Incontriamo Valentina Castellan, orgogliosamente torinese e medica chirurga con specializzazioni in medicina estetica e del benessere, termale e della nutrizione sportiva. Da sempre interessata alla scrittura, ha anche conseguito un master in Divulgazione e Comunicazione della Scienza. Oltre a diversi articoli scientifici, ha pubblicato un libro di filosofia per giovani (“Filosofia in prima persona”, Voglino Editrice, 2019) e la raccolta di racconti “Affreschi. Racconti di storia e di storie” (2025, Buendia Books). È direttrice editoriale e direttrice marketing di Capricorno Espress Edizioni.
Ciao Valentina, grazie per aver accettato di fare quest’intervista. Prima di parlare dei tuoi libri e delle tue attività, vorrei che ci raccontassi un po’ di te... Sei torinese ma, nonostante i molti viaggi intrapresi, la tua città è il posto in cui ami vivere. Come mai hai viaggiato tanto? E ancora: sei una medica chirurga con una montagna di specializzazioni, e pure madre di due figli… Ma come hai fatto? Parlaci di te!
Grazie a te per aver scelto di intervistarmi.
Partiamo con la faccenda dei viaggi: ho sempre cercato di viaggiare molto prima di tutto perché sono molto curiosa. Mi interessano tanto sia gli aspetti naturalistici che quelli sociali e storici di luoghi che non siano Torino, la città in cui sono nata e in cui ho sempre vissuto. Fin da bambina, ho sviluppato una vera e propria passione per il mondo animale, passione che non è mai diminuita. Al tempo stesso, la mia altra grande passione infantile è per l’archeologia. Nei miei viaggi, cerco infatti di andare in luoghi che mi permettano di incontrare una ricca fauna o di visitare siti archeologici: il massimo è che offrano entrambi gli aspetti. Da questi viaggi torno sempre molto nutrita nello spirito, l’incontro con forme di vita diverse dalla nostra e con vestigia del passato mi riconnette con la grandezza e la bellezza della vita, in tutte le sue forme.
Venendo alla mia professione di medica, e alle varie specializzazioni che ho conseguito pur essendo madre di due figli, mi pare che la risposta migliore alla domanda: “Come hai fatto?” sia: “Studiare mi piace”. Studiare mi è sempre piaciuto, direi che è una cosa di cui ho proprio bisogno per sentirmi bene. Non è che non mi costi fatica, tutt’altro; però è una fatica che, di nuovo, mi nutre, mi tiene di buon umore. Anche se oggi faccio molta più fatica a studiare di qualche anno fa. E poi certo, come tutti, non ho mai amato affrontare gli esami di fine corso, però tutto il processo per arrivarci mi piace. Questa mia voglia di studiare mi è costata parecchie e dolorose accuse di “secchionaggine” lungo l’intera mia carriera scolastica, l’Italia non è un paese dove questa attitudine venga ancora molto compresa.
In tutto ciò sono molto fiera di aver cresciuto, con l’aiuto di mio marito e dei miei famigliari, due figli che oggi sono all’università e sono davvero due belle persone, sensibili, generose, aperte e curiose.
Mi sembri una donna dalle molte competenze e altrettante passioni. Eserciti la professione di medica o ti occupi esclusivamente di divulgazione scientifica? E fra i tuoi molti amori – la natura, l’archeologia, la poesia, la danza, la lettura – a quali riesci a dedicare del tempo?
