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Mario e la sua Casa

Mario e la sua Casa

Un mandala di relazioni che genera empatia. Una storia tutta in divenire

Giovedi, 16/04/2026 - Mario ha 36 anni. Ha energia, desideri, una voglia di vivere che si accende nelle relazioni. Dove trova calore ed empatia, emerge il meglio di sé: un sorriso contagioso.
Mario non parla. E questa è forse la sua fatica più grande. Perché quando i bisogni non vengono compresi, la frustrazione prende il posto delle parole: diventa nervosismo, a volte aggressività. Ma non è aggressività: è una richiesta.

È un modo per dire: ascoltami.

Mario è un uomo con una disabilità grave, non autosufficiente. Eppure, nelle situazioni davvero inclusive, il suo carattere emerge con chiarezza: è forte, sa scegliere, sa anche dire no.
«Da bambino aveva riccioli d’oro, occhi grandi e profondi, guance piene. La sua bellezza era la sua forza», racconta sua madre Elena. «Una forza che passava attraverso il corpo, nei suoni, nelle urla, in quel modo tutto suo di cercare l’altro. Non erano capricci. Era bisogno di essere capito».
«Voleva stare con gli altri bambini, ma si disperava perché la sua condizione di spasticità glielo impediva», ricorda sua madre, che aggiunge: «Le crisi epilettiche hanno complicato tutto. Ma non hanno cancellato ciò che Mario è: una presenza che continua a chiedere vita».

Oggi, dopo tanti anni, La Casa di Mario è una risposta.
La legge 112/2016, detta Dopo di Noi, ha dato una cornice. Ma la spinta è venuta da altro: dalla necessità di costruire una vita possibile, adesso. Una scelta che ha un costo. Sempre.

Per Elena e Andrea — madre biologica e padre acquisito — significa rinunce, spostamenti, crisi anche profonde, personali. Significa attraversare il limite.
Ma è proprio questo attraversamento che dà senso.
Perché quando l’obiettivo è alto, quando riguarda la vita di un figlio, si arriva a superare se stessi. E loro lo fanno, uniti da un amore che non è solo affettivo, ma profondamente concreto, quotidiano, resistente.
Elena e Andrea arrivano, attraversando un periplo, alla decisione di rischiare davvero, per Mario: lasciano Roma e si trasferiscono a Orbetello. Una scelta radicale, accompagnata da una sequela di coincidenze fortuite e fortunate — quelle che accompagnano spesso i momenti di svolta.

E accade subito qualcosa.

La prima notte trascorsa nella nuova casa sulla laguna — l’11 agosto 2020 — dopo anni di insonnia, Mario dorme. Sereno.
E anche questo è un segno. Non è una soluzione, perché la salita resta, ma dentro una direzione.

All’inizio non è stato semplice. A Orbetello hanno dovuto faticare per farsi conoscere, per essere riconosciuti, per essere compresi.
Eppure, proprio lì, accade qualcosa che altrove non era stato possibile. Nemo profeta in patria. Ciò che a Roma avevano chiesto di poter realizzare con il supporto dei servizi sociali, ricevendo un diniego, prende forma a Orbetello: un progetto individuale di vita indipendente, costruito sulla lettura dei bisogni e sulla qualità della vita.

Elena e Andrea hanno messo Mario al centro della sua vita, edificando intorno a lui un microcosmo che potesse restituirgli quella dignità umana che il mondo troppo spesso non riconosce a persone nella sua stessa condizione di fragilità e non autosufficienza.
Alla domanda a cosa abbiano rinunciato andando via da Roma, Elena risponde che è il tempo a dare la giusta prospettiva: così oggi può affermare che, nonostante siano stati dimenticati da molti, le amicizie più autentiche sono rimaste. Il rischio che lei e suo marito si sono assunti nel lasciare la capitale per la provincia non ha comportato la perdita di ciò che di buono avevano costruito, mentre il resto, come sempre accade, è andato perso.

Oggi la vita di Mario è fatta di relazioni vere.

Si sveglia con il desiderio di incontrare gli altri: ospiti, operatori, amici. Non più attesa passiva, ma relazione.
Relazione vera, quindi anche imperfetta: ci si incontra, ci si scontra, ci si riconosce: si cresce.

La casa di Mario non protegge dalla vita: la rende possibile.
Spazi personali, ma anche condivisione. Autonomia reale, non simulata.

E dentro questo spazio arrivano anche storie difficili.

«Abbiamo ospiti provenienti da contesti segnati da disagio, povertà e forme di degrado che ricordano le periferie più estreme,» dice Elena. «In alcune famiglie, la disabilità passa quasi in secondo piano rispetto ad altre fragilità».
«Ma poi, nella Casa di Mario», aggiunge «succede qualcosa di semplice e radicale: queste persone iniziano a essere viste, e qualcosa cambia».

E chi scrive, a questo punto, non può non riflettere su quanto si possa fare anche per gli altri quando si imbocca la direzione giusta per sé stessi.

È evidente che La Casa di Mario dimostra che un progetto di vita dignitoso si può costruire. E questa storia, tutta in divenire, è un esempio, una buona pratica, una possibilità.

«Gli ospiti della Casa», spiega Elena, «sono persone adulte, con bisogni complessi, anche dal punto di vista organico. Anche per questo oggi è fondamentale formare chi lavora in questi contesti. Ma soprattutto», osserva, «ciascuno ha una storia che chiede di essere riconosciuta».

C’è un episodio che racconta tutto.

In un ambulatorio, di fronte alle domande del neuropsichiatra, Mario si alza, prende il medico per mano, lo fa sedere sulla sua sedia a rotelle e lo porta a fare un giro per i corridoi.
Nessuna parola.
Ma il messaggio è chiarissimo: prova a metterti nei miei panni.

È su questa richiesta di empatia da parte di Mario che chiudiamo questo racconto, così come lo abbiamo aperto. Lo facciamo immaginando La casa di Mario come un mandala, il cui centro è lui stesso:
Mario, che richiede e genera empatia.

Marina Morelli

Nota finale: Elena Improta è presidente dell’Associazione Oltre lo Sguardo ONLUS APS, che quest’anno compie vent’anni. È autrice dei libri 'Storia di Ordinaria Diversità' e 'Libera di Scegliere', poetessa e attivista nell’ambito dei diritti umani e delle persone con disabilità. 

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