Luglio 2026, la Repubblica dà voce a una giovanissima escort, Nora, la quale dichiara che vendere prestazioni anche sessuali è un lavoro come un altro[1]. Per lei e per molte è importante che questo si sappia, che cada lo stigma perché lo stigma fa male.
Indubbiamente è così.
Indubbiamente ogni femminista ha a cuore il benessere delle donne.
La prospettiva però cambia.
Le femministe liberali - Nora, l’associazione SWIPE (Sex worker intersectional peer education), in generale chi è a favore della decriminalizzazione - riconoscono che «per molte persone l’ingresso nell’industria del lavoro sessuale è motivato da necessità economiche e diseguaglianze sociali» e ancora che «il lavoro sessuale è svolto principalmente da donne e persone con identità non-binarie, in quanto in una società in cui gli uomini hanno la maggior parte del potere e delle risorse, il sex work si configura come la scelta migliore tra opzioni limitate e/o uno strumento di sopravvivenza»[2]. Si soffermano quindi sulla necessità di fornire prestazioni sessuali a pagamento assicurando le migliori condizioni possibili, ma si fermano lì.
Le femministe radicali approfondiscono proprio quelle condizioni che conducono a scegliere il lavoro sessuale ed evidenziano le conseguenze dannose di tale scelta; elementi che, nella narrazione liberale, sono assorbiti nella volontà di assicurare le migliori condizioni “lavorative” possibili.
La posizione a favore della decriminalizzazione ragiona su plurimi fronti.
In primo luogo, si concentra sull’eliminazione dello stigma: Nora stessa afferma di sentirsi vittima di pregiudizio e lo trova ingiustificato a fronte del fatto che lei, a differenza delle vittime di tratta, lo ha “scelto liberamente”[1]. Specifica che la sua scelta si basa sulla possibilità di gestire tempo e risorse ma che non lo farà tutta la vita. Simile a quella di Nora è la posizione di Elettra Arazatah, fondatrice di SWIPE, dalla quale emerge un viscerale elemento di frizione tra chi sostiene la decriminalizzazione e chi l’abolizione: il desiderio[3].
Per le liberali il sesso non deve per forza includere il desiderio, la reciprocità. È concepito come «qualcosa che facciamo per mille ragioni, in mille modi diversi, l’esperienza umana è molto poliedrica: c’è il sesso che fai in discoteca, il sesso che fai la prima notte di matrimonio, il sesso che fai per il compleanno del tuo compagno anche se in realtà non hai particolarmente voglia»[3]. Che il desiderio sia posto come elemento imprescindibile del rapporto sessuale è considerato misogino[3]. In questo senso il maschile è preso come universale: fare sesso ripetutamente, smodatamente, in modo disinibito, lasciando stare il sentimento a beneficio dell’orgasmo: questo è emancipatorio. Invece, preferire il desiderio reciproco a un’abbuffata di orgasmi scambiati per una manciata di soldi è misogino. Tuttavia ritenere necessario che alla base del sesso ci sia il desiderio non è cadere nei ruoli di genere. Le donne non sono incastonate in due ruoli mutualmente escludenti: volere che le donne non debbano vendere sesso, non significa volere pure e controllabili vergini.
In secondo luogo, per le liberali, eliminare lo stigma è imprescindibile per favorire la decriminalizzazione (ossia «rimuovere le leggi e regolamentazioni punitive relative al comprare, vendere e organizzare lo scambio di servizi sessuali»)[3]. Pertanto, si vuole che le “lavoratrici sessuali” si organizzino in cooperative, soprattutto considerata la presenza di prole e/o malattie debilitanti; ciò al fine di prostituirsi «in sicurezza e per meno tempo possibile»[3].
La fondatrice di SWIPE suggerisce: «si possono fare le proprie ore e poi tornare a casa (…) lavorare in compagnia evitando la solitudine»[3].
