Tre agenti della polizia penitenziaria sono stati sospesi dal servizio, per un anno, in seguito alle risultanze dell’inchiesta avviata dalla Procura di Roma sull’Istituto penale per i minorenni di Casal del Marmo, nella zona nord‑ovest della Capitale. Secondo quanto emerso, dodici giovani detenuti sarebbero stati sottoposti a torture e ad abusi. La segnalazione degli episodi è stata formalmente trasmessa dal Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, a seguito della denuncia dell’Associazione Antigone. I soggetti offesi — tutti di nazionalità straniera e di età compresa tra i quindici e i diciannove anni — risultano essere minori o giovani adulti sottoposti a misura detentiva. Tre appartenenti al corpo di polizia penitenziaria sono stati destinatari di un provvedimento di sospensione cautelare dal servizio, in relazione alle condotte violente che avrebbero posto in essere nel periodo compreso tra febbraio e novembre 2025. Gli stessi risultano indagati, unitamente ad altri sette agenti, per i reati, contestati a vario titolo, di tortura, di lesioni personali e di falso ideologico in atto pubblico. In un’area dell’istituto non coperta dal sistema di videosorveglianza, gli agenti avrebbero posto in essere condotte consistenti in percosse e aggressioni, facendo uso anche di oggetti quali sedie, bastoni ed estintori. Le contestazioni trovano fondamento nelle dichiarazioni rese dalle persone offese e dagli operatori dell’istituto — educatori, sacerdoti e religiose — alcuni dei quali, in determinate circostanze, sarebbero stati, a loro volta, destinatari di espressioni verbali violente. Nell’ordinanza del Gip, si dà atto di un quadro di marcato degrado strutturale e organizzativo dell’istituto, precisando tuttavia che le condotte contestate agli indagati non risultano in alcun modo giustificabili né riconducibili alle condizioni critiche in cui versa il carcere minorile. Nel testo il termine «tortura» è riportato in modo espresso, quale qualificazione giuridica delle condotte attribuite agli agenti sottoposti ad indagine. La misura interdittiva applicata riveste natura cautelare ed è finalizzata a determinare l’immediato allontanamento dall’incarico di tre degli indagati, in attesa dell’instaurazione del giudizio che dovrà accertare, con pienezza di contraddittorio, la sussistenza delle responsabilità individuali. L’attività investigativa della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma è stata avviata a seguito di una serie articolata di segnalazioni. Agli esposti trasmessi dall’Associazione Antigone — che aveva raccolto le dichiarazioni di alcuni operatori dell’istituto penitenziario minorile — si sono aggiunte le comunicazioni provenienti dal Garante delle persone private della libertà personale di Roma.
Il quadro investigativo risulta composto, oltre che dalle dichiarazioni rese dalle persone offese, anche dalle acquisizioni documentali e audiovisive raccolte nel corso dell’attività di indagine: immagini provenienti dal sistema di videosorveglianza, relazioni di servizio redatte dal personale dell’istituto, denunce formalizzate dagli operatori e referti medici attestanti le lesioni riportate dai minori, ammanettati sino a manifestare evidenti segni di cianosi, minacce mediante l’utilizzo di forbici e manganelli, nonché percosse consistenti in calci e pugni, talora perpetrate in presenza degli altri detenuti. Va evidenziato che procedimenti del genere riguardano, in prevalenza, minori stranieri non accompagnati, che subiscono anche l' assenza di una rete familiare di riferimento. Questa condizione di vulnerabilità strutturale li espone al rischio elevato di subire condotte prevaricatorie, come la cronaca nazionale spesso racconta. Nel caso specifico, presso l’istituto di Casal del Marmo solo un numero esiguo delle presunte persone offese risulta aver nominato un difensore, circostanza che impone una considerazione ulteriore circa le difficoltà di tutela effettiva dei soggetti coinvolti. In ogni caso, l’accertamento delle responsabilità è rimesso al procedimento penale in corso e, per tutti i soggetti sottoposti ad indagine, continua ad operare il principio di presunzione di innocenza, sino all’eventuale formazione di una decisione irrevocabile di condanna.