Ad oggi esercito la professione medica circa un giorno e mezzo a settimana, e negli altri giorni mi dedico al lavoro in casa editrice. La divulgazione scientifica vera e propria l’ho abbandonata, ma cerco di portarla avanti attraverso Espress, il nostro marchio editoriale dedicato alla scienza. Il doppio impegno professionale non mi lascia molto tempo libero per dedicarmi ad altro, soprattutto perché la sera, quando potrei dedicarmi a cose extra lavorative, mi ritrovo spesso troppo stanca. Così, in questo momento, ho rinunciato a molte cose che amo fare, per esempio ballare: dagli 8 ai 15 anni ho infatti preso lezioni molto serie di danza. Fino a qualche anno fa ballavo il tango, ma è una cosa che ho smesso di fare perché l’ambiente del tango, almeno a Torino, è gerarchico e non inclusivo e io sono piuttosto allergica alle gerarchie, specie negli ambiti che dovrebbero essere di svago e piacere. Riesco invece a ricavarmi sempre un po’ di tempo per leggere, anche se, dopo aver lavorato sui testi tutto il giorno, anche questo mi costa un po’ di fatica, per cui leggo molto meno di un tempo. E soprattutto sono diventata molto esigente sulla qualità di quello che leggo: una volta avrei comunque finito un libro iniziato, oggi, se non mi convince entro un tot di pagine, lo mollo senza rimpianti. La poesia, in questo senso, rimane per me molto più fruibile, e infatti continuo a leggerne molta, anche se devo fare un po’ attenzione perché è un tipo di lettura per me molto intenso, che incide facilmente sul mio stato d’animo: quindi la devo centellinare. Per via di intensità e fruibilità, amo anche la forma letteraria del racconto, sia da lettrice che da autrice.
A parte le pubblicazioni scientifiche, hai scritto un libro di filosofia per giovani, Filosofia in prima persona, pubblicato nel 2019 da Voglino Editrice. Come è nato questo progetto?
Tutto è nato da un periodo piuttosto difficile della mia vita, anche per via dei miei studi in medicina (l’esercizio della medicina ti pone davanti alla sofferenza e alla morte, ma anche alla possibilità di fare, in modo immediato, del bene) in cui ho sentito l’esigenza di tornare a qualcosa che, una volta scoperta al liceo, mi aveva illuminato l’esistenza: la filosofia. Avevo bisogno di ripercorrere l’incanto di viaggiare nel pensiero dell’essere umano, di sorprendermi di nuovo davanti a certe intuizioni geniali, a certe verità portate alla luce, o anche solo di recuperare lo spirito di tutti coloro che sono stati spinti a “cercare”. Solo che avevo bisogno di farlo in un modo diverso da quanto sperimentato a scuola, allora ho deciso che avrei fatto parlare direttamente i filosofi. Di qui la prima persona del titolo: partiamo da Talete che racconta di come è caduto nel pozzo guardando il cielo, passando per Cartesio, per arrivare a Kant: qui mi sono fermata, perché Kant è un po’ uno spartiacque nella storia della filosofia. Ne è venuto fuori un libro molto apprezzato (almeno dalle recensioni formali e informali che ho ricevuto) e, spero, anche utile per qualcuno.
Come sei arrivata dalle pubblicazioni scientifiche alla fiction? Penso alla tua raccolta di racconti Affreschi. Racconti di storia e di storie, pubblicata nel 2025 da Buendia Books. Che genere di racconti sono? A che tipo di pubblico sono rivolti?
Durante il master in divulgazione e comunicazione, che ho frequentato ormai circa una decina di anni fa, abbiamo avuto anche alcune lezioni di tecniche di scrittura, e tra gli esercizi proposti c’era la stesura di un racconto seguendo lo schema classico del “viaggio dell’eroe”. Questo compito mi ha messo abbastanza a dura prova, soprattutto perché fino ad allora avevo ritenuto di essere in grado solo di scrivere testi di saggistica o argomentativi: la convinzione mi derivava da una feroce stroncatura del tema “inventa una fiaba” che avevo scritto in seconda media. In genere prendevo sempre ottimo di tema, e anche in seguito, al liceo, ho sempre preso voti molto alti: ma mi sono guardata bene dal tentare la strada dell’invenzione. Obbligata a scrivere un racconto, però, ho capito che potevo farlo, mescolando qualcosa di vero a qualcosa di inventato, e mi sono “sbloccata”, tant’è vero che ho scritto di getto sei o sette racconti brevi, che, naturalmente, non seguono quasi mai la struttura del “viaggio dell’eroe”: per poter scrivere, infatti, non posso sentirmi ingabbiata in nessuna struttura predeterminata. La mia forma espressiva preferita, poi, è il racconto breve che più che costruire una vera e propria storia, cerca di cogliere l’essere umano in particolari momenti topici della sua esistenza. Gli atti mancati, l’intervento del destino che scompagina le carte, le scelte che portano un grande cambiamento nella vita: sono tutte cose che mi hanno sempre molto affascinata. Forse, soprattutto il tema della scelta, e qui si ritorna anche alla filosofia, e soprattutto all’etica.