Eppure il sesso, quando non è stupro, si fa in due, non prevede che ci si senta sole. Inoltre Arazatah incorre in una contraddizione ossia quella di suggerire a donne malate, un lavoro che richiede una grande fatica fisica ed emotiva, invece di insistere nella sensibilizzare nei confronti di tali malattie, lavorando sia sulla diagnosi e sulla gratuità della cura. Prostituendosi, secondo Arazatah, si riesce a far fronte ai costi. Tuttavia, in questo modo si annaspa in acque fangose, non si lavora sulla causa, e le donne annegano in quelle acque fangose, prostituendo i loro corpi malati.
Per quanto riguarda la frequente presenza di prole a carico delle prostitute poi, è evidente che le donne sono le principali figure su cui pesa il lavoro di cura. Invece di lavorare sulla necessità di ripartirlo e di evitare che questo sia puntualmente sulle spalle delle donne, le liberali preferiscono che si possa guadagnare di più in meno tempo.
In questo modo, tempo e risorse sono investite nel sostenere la domanda del maschio; e questo nonostante a offrire sesso a pagamento siano donne vittime per le ragioni che la stessa Arazatah riconosce: femminilizzazione della povertà, iniqua ripartizione del lavoro domestico e di cura, eccetera.
Le liberali intendono inoltre favorire la decriminalizzazione «dell’uso di sostanze e le politiche di intervento di riduzione del danno»[2]. Tale posizione però consolida e non contrasta i continui stupri a pagamento di donne emarginate, povere e sotto effetto di alcol o sostanze stupefacenti, non contemplando che sotto effetto di sostanze il consenso è ulteriormente viziato.
Pertanto, come si è cercato di illustrare, considerare il “sex work” la scelta migliore tra opzioni limitate, non è immune da vizi profondi e dolorosi. Lungi dalla stigmatizzazione delle prostitute, i riflettori vanno puntati sul sistema che porta le donne a prostituirsi, ritenendo imprescindibile mutarlo affinché nessuna donna debba né tanto meno voglia avere un rapporto sessuale con chi non desidera. Voler far sì che le donne non debbano prostituirsi non è stigmatizzare, è tendere una mano: invece di rendere il baratro dello stupro a pagamento più confortevole, è cruciale costruire una scala per uscirne. Non è arredando quel baratro che si aiutano le donne stuprate, ma lavorando sulle alternative per far sì che non debbano farsi stuprare.
Come riconoscono le liberali stesse, la scelta è condizionata da pressioni di vario genere, e ciò non può essere ignorato. Nell’intervista resa a la Repubblica, Nora dice di averlo scelto liberamente[1]. Non serve essere in condizione di indigenza per sentire le pressioni economiche, basta aspirare all’agio che il capitalismo concede. Donne come Nora, lo scelgono perché vogliono più denaro; altre perché si trovano in condizioni di indigenza e un “lavoro” diverso non permetterebbe loro di guadagnare a sufficienza.
Il punto non è entrare nel merito di ciò che spinge le donne a prostituirsi (vittima di tratta o escort che sia) ma smettere di ignorare le condizioni che spingono a volere il sesso come lavoro e soffermarsi sui danni: molteplici, gravi, impattanti sia nel breve sia nel lungo termine. Le liberali lavorano per cercare di prevenirli o ridurne l’impatto ma i danni permangono in quanto intrinseci al sesso a pagamento anche con le migliori garanzie, anche con la decriminalizzazione, anche nel caso di chi ha abbastanza soldi per smettere di farlo subito, anche per chi, come Nora, scegli i suoi “clienti”.
Si considerino dunque i danni.
Anzitutto, il “lavoro” sessuale vede una donna (o altre categorie marginalizzate) da sola, nuda, in una stanza con un uomo che la espone in ogni caso a: furto, stupro, omicidio, varie forme di lesioni personali o ancora minacce, molestie, atti persecutori[4].
