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Monique Wittig, rileggerla a 23 anni dalla morte

Monique Wittig, rileggerla a 23 anni dalla morte

Il 3 gennaio 2003 moriva la femminista radicale Monique Wittig, autrice de "Il pensiero eterosessuale".

Sabato, 03/01/2026 - Sono trascorsi ormai 23 anni dalla morte di Monique Wittig (avvenuta il 3 gennaio 2003), femminista, scrittrice, romanziera, filosofa francese, poi statunitense d'adozione. Vale la pena, oggi, rileggere in questa particolare ricorrenza alcune delle sue considerazioni pionieristiche sulle classi di sesso e sulla distinzione di genere.

Ricordata come una delle massime esponenti del lesbismo radicale di stampo marxista, Wittig è, del resto, una delle fondatrici del Movimento di Liberazione delle Donne (MLF) parigino. Celeberrima, la sua storica provocazione del 26 agosto 1970. Insieme con altre femministe, depone una corona di fiori sotto l'Arco di Trionfo, omaggiando qualcuno che fu di certo più misconosciuto e meno considerato del milite ignoto, ovvero: la sua stessa moglie.

Wittig apriva le questioni femministe così, con piglio sicuro, con spirito critico e con atteggiamento provocatorio, appoggiando l'idea di un separatismo e di una «non-mixité» dettata anche dal lesbismo radicale, quindi avallata da predilezioni personali.

Il periodo parigino, pur interessante, si conclude nel 1976, quando Wittig, con la compagna Sande Zeig, si trasferisce negli Stati Uniti – per insegnare poi all'università del Maine, a New York, nella Southern California, alla Duke e al Vassar College. Gli anni Novanta sono più che mai proficui: ottiene una cattedra all'università dell'Arizona e si dedica alla pubblicazione dell'opera cardine Il pensiero eterosessuale (1992). L'analisi wittighiana del pensiero straight fa ancora oggi una luce abbagliante, vi si legge di un regime (che può essere posto alla stregua di una dittatura totalitaria) eteronormativo.

Sicuramente in linea con le opinioni di Virginia Woolf, Wittig sapeva che la prima cosa da fare per liberare le donne era «uccidere l'angelo del focolare», cessare di alimentare un mito differenzialista sul potere delle matriarche, smettere di celebrare la donna come entità «altra» in un mondo androcentrico e, soprattutto, lottare per la definitiva sparizione delle classi di sesso. Affinché tutti possiamo essere, semplicemente, umani. Il pensiero di Wittig è, nel 2026, anacronistico e avanguardistico al contempo, per una semplice ragione: per Monique Wittig non c'è bisogno di introdurre la nozione di «identità di genere», basta parlare di categorie politiche di sesso e di costruzione sociopolitica e culturale della donna. La questione dell'identità di genere, a detta sua, complica inutilmente la leggibilità dei dati di fatto.

«La-donna», scrive Wittig (con un trattino tra l'articolo e il nome che ne sottolinea l'artificialità e l'astrattezza concettuale) è sottoposta a una violenza totalitaria che la vuole sfruttabile, dedita alle cure, sostegno indefesso dell'uomo, schiava di corvée, generatrice dei figli di un patriarca. Il suo «lavoro» è reputato un non-lavoro: non si valuta né il carico orario, né l'estenuante continuità del maternage, dell'allattamento, della reclusione domestica. La donna è relegata ad una subalternità che si classifica come naturale ma che di naturale non ha nulla; ella, semmai, è serva per un millenario diktat la cui origine si perde nella notte dei tempi.

Nel '91-'92 Wittig citava già l'esempio della pornografia come emblematico della costruzione politica della donna-oggetto. Nell'industra pornografica la donna è dominata, e tutto il discorso pornografico non fa che umiliare, degradare, declassare la donna a oggetto, con un atteggiamento che ella definisce «criminale» contro la nostra stessa umanità.

Per Wittig, la diagnosi è chiara: la nostra società soffre di un particolare dogma, quello eterosessuale. Lo si può riscontrare con chiarezza lampante se si guarda a quella particolare categoria di «transfughe», cioè alle ribelli e fuggiasche che non sanno sottostare all'intimazione totalitaria dell'androcentrismo: le lesbiche radicali.

È grazie allo sguardo «obliquo», scrive Wittig, di una lesbica radicale che si può considerare appieno quanto la donna sia espropriata del suo stesso desiderio emancipativo («che cosa ne avete fatto del nostro desiderio? Un'invidia del pene?»).

Nel Pensiero eterosessuale trova posto, per iscritto, una considerazione wittighiana a dir poco eversiva già pronunciata da Monique Wittig in occasione di alcuni eventi pubblici e di una conferenza che si tenne negli anni Settanta, ovvero che «le lesbiche non sono donne».

L'asserzione è e fu, al tempo, un fulmine a ciel sereno anche per le femministe della prima ora.
Ma si può coglierne il senso se si parte dal presupposto che la donna è un costrutto politico-culturale del patriarcato, una modellizzazione fatta ad arte perché la donna sia un'appendice (una costola?) dell'uomo.

E cosa sarebbe di Eva se non ci fosse il suo Adamo?
Beh, Wittig taglia la testa al toro: se le donne sono donne soltanto quando sposano, amano, desiderano, servono un uomo, allora le lesbiche non sono donne.

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