapportarsi al futuro fondato, ad esempio, sulla relazione di fiducia che appare appropriata per descrivere il modo in cui molte specie animali, specie familiari, si rapportano all’uomo costruendo aspettative fondate sulla continuità delle relazioni quotidiane. Ma a questo punto la questione si sposta investendo direttamente la responsabilità umana. La questione bioetica, infatti, non riguarda più soltanto l’eventualità che gli animali possano sperare ma la capacità degli esseri umani di custodire quelle relazioni di affidamento senza le quali nessun essere vivente può tendere al futuro con fiducia….e speranza. La storia della filosofia morale – ci ricorda Alma Massaro – è abitata dalla dimensione della speranza. Il topos della nostalgia delle origini, utilizzato da numerosi pensatori per presentare l’armonia primitiva come caratteristica di un mondo ormai perduto, è in grado di suggerire forme di relazione orientate al rispetto dell’alterità, ripensando l’orizzonte antropocentrico in chiave interspecifica.

Intervista a cura di Tiziana Bartolini 

Scarica il JPG

©2019 - NoiDonne - Iscrizione ROC n.33421 del 23 /09/ 2019 - P.IVA 00878931005
Privacy Policy - Cookie Policy | Creazione Siti Internet WebDimension®