I danni allasalute fisica sono molteplici: dolore articolare incluso a polsi, braccia, spalle, mascella, gola a causa del sesso orale (che causa anche danni ai denti, problemi a ingoiare e respirare). In aggiunta, dolore alle anche, alla schiena causato dal peso dei clienti, ai piedi e alle ginocchia. Ancora contusioni, strappi muscolari, fratture anche interne, concussioni e trauma celebrare a causa dei colpi in testa con oggetti o contro superfici dure o ancora a causa dell’asfissia. I danni all’apparato riproduttivo sono plurimi: infiammazione, infezioni, lacerazioni, ragadi, prolasso, infertilità, e, principalmente a causa di una pratica intrinsecamente dannosa ossia il sesso anale, problemi gastrointestinali, dolore addominale, lacerazioni anali. Tali danni sono causati dal trauma agli organi sessuali dovuti a plurime penetrazioni: più di quanto il corpo possa sopportare. Ancora: infezioni alla vescica, cistite, problemi ai reni. Ulteriori sintomi fisici includono mal di testa cronico, vomito, crampi, nausea, capogiri[5].
A ciò si aggiungono gli effetti collaterali dei farmaci presi frequentemente di fronte ai suddetti vari disagi fisici.
Insito nella prostituzione è inoltre l’alto rischio di malattie sessualmente trasmissibili, rispetto al quale i profilattici sembrano panacea. Tuttavia le malattie sessualmente trasmissibili non sono comunque evitabili a causa della pressione a non usare prevenzioni o alla rimozione senza consenso del preservativo (stealthing). In ogni caso, i preservativi non proteggono da HPV, ulcere genitali, gonorrea clamidia, nei casi di eiaculazione facciale[6]. Se è vero che in altri contesti lavorativi si entra a contatto con liquidi corporei, ad esempio nel caso del personale ospedaliero, tuttavia in tali ambiti è permesso anzi richiesto di indossare protezioni come maschere e guanti. Nel caso della prostituzione invece non solo non è possibile ma i liquidi entrano nel corpo. Infatti il sesso richiede diretto contatto con sperma, saliva, potenzialmente sangue urine e feci.
Inoltre, a differenza di ogni altro lavoro, c’è un rischio intrinseco di gravidanza indesiderata e la necessità, ma non sempre agevole possibilità, di abortire. Senza contare la richiesta di comprare sesso da donne incinte[7].
A ciò si aggiunge la frequente sottoposizione, per soddisfare i canoni di bellezza, a pratiche di chirurgia (il caso di Nora è uno tra i tanti). Gli interventi, che comportano danni e complicazioni, riguardano quasi ogni parte del viso e del corpo: fronte, contorno occhi, naso, guance, labbra, mento, ventre, seno, glutei, ma anche organi genitali (con, tra le altre, la ninfoplastica ossia l’intervento di riduzione delle labbra maggiori)[8].
Non da ultima, la salute mentale è ampiamente compromessa con alti tassi di disturbi tra cui depressione, ansia, schizofrenia, disturbi alimentari, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e disturbi dissociativi. La dissociazione è molto comune e funge da strategia di adattamento per sopportare eventi di vita estremamente dolorosi o spaventosi. Frequenti sono poi atti di autolesionismo, intenzioni suicidarie e tentativi di suicidio[9].
A ciò si aggiungono disturbi del sonno nei casi di turni lunghi e orari irregolari.
Per far fronte a queste condizioni l’uso di alcol e sostanze stupefacenti è comune e così i correlati problemi di dipendenza non solo dalle suddette sostanze ma anche dai farmaci frequentemente usati (ad esempio antidolorifici e sedativi)[10].
Si precisa che i suddetti danni sono ben evidenti a chi compra il sesso, i quali, cionondimeno, scelgono (loro sì) di procedere, persino eccitandosi in ragione della compromissione psicofisica[11].
Ad oggi, anche a fronte della consapevolezza di tali danni molteplici posizioni istituzionali vanno nella direzione liberale del “male minore”.
L’OMS infatti riconosce che le “sex worker” vanno incontro a un rischio maggiore di infezioni trasmesse sessualmente e per via ematica, con un tasso di HIV trenta volte superiore a quello di altre donne della stessa età riproduttiva14. Al fine di ridurre questo tasso influirebbero positivamente sia la decriminalizzazione sia l’eliminazione della violenza contro le donne prostituite. Tuttavia tale ultima affermazione è paradossale: non si può eliminare la violenza contro le prostitute perché quando la prostituta e il “cliente” sono soli le può accadere qualsiasi cosa. Svestita totalmente o quasi, vulnerabile, con il pulsante antistupro (se presente) lontano, dà il “consenso” a un atto ma poi chiede di fermarsi. Il “cliente” continua, si prende quello che vuole. Può denunciarlo? Sì, ma nel frattempo è successo, ha subito i danni, e continuerà a esporsi a un rischio molto elevato. Un rischio che non può essere ignorato.
