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Mi presento: sono Francesca Malerba, ricercatrice scientifica, ballerina e scrittrice

Mi presento: sono Francesca Malerba, ricercatrice scientifica, ballerina e scrittrice

Incontri di letteratura, musica e arte per raccontare la creatività delle donne

Sabato, 17/10/2026

Incontriamo Francesca Malerba, biochimica e ricercatrice nel campo delle neuroscienze si occupa in particolare di malattie neurodegenerative, ed è attiva nella divulgazione scientifica. Francesca studia danza e insegna la pizzica oltre a scrivere romanzi dal forte contenuto sociale. Il primo “Salento rock. Andati via senza salutare” (Kurumuny, 2015) e “Sono bella per te” (Edizioni All Around, 2025).

Ciao Francesca, grazie per aver accettato di farti intervistare. Prima di parlare di romanzi, ricerca e danza, vorrei che ci raccontassi un po’ di te... Sei salentina e vivi a Roma… Come è stato questo cambiamento di vita a 360 gradi dal sud alla grande città? È stato facile o difficile integrarsi?

Ciao e grazie di questa opportunità!
Io ho lasciato il Salento quando avevo 18 anni per andare a studiare a Bologna. L’impatto del cambiamento l’ho vissuto più allora. Bologna l’avevo scelta andandoci per una settimana qualche anno prima: era stato amore a prima vista. Quando poi ci ho vissuto ho dovuto fare i conti, come dici, con la dimensione di città e l’assenza di “reti di salvataggio” di prossimità, ma l’amore è continuato e cresciuto negli anni. Il passaggio da Bologna a Roma, dove ho fatto il dottorato di ricerca, non è stato fluido, diciamo. Con Roma ci abbiamo messo un bel po’ a comprenderci. I nostri dissapori si sono poi del tutto appianati quando sono andata a vivere a San Lorenzo, quartiere che mi somiglia, e che è un po’ bolognese per l’anima sociale e l’attivismo. E mi sono innamorata anche di San Lorenzo.

Ci racconti la giornata tipo di una ricercatrice scientifica? Di cosa ti occupi concretamente?

Sto scrivendo un romanzo su questo tema, non ti faccio spoiler! Ad ogni modo, i ricercatori devono fare le seguenti cose: scrivere progetti da sottoporre ad agenzie di finanziamento per ottenere fondi, spesso attraverso bandi competitivi; fare esperimenti per verificare le ipotesi pensate e scritte nei progetti; una volta ottenuti i risultati, condividerli con la comunità scientifica. Tutto in un contesto molto competitivo.
Ti ho raccontato la parte divertente. Il resto sono battaglie quotidiane per la sopravvivenza.

E come mai, nonostante tu segua più di un laboratorio in Italia, continui a essere precaria?

Fa ridere vero? O piangere, a seconda dell’umore. Diciamo che sono una persona molto distratta. Mi piaceva il mio lavoro (mi piace ancora?) ed ero appunto tutta impegnata a fare le cose scritte sopra, cercare finanziamenti, fare esperimenti, scrivere articoli, salvare il mondo, che mi sono “dimenticata” di salvare me stessa. Mi sono accomodata nella comfort zone dei contratti (a progetto) che ogni anno vengono rinnovati, nelle promesse non mantenute di future stabilizzazioni. Mi sono svegliata che ero già 45enne, e ho cominciato a muovermi, vedremo cosa ci riserva il futuro! Non è un posto per idealisti e sognatori questo mondo!

Ti sei occupata anche di divulgazione scientifica. Scrivevi testi, organizzavi eventi e seminari. Era un lavoro complementare a quello di ricerca? A chi era rivolto? Ti piaceva?

Lo faccio ancora (ci provo), e mi piace molto. Tornassi indietro, forse, farei solo questo, perché mi consente di accontentare le mie anime: l’interesse scientifico e la scrittura, nonché l’aspetto creativo di inventare modi per raccontare cose difficili. Sì, è un lavoro complementare alla ricerca: si chiama terza missione la comunicazione al pubblico dei risultati scientifici. Io mi rivolgevo al pubblico generalista, adulti e bambini. Bello.

Il tuo primo romanzo “Salento rock. Andati via senza salutare”, una storia che racconta il Salento prima del boom turistico e la vita dei ventenni dell’epoca tra passione e disimpegno, musica e eroina. Come è nato questo libro e quanto di autobiografico c’è in esso?

Salento Rock è stato il motivo per cui ho deciso di scrivere un romanzo. L’urgenza di raccontare una storia vera, di cui si era persa completamente la memoria. Al sud, soprattutto in Salento, soffriamo di amnesie selettive, rifiuti storici, nascondiamo sotto il tappeto faccende che non ci piacciono. La storia raccontata nel romanzo, di cui sono venuta a conoscenza per puro caso, oggetto poi di ricerca d’archivio, è una storia bellissima (infatti non l’ho inventata io), commovente, di gioventù, di coraggio, di dolore, di passione, di senso civico, di fratellanza, che mi ha fatto rivalutare il mio paese e i suoi abitanti. È ambientata a Galatina, i fatti sono successi lì, io ho solo inventato i personaggi. Di autobiografico non c’è nulla, tranne ricordi sfocati dell’adolescente che ero a quei tempi. Ho scelto una voce narrante quasi mia coetanea, proprio per rendere il racconto più autentico e credibile, da una testimone dagli occhi ingenui, senza giudizio. Così lo volevo.

