Natasha Cola: 'Le Oasi della Speranza' come spazio di Riparo, Ristoro e Rigenerazione
Al Festival di Bioetica 2026 alcune testimonianze raccontano esperienze in ambito sanitario ed esistenziale (trapianti e medicina del dolore) e sociale e comunitario (accoglienza e contrasto alla marginalità )
Lunedi, 17/08/2026
Il Festival di Bioetica 2026 (Rapallo 4 e 5 settembre), giunto alla decima edizione, è organizzato dall'Istituto Italiano di Bioetica ed è dedicato al tema della SPERANZA; abbiamo intervistato la prof.ssa Natasha Cola
Come può descrivere in sintesi il significato di 'Oasi della Speranza' alla quale il Festival riserva ben due sessioni? L’espressione “Oasi della Speranza” richiama anzitutto l’immagine di uno spazio di riparo, ristoro e rigenerazione, capace di offrire sostegno nei momenti in cui la fragilità individuale o collettiva rischia di trasformarsi in abbandono, isolamento o perdita di senso. In questa prospettiva, l’oasi non va però intesa come un luogo separato dalla realtà o come una temporanea sospensione delle sue difficoltà. Essa rappresenta, piuttosto, uno spazio concreto e relazionale di cura, resilienza e riconoscimento della vulnerabilità, condizione che accomuna, pur in forme differenti, gli esseri umani, gli altri esseri viventi e gli ecosistemi dai quali dipende la possibilità stessa della vita.
La speranza, dunque, non coincide con un’attesa passiva né con un generico ottimismo: assume valenza etica e politica traducendosi in presenza, accompagnamento, responsabilità e azione condivisa. Sperare significa non lasciare sola la persona che soffre, riconoscerne la dignità anche nelle situazioni di maggiore dipendenza e contribuire a costruire condizioni sociali, sanitarie e ambientali che rendano concretamente possibile una vita degna di essere vissuta. Tale impostazione è coerente con il tema generale del Festival, che collega la speranza alla lotta contro le diseguaglianze, alla tutela dei soggetti più vulnerabili, alla costruzione di città inclusive e alla salvaguardia dell’habitat naturale.
Le due sessioni dedicate all’“Oasi della Speranza” permettono di mettere a fuoco due dimensioni complementari di questo orizzonte. La prima riguarda l’ambito sanitario ed esistenziale e raccoglie testimonianze legate ai trapianti, alla medicina del dolore e alle cure palliative, facendo emergere il valore dell’accompagnamento nelle esperienze della malattia, della sofferenza e del limite. La seconda sviluppa invece una dimensione più propriamente sociale e comunitaria, attraverso le esperienze di realtà impegnate nell’accoglienza, nel contrasto alla marginalità, nel sostegno alle persone fragili e nella costruzione di legami solidali, come la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas, San Marcellino e UniAuser.
La scelta di riservare due momenti alle testimonianze appare quindi particolarmente significativa: mostra che la speranza non è soltanto un concetto da discutere sul piano teorico, ma una pratica che prende forma nelle relazioni, nei servizi e nelle istituzioni. Le “oasi” sono quei luoghi nei quali la vulnerabilità non viene nascosta o considerata un fallimento, ma accolta come punto di partenza per attivare cura, reciprocità e responsabilità. In tal senso, la speranza diventa una modalità concreta di contrasto alle diseguaglianze e di tutela della vita, a partire da coloro che sono maggiormente esposti alla sofferenza, alla dipendenza e all’esclusione.
C'è un filo rosso che coniuga le varie testimonianze che saranno portate? Il filo rosso che attraversa le diverse testimonianze può essere individuato nella prospettiva dell'interdipendenza fondata sul riconoscimento che nessuna esistenza è pienamente autosufficiente: ogni essere vivente nasce, cresce e può continuare a vivere grazie a una rete di relazioni, risorse, ambienti e pratiche di sostegno. La vulnerabilità, pertanto, non rappresenta una condizione eccezionale o un difetto da nascondere, ma una dimensione costitutiva della vita. Essa assume tuttavia forme e intensità differenti, poiché alcune persone e alcuni gruppi risultano maggiormente esposti alla malattia, alla povertà, alla solitudine, alla discriminazione e all’esclusione sociale. In questo senso, il richiamo del Festival alla lotta contro le diseguaglianze, alla tutela dei soggetti più vulnerabili, alla costruzione di città inclusive e alla salvaguardia dell’habitat naturale offre la cornice etica entro cui leggere le testimonianze.