L’OMS richiede che gli stati lavorino sul piano della diagnosi e della cura delle malattie sessualmente trasmissibili includendovi l’accesso a preservativi e lubrificanti. Tra gli interventi suddetti vi include: salute anale, cura della gravidanza, salute mentale, prevenzione del cancro alla cervice, screening e trattamento per uso di alcol e sostanze pericolose e dannose[14].
Quella dell’OMS non è l’unica posizione concentrata sugli effetti ma negligente dal punto di vista delle alternative alla prostituzione.
Entro il Sexual Exploitation Research Programme at University College Dublin è stata di recente condotta una ricerca su un campione di 144 donne (il bacino d’udienza dello studio non includeva le donne che entro il traffico non potevano cercare assistenza). Le ricercatrici/ricercatori hanno ben evidenziato che la maggior parte sono donne migranti in condizione di povertà, i danni sono plurimi e connessi alla domanda di pratiche sempre più rischiose. Relativamente alla salute mentale in particolare si sottolinea che per le prostitute fingere un desiderio inesistente, far fronte a richieste spaventose o disgustose, anche quando fisicamente e sessualmente non ce la fanno più ha un impatto pesante sulla loro salute. Anche questo studio conferma i suddetti danni fisici, la volontà dei “clienti” di sottrarsi alla contraccezione, l’alta esposizione alle malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze, problemi di alcol e sostanze stupefacenti. Viene inoltre chiarito che il 71% del campione intendeva la volontà di uscire dalla prostituzione nonostante l’uscita non è semplice e lineare soprattutto a causa di pressioni esterne anche economiche. Pertanto, si ricordi il caso di Nora, il piano originario di prostituirsi solo temporaneamente spesso va in fumo.
In conclusione però le ricercatrici/i auspicano a un’assistenza sanitaria gratuita e accessibile con un particolare focus sulla salute sessuale e riproduttiva[15]. Così anche l’American College of Obstetricians and Gynecologists[16].
Anche le organizzazioni esplicitamente a favore della decriminalizzazione riconoscono che le prostitute sono esposte a un rischio più elevato di malattie sessualmente trasmissibili e che anche quando intendono usare le protezioni il cliente potrebbe impedirlo con la violenza. Viene inoltre ammesso che la necessità di soldi e/o stupefacenti conduce ad accettare pratiche rischiose; così come non si nasconde il rischio di violenza e gravidanza indesiderata come connaturato alla prostituzione. L’auspicio però è ricorrente: lavorare sull’autodifesa, sulla contraccezione, non andare alla radice, non impiegare risorse per offrire alternative[17].
Un ulteriore studio ha evidenziato che le malattie sessualmente trasmissibili conducono a complicazioni sistemiche. Tuttavia, anche qui, si ritiene necessaria e sufficiente, la diffusione di informazioni sulla salute sessuale unitamente a un supporto adeguato per gestire le suddette problematiche, mantenendo intatto il “lavoro” sessuale[18].
È frequente in tale ottica, da parte delle organizzazioni per la decriminalizzazione, la condivisione di pamphlet volti a condividere consigli al fine di rendere la prostituzione un “lavoro” più sicuro. Scritti dalle prostitute per le prostitute fanno emergere l’assenza di desiderio, il malessere psicofisico, il rischio sempre dietro l’angolo: della violenza, delle malattie, della morte[19].
La posizione prevalente è quindi chiara: che lo stupro a pagamento continui e così i suoi danni, contenendoli ma non agendo per eliminare l’offerta. Intervenire alla radice concentrandosi su alternative concrete, affinché nessuna donna “scelga” il sesso non consensuale, non è contemplato.