Veniamo adesso a “Sono bella per te”, un libro che racconta la sottile violenza psicologica in un rapporto di coppia, quello fra Anna e Daniele. Una relazione caratterizzata da crisi, litigi e malintesi, nella quale la vita di Anna va in pezzi mentre Daniele sembra acquistare sicurezza e soddisfazione proprio in virtù del controllo che esercita su di lei. È la classica storia di narcisismo? E se sì, come ti sei documentata?

È una storia di violenza psicologica, sì. Di genere, perché secondo le statistiche anche la violenza psicologica nella coppia è agita dall’uomo sulla donna, al netto del sommerso, che sicuramente c’è, perché ci sono meno uomini proni ad ammettere di subire violenza psicologica. Ad ogni modo, i numeri parlano chiaro. Mi sono documentata con i testi che ho indicato alla fine del romanzo, ho parlato con due persone, una che fa la volontaria a Lucha y Siesta, e un’altra che lavora in un Centro Antiviolenza. Credevo di aver creato due profili: un narcisista e una dipendente affettiva. Invece l’ottima Ilaria Consolo, psicoterapeuta, sessuologa ed esperta del tema, che ha scritto la postfazione al romanzo, dopo che io avevo terminato la stesura definitiva, mi ha sparigliato le carte e dato un’interpretazione un po’ differente. La cosa mi ha inizialmente sorpreso, poi compiaciuto. La narrazione mi aveva portato a non creare dei profili psicologici, ma due personaggi “veri”. Nessuno di noi ha un’etichetta appiccicata addosso, conteniamo moltitudini (come dice il poeta).

La danza è un’altra delle tue passioni. Studi danza contemporanea e insegni la pizzica, che definisci oltre che un ballo una possibilità di cura, quasi di terapia… Raccontaci!

Ho cominciato a studiare danza che avevo 20 anni (a Bologna), tardi, quindi. Sono partita dall’hip hop, ho viaggiato nel mondo con numerose danze etniche, sono approdata alla contemporanea nel 2020. Non credo di avere particolare talento, i risultati sono tutti frutto di studio: ci sono stati anni che prendevo lezioni tutti i giorni, anche 3-4 ore al giorno, correndo qua e là in diverse scuole di Roma alla ricerca degli insegnanti più bravi! E continuo ancora a impegnarmi, anche se ecco, a fare 4 ore al giorno non ce la faccio più.
Per la pizzica è tutto un altro discorso. Ballo la pizzica da quando ero preadolescente. La cosa divertente è che non ho mai considerato “la pizzica” un ballo. Quando ho cominciato a prendere lezioni di danza, gli insegnanti mi chiedevano “sai ballare, hai mai ballato?”, e dicevo no. Poi mi vedevano ballare la pizzica e pensavano li avessi presi in giro. La pizzica per me è sempre stato un linguaggio, un linguaggio del posto dove sono nata, che ho appreso geneticamente ed epigeneticamente. Le famose “radici”, che stanno dentro a come si parla, a quello che si mangia, alla filosofia di vita della propria terra. Il ballo della pizzica è stato una musicoterapia e danzaterapia ante litteram, con il tarantismo, e continua a mantenere questo effetto. Nelle mie lezioni cerco di raccontare tutto quello che ho dentro, il mio linguaggio, appunto. Ballare la pizzica per me è naturale come respirare.

Questa è la mia domanda di rito, non ci rinuncio mai: volevi fare la scrittrice fin da piccola? Eri una lettrice compulsiva? Come è nato il tuo amore per la letteratura?

Da piccola volevo diventare, in ordine cronologico: 1) ballerina come Heather Parisi (non di pizzica, quindi) 2) stilista di moda 3) medico. Scrittrice non era in lista.
Ero (e sono) una lettrice compulsiva. Ero una bambina piena di fantasia, spesso triste. Leggere mi permetteva di sognare luoghi, mondi e possibilità. Anche adesso leggo per uscire da me stessa. La letteratura, come la danza, sono medicine che regalano meravigliosi oblii.

Fra il primo e il secondo romanzo sono passati diversi anni. E ora? Che progetti hai per il futuro?

Purtroppo faccio troppe cose, il mio lavoro mi assorbe e il tempo per scrivere si riduce sempre più. Ho due progetti in piedi. Un romanzo sul mondo accademico italiano, di cui ho scritto e riscritto una manciata di capitoli. e una raccolta di racconti di viaggio (scritti 3, su 9 che dovranno essere). Ci metterò altri 10 anni!

Ci regali una citazione o una poesia che ti piace?

Forse la giovinezza è solo questo
perenne amare i sensi e non pentirsi.
Di Sandro Penna
Prima o poi me la tatuo sul braccio.

Grazie di cuore, Francesca.
Grazie a te, ancora!

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