Maria Miranda, eroina calabrese e la rivolta femminile di Frascineto (CS)
Mentre il Fascismo stava per finire, una rivoluzione tutta al femminile si svolse a Frascineto, nell' Arberia calabrese. A guidarla Maria Miranda,, coraggiosa ventitreenne.
Frascineto è una cittadina del Pollino calabrese, ai confini con la Basilicata. Nonostante abbia poco più di un migliaio di abitanti, custodisce un'intensa storia collegata alla presenza nella Sibaritide di quell'Arbëria costituitasi nel XV secolo, quando, per motivazioni diverse, soldati e profughi attraversarono il mare e si stanziarono nell'Italia meridionale. In questo periferico angolo d'Italia, lontano anche dalle rotte di un turismo "mordi e fuggi", i valori del 25 aprile si manifestarono con un discreto anticipo rispetto alla fine della Guerra di Liberazione e del regime fascista. Si chiamava Maria Miranda l'eroina di Frascineto che si mise a capo di una rivolta tutta al femminile e di una resistenza che aveva tutti i caratteri del diritto al pane e alla stessa esistenza. La sua rivolta, poco approfondita nei libri di storia, fu una vera e propria rapsodia inserita in quelle lotte contro il latifondismo che, nel Meridione, era più antico del fascismo e altrettanto logorante. Aveva solo ventitré anni in una fredda mattina del 1941 quando raggiunse il Comune di Castrovillari, dal quale, allora, Frascineto dipendeva. In un tempo in cui la politica e l'amministrazione dei Comuni erano entrambe nelle mani degli uomini, il suffragio universale sarebbe arrivato soltanto nel 1946. Racconta Antonio Clausi, studioso di questo territorio che ha approfondito pagine inesplorate e poco note della storia calabrese, che in quella mattina d'inverno un corteo non autorizzato attirò l'attenzione di molti, principalmente perché a sfilare erano soprattutto donne: gli uomini erano quasi tutti in guerra o nei campi a lavorare.
Che cosa stava accadendo? Anche per motivazioni poco chiare e, forse, diverse da quelle ufficiali, il podestà Michele Belluscio aveva deciso di vendere il bosco comunale, e quindi pubblico, alla ditta "Palombaro e Figli" di Roma. Con questa vendita si sarebbero potuti appianare i debiti del Municipio, ma la popolazione, già provata dalla miseria, sarebbe stata privata della possibilità di raccogliere la poca legna necessaria per riscaldare le proprie case o di venderla per acquistare pane e altri viveri di prima necessità. Laddove la fame faceva da padrona e le scarpe erano fatte di cartone, una prospettiva del genere non poteva essere sopportata. Da qui l'idea di sfidare le leggi fasciste e soprattutto il segretario comunale Rocco Solano. Occuparono il Comune e, all'interno di quelle mura, secondo il racconto orale della tradizione, che assume i connotati di un vero e proprio romanzo epico, costrinsero Solano ad abbandonare il suo posto di lavoro. Per riprendersi i propri diritti, quelle donne volevano comandare. Come spesso accade, non arretrarono di un solo centimetro rispetto ai propri progetti, neppure quando arrivarono i Carabinieri per disperdere le manifestanti. Fu così che dalla piazza dedicata a Scanderbeg, il fiero eroe albanese, partì un altro corteo, questa volta diretto verso il carcere. E a coloro che domandavano alle fiere donne ammanettate dove stessero andando, esse rispondevano con mesto orgoglio: «Jamu alli ngalèri», ovvero: «Andiamo in carcere».
Francesco Rizza