Il messaggio è chiaro: i danni sono sostenibili ed è indispensabile permettere alle donne di prostituire i loro corpi stanchi, affaticati e, nel caso di Nora, affamati degli infiniti guadagni che il capitalismo promette. Di fronte all’alternativa tra guadagnare pochi soldi all’ora e prostituirsi, secondo le liberali, si deve poter scegliere di farsi penetrare anche se suscita disgusto. Non si vogliono invece impiegare tempo e risorse per offrire una vera alternativa allo stupro a pagamento, soprattutto a chi deve scegliere tra questo o guadagnare pochi euro l’ora.
Si immagini quindi, in sede conclusiva, la realtà voluta da chi sostiene la decriminalizzazione, in cui quindi il sesso è un lavoro come un altro.
Lo si può fare a partire dal video di Osez le féminisme e Mue Production, pubblicato sul canale Youtube di Associazione rising pari in genere in lingua francese sottotitolato in italiano[20]. Protagonista del cortometraggio è una studentessa di nome Andrea che nel corso di un colloquio con una docente, in presenza dei genitori, si trova a doversi orientare al mondo del lavoro.
Le viene proposto un percorso professionale legato ai servizi, a contatto con le persone, dove si guadagna bene, rispetto al quale la domanda è crescente: il sesso. Il sesso come lavoro.
Ma prima della professione è bene formarsi! La docente inizia quindi a elencare i corsi: fellatio performance plus, apprendistato che si ottiene in appena due anni, con lezioni che prevedono veri e propri “clienti” scelti tra volontari, il primo anno si impara soltanto il sesso orale per preservare la “verginità” delle ragazze considerata un valore aggiunto, inoltre il sesso orale è preferibile per evitare incidenti dato che «non è sempre facile convincere gli uomini a indossare il profilattico»[20]. Il secondo anno prevede che le ragazze si alternino con i vari tipi di penetrazione e più penetrazioni contemporanee, raggiungendo, per le più brave, fino a venti clienti ogni giorno.
Non è finita. Vi si aggiungono le specializzazioni: fellatio, con l’opzione eiaculazione facciale, sadomasochismo, giochi di ruolo, orge.
«Non è rischioso?» chiede la madre[20].
«Ci sono dei corsi di prevenzione!» ribatte la docente[20]. Tali corsi riguardano la prevenzione delle aggressioni durante tutta la formazione: è bene non mettere collane lunghe per evitare lo strangolamento, tenere le mani sui genitali del cliente per colpire una parte vulnerabile se ci fossero “problemi”.
Andrea è irrequieta, sbuffa, si muove, lo definisce disgustoso. Ma i genitori la redarguiscono: «È così dappertutto, una cassiera non sceglie i suoi clienti»[20].
«Se le ragazze ne avessero voglia, non vedo perché gli uomini dovrebbero pagare» aggiunge la docente[20].
«Ma allora è uno stupro!» esclama Andrea[20].
«No, i clienti pagano pertanto è legale e se ci sia o meno la voglia “non ci riguarda”» insiste la docente[20].
A seguire si parla proprio delle escort: «È come essere delle confidenti»[20]. Bisogna che «sfoghino la loro violenza», aggiunge l’insegnante[20]. Poveri uomini.
Non è finita.
È possibile scegliere anche il modulo di sviluppo personale: «Quando ti capita un uomo brutale, che ti fa ribrezzo chiudi gli occhi e ti disconnetti …è un brutto momento poi passa, e poi avrai l’occasione di allenarti»[20].
Ma ci sono anche le punture: le punture anestetizzanti per continuare a lavorare senza sentire dolore, utili all’inizio per non fermarsi di fronte alle prime contusioni. Mal che vada c’è la chirurgia riparatrice!
La bella notizia arriva alla fine: tutto convenzionato col sistema sanitario, interamente. Infatti le malattie sessualmente trasmissibili sono coperte in quanto considerate insite nella professione. Prevista anche la pensione ma attenzione: meglio mettere denaro da parte fin da subito perché ovviamente: «Il corpo ha i suoi limiti» ove per limiti,ça va sans dire, non si intende la resistenza fisica ma la bellezza[20].
«Potrebbe gestire una casa?» chiede il padre immaginando Andrea già un’imprenditrice. «Passati i trent’anni non serve gestire una casa, ci si può occupare del settore disabilità (…) aiutare gli uomini a sentirsi ‘finalmente uomini’» risponde la docente[20]. Che atto umano!