Affreschi nasce dal fortunato incontro con Francesca Mogavero, l’editrice di Buendia books, che dopo aver letto i racconti che avevo già scritto anni prima, mi ha proposto di scriverne altri per farne una raccolta. La sua idea, secondo me vincente, era quella di avere un filo conduttore della raccolta, e questo filo l’abbiamo individuato in un oggetto antico di qualsivoglia natura, e qui torna a galla la mia passione per l’archeologia. Ecco quindi che in Affreschi, guidato da un oggetto, il lettore può viaggiare nel tempo e nello spazio (si va da uno scarabeo dell’antico Egitto a un trofeo ottocentesco di canottaggio, passando dall’America pre-colombiana) seguendo i personaggi quasi sempre impegnati a compiere una scelta, in qualche caso interrotta dall’irrompere del destino. Penso che, per i temi trattati che mi sembrano universali e per la forma narrativa questi racconti siano godibili per ogni tipo di lettore.
Qual è la giornata tipo di una direttrice editoriale? Di cosa ti occupi? Raccontaci!
La mia giornata tipo in casa editrice comincia, in genere, con la lettura delle email. Questo a seconda delle giornate mi occupa già un bel po’ di tempo, perché di email della più disparata natura (proposte di pubblicazione, di collaborazione, di partecipazione a eventi culturali etc. etc.) in una casa editrice ne arrivano sempre parecchie. Dopodiché, almeno una volta a settimana si fa una riunione a cui partecipano tutte le figure della casa editrice, in cui si esaminano proposte, idee, ma anche aspetti commerciali, di marketing e di comunicazione. Io poi sono una direttrice editoriale un po’ “spuria”, nel senso che ho un sacco di altre mansioni aggiuntive: mi occupo anche di redazione, ideazione delle copertine di concerto coi grafici, dei rapporti con le librerie, dei rapporti con gli autori, dell’organizzazione delle presentazioni dei libri e della nostra presenza alle fiere. In realtà penso che sia una condizione molto comune nelle case editrici non molto grandi. Da una mia idea nasce poi anche la scuola di scrittura noir Distretto 011 legata alla casa editrice, e di questa continuo a occuparmi attivamente. Alla fine della giornata, c’è quasi sempre qualcosa che mi ero prefissata di fare e che devo invece rimandare al giorno dopo, non ci sono quasi mai tempi morti, è un lavoro ad alta intensità.
Immagino che fin da bambina fossi una lettrice compulsiva… è cosí? Come è nato il tuo amore per la letteratura? Quali sono gli scrittori o le scrittrici che preferisci? E il genere?
Da bambina ero una accanita lettrice solo di libri sugli animali o di fumetti, a partire da Il corriere dei piccoli, Topolino e soprattutto Asterix, che credo abbia avuto una grande influenza sull’alimentare il mio interesse per la storia. Più tardi, ho amato molto anche Alan Ford e Dylan Dog, di cui avevo una bella collezione. Tutt’ora, trovo che il fumetto sia una forma narrativa spesso ingiustamente sottovalutata. Da adolescente ho iniziato invece a leggere libri veri e propri, a partire dai grandi classici della letteratura, senza abbandonare i libri che avevano per protagonisti gli animali: ricordo per esempio L’anello di acque lucenti, storia di un uomo che viveva in Scozia con una lontra: quando l’ho finito, ho pianto a dirotto perché ne avrei voluto ancora. Per quanto riguarda la poesia, anche questa ho iniziato a leggerla da adolescente: ho avuto la fortuna di avere un padre, maestro alle scuole elementari, che si aggirava per casa decantando poesie e pezzi dell’Iliade. Queste parole che recitava avevano un effetto potentissimo su di me, e mi hanno spinta a cercarne sempre di più. L’Iliade, poi, l’ho letta per intero tre volte, e ogni tanto la riprendo in mano e ne leggo dei pezzi: dopo tutti i secoli che sono passati, e dopo tutto quello che è stato scritto, continuo a pensare che nell’Iliade ci fossero già tutti gli argomenti e i temi degni di nota.