In tale orizzonte, la speranza non nasce dall’illusione che la fragilità possa essere eliminata, ma dalla possibilità che essa venga riconosciuta, accolta e condivisa. La cura trasforma infatti la vulnerabilità individuale in una responsabilità relazionale e collettiva: qualcuno si fa prossimo, presta ascolto, mette a disposizione competenze, tempo e risorse, impedendo che la sofferenza si traduca in abbandono. La speranza assume così una forma concreta: non è soltanto un sentimento interiore, ma una pratica che si manifesta nella presenza dell’altro, nella continuità dell’accompagnamento e nella capacità delle istituzioni e delle comunità di costruire risposte adeguate ai bisogni delle persone.
La prima sessione di testimonianze consente di approfondire questa prospettiva soprattutto sul piano sanitario ed esistenziale. La presenza di professionisti legati alla chirurgia dei trapianti, alla medicina del dolore e alle cure palliative permette di leggere la cura come una relazione che accompagna la persona nelle esperienze della malattia, del limite e della dipendenza. La sessione riunisce, infatti, Iris Fontana, Luca Manfredini, Maura Marogna e Giovanni Gondoni, portatori di esperienze differenti ma accomunate dall’attenzione alla fragilità e alla qualità della vita.
Il tema del trapianto richiama in modo particolarmente significativo l’etica del dono. Il dono di organi rende visibile l’interdipendenza radicale tra le vite: la possibilità di cura e, talvolta, di sopravvivenza di una persona dipende dalla disponibilità di un’altra persona, dalle scelte delle famiglie, dalla competenza dei professionisti e dall’organizzazione del sistema sanitario. Non si tratta, tuttavia, di ridurre il trapianto a un semplice trasferimento biologico. Esso apre interrogativi profondi sul significato del corpo, della gratuità, della reciprocità e della responsabilità: il dono non richiede necessariamente una restituzione diretta, ma genera una relazione sociale più ampia, capace di alimentare fiducia e solidarietà. La speranza, in questo caso, prende forma attraverso un gesto che oltrepassa l’interesse individuale e riconosce la vita dell’altro come degna di essere sostenuta.
Le cure palliative e la medicina del dolore rinviano invece a una concezione della cura che non coincide esclusivamente con la guarigione. Quando la malattia non può essere eliminata, resta comunque possibile alleviare la sofferenza, custodire la dignità della persona, ascoltarne i desideri e accompagnarne il percorso. La cura si presenta allora come prossimità, attenzione e rispetto dell’unicità biografica di ciascuno. In questa prospettiva, la dipendenza non cancella l’autonomia, ma richiede di ripensarla in termini relazionali: essere autonomi non significa essere isolati o autosufficienti, bensì poter partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita anche grazie al sostegno degli altri.
La seconda sessione amplia ulteriormente questo orizzonte, spostando l’attenzione dalla dimensione clinica a quella sociale e comunitaria. Le testimonianze di esponenti della Comunità di Sant’Egidio, della Caritas, di San Marcellino e di UniAuser mostrano come la speranza possa essere generata anche attraverso pratiche di accoglienza, solidarietà, educazione e ricostruzione dei legami sociali. In tali esperienze, prendersi cura significa contrastare l’invisibilità di chi vive ai margini, riconoscerne la storia e restituirgli uno spazio all’interno della comunità. La cura non si limita quindi all’assistenza immediata, ma mira a ricostruire condizioni di appartenenza, partecipazione e riconoscimento.
Questo filo rosso dialoga infine con le altre sessioni dedicate alla capacità degli animali di sperare, all’economia della speranza e all’eco-giustizia. La cura viene in tal modo estesa oltre la relazione interumana e assume una dimensione più ampia, istituzionale ed ecologica. Interrogarsi sugli animali significa riconoscere che anche gli altri viventi sono soggetti vulnerabili, capaci di bisogni, relazioni ed esperienze proprie. Riflettere sull’economia della speranza significa domandarsi se i sistemi economici producano benessere condiviso oppure accentuino diseguaglianze, sfruttamento e marginalità. Parlare di eco-giustizia significa, infine, mettere in relazione la tutela dell’ambiente con la giustizia sociale, riconoscendo che il degrado degli ecosistemi colpisce in modo particolare le persone e le comunità già più fragili.
Il filo rosso delle testimonianze può dunque essere espresso attraverso un progressivo allargamento del cerchio della cura: dalla persona malata alle famiglie, dalle comunità alle istituzioni, dagli esseri umani agli animali e agli ecosistemi. La speranza emerge quando questa rete di relazioni viene riconosciuta e trasformata in responsabilità condivisa. Essa non consiste nella rimozione della vulnerabilità, ma nella costruzione di contesti nei quali nessuna vita venga considerata irrilevante, sacrificabile o indegna di attenzione.