Andrea se ne va sbattendo la porta alle spalle.
Martina Persenico
Bibliografia
[1] Nicolosi, Eugenia, La vita dell’escort Nora tra codici e tasse da pagare: “Ma non abbiamo diritti”, la Repubblica, 5 luglio 2026
[2] https://associazioneswipe.it/
[3] https://www.youtube.com/watch?v=qAmd6SSlqMA&t=1392s
[4] Potterat, John J., et al. "Mortality in a long-term open cohort of prostitute women." American journal of epidemiology 159.8 (2004): 778-785;
Schon, Manuela, and Anna Hoheide. "Murders in the German sex trade: 1920 to 2017." Dignity: a journal of analysis of exploitation and violence 6.1 (2021): 4.
[5] Bissinger, Liane (2019). The Physical Damage in Prostitution: Report by a Gynaecologist from Street Work. https://prostitutionresearch.com/wp-content/uploads/2021/03/Liane-Bissinger-The-Physical-Damage-in-Prostitution-1.pdf
Farley, Melissa, et al. "Screening for traumatic brain injury in prostituted women." Dignity: A Journal of Analysis of Exploitation and Violence 3.2 (2018): 5.
Michigan Abolitionist Project, Medical & Psychological Impact of Prostitution, 2023, https://michiganabolitionistproject.org/wp-content/uploads/2023/06/Medical-Psychological-Impact-of-Prostitution-2.pdf
Home Office (2004). Paying the Price: A consultation paper on prostitution. http://news.bbc.co.uk/nol/shared/bsp/hi/pdfs/16_07_04_paying.pdf
[6]Watson, Lori. "Why sex work isn’t work." Logos: A Journal of Modern Society & Culture 13.3-4 (2014).
[7]Ross, MW et al. (2012).Occupational health and safety among commercial sex workers. Scandinavian Journal of Work, Environment & Health. Vol. 38, Iss.2, p. 105-119.
[8]Schaefer, Anna and Catherine Hannan (2019). 10 of the Most Common Plastic Surgery Complications. Healthline.
[9]Farley, Melissa, et al. "Prostitution and trafficking in nine countries: An update on violence and posttraumatic stress disorder." Journal of trauma practice 2.3-4 (2004): 33-74.
[10] Federal Ministry for Family Affairs, Senior Citizens, Women and Youth (2005).
Health, Well-Being and Personal Safety of Women in Germany: ARepresentative Study of Violence against Women in Germany. https://www.bmfsfj.de/bmfsfj/studie-lebenssituation-sicherheit-und-gesundheit-vonfrauen-in-deutschland-80694
[11]Arrow, Elly, Disproportionate and Unique Health Risks for Women in Prostitution, 6 novembre 2021, https://ellyarrow.wordpress.com/2021/11/06/disproportionate-and-unique-health-risks-for-women-in-prostitution/
[14] W.H.O., Sex workers, https://www.who.int/teams/global-hiv-hepatitis-and-stis-programmes/populations/sex-workers
[15] Breslin, Ruth, and R. G. N. Linda Latham. "Confronting the harm." 2021.
[16] A.C.O.G., Improving Awareness of and Screening for Health Risks Among Sex Workers, 2017, https://www.acog.org/clinical/clinical-guidance/committee-opinion/articles/2017/07/improving-awareness-of-and-screening-for-health-risks-among-sex-workers
[17] Hesperian Health guides, Health Problems of Sex Workers, 2025, https://en.hesperian.org/hhg/Where_Women_Have_No_Doctor:Health_Problems_of_Sex_Workers
[18] Liyanage, R. P., et al. "Impact of prostitution on health." International Journal of All Research Education and Scientific Methods 9.2 (2021): 842-847.
[19] New Zealand Prostitutes’ Collective (2010). Stepping Forward: The Sex Worker’s Manual, https://nordicmodelnow.org/wp-content/uploads/2021/03/nzpc-stepping-forward.pdf
[20] https://www.youtube.com/watch?v=TddALIJYGA8