Ai tempi del liceo ho letto ancora di più, ma erano quasi tutte letture concentrate nel tempo delle vacanze estive: siccome lo studio mi occupava parecchie ore al giorno, durante l’anno scolastico non affrontavo quasi mai veri e propri romanzi: d’estate ne divoravo un certo numero, e tra questi ne ho letti alcuni che hanno avuto una forte influenza sulla mia formazione: per esempio quelli sul tema della Resistenza, da La ragazza di Bube di Cassola a Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, a Il partigiano Jhonny di Fenoglio: ero molto affascinata da queste storie di coraggio, di lealtà, di ricerca della giustizia e di lotta per la libertà, ancora così vicine nel tempo e che toccavano direttamente anche la mia famiglia. E poi tra gli altri i grandi classici della letteratura russa, che ho divorato perché li ho percepiti tanto vicini al mio modo di sentire. Infine non posso non citare Martin Eden di Jack London, che mi è arrivato come una rivelazione: il racconto di un’esistenza che voleva essere, più di tutto, intensa.
All’università è andata ancora peggio, perché Medicina è molto impegnativa, richiede molte ore di presenza nelle aule per le lezioni o nelle corsie in ospedale per i tirocini, oltre alle ore di studio vero e proprio: credo che sia stato il periodo in cui ho letto di meno in assoluto. Appena sono stata un po’ più libera, ho ripreso a leggere abbastanza intensamente, in genere procedendo in maniera piuttosto “ossessiva”: ovvero, una volta scoperto un autore o un’autrice di mio gusto, ho la tendenza a volerne leggere pressoché tutta la produzione. Questo mi è accaduto con Pavese, Fenoglio, Simone de Beauvoir, Gadda, Svevo (La coscienza di Zeno l’ho riletto 3 volte e ogni volta mi confermo nel fatto che è un capolavoro assoluto); pensando ai contemporanei Philip Roth, Jonathan Franzen, ma solo per un periodo, così come Ian McEwan. E poi, anche se si tratta di teatro-canzone, ho avuto un periodo immersivo nell’opera di Giorgio Gaber. In genere poi vado in cerca di notizie biografiche sugli autori che mi interessano, e alla fine mi pare quasi di conoscerli di persona. O almeno, quanto avrei voluto averli come amici! Più di recente, ho letto molto di Emmanuel Carrère, anche se trovo che il suo ultimo libro sia piuttosto noioso. Dove, pur cercando, non sono riuscita a trovare autori contemporanei che mi abbiano entusiasmato, è la poesia: dopo aver letto, sempre in maniera un po’ “ossessiva”, Nazim Hikmet, Garcia Lorca, Emily Dickinson, Montale, Vladimir Majakovskij, Alda Merini e Sibilla Aleramo, solo per citarne alcuni, faccio davvero fatica a trovarne l’eguale. Immagino che ciò sia dovuto al fatto che la società moderna ha spento un po’ le grandi passioni, i grandi ideali, e, forse, la produzione poetica ne risente più di altre forme letterarie.
Una cosa buffa che vorrei raccontare: quando sono malata, riprendo spesso in mano qualcuno dei miei Asterix o Alan Ford e qualche lettura che mi metta di buon umore, tipo un pezzo de La cognizione del dolore di Gadda, terapia che funziona molto bene con me.
Che progetti hai per il futuro?
Dal punto di vista della mia professione medica, oltre ad aggiornarmi costantemente sui progressi nelle aree di cui già mi occupo (dietologia, medicina estetica e del benessere) sto studiando l’ipnosi, che vorrei applicare sia in ambito dietologico che antalgico: mi affascina molto e credo che possa essere d’aiuto per molte persone. Per quanto riguarda il lavoro editoriale, quello è per sua natura in continua evoluzione: posso dire che stiamo finendo di definire il piano editoriale per il 2027, mentre già raccogliamo idee per il 2028. Come autrice, penso di rimettermi a scrivere racconti: ci sono tanti spunti che non ho ancora sviluppato ma che mi sono debitamente appuntata (peraltro nei luoghi più disparati, magari il tovagliolo di carta di un bar, salvo poi averli riportati in un più sicuro file sul computer).
Ci regali una citazione che ti piace?
«Quell’irrequietezza era diventata acuta, dolorosa, giacché sapeva finalmente, chiaramente, che cosa gli occorresse: la bellezza, la cultura intellettuale e l’amore.» Martin Eden
Grazie di cuore, Valentina.