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Perché agli uomini si perdona tutto e a noi donne no?

Perché agli uomini si perdona tutto e a noi donne no?

Dallo Strega alla politica la domanda è la stessa e anche la risposta. Loro possono sbagliare, noi no

Sabato, 11/07/2026

Quel libro non lo leggerò perché non mi interessa cosa abbiano da dire uomini portatori di misoginia, accaduta, mal riportata, in pubblico, in privato o presunta che sia. Non c’entra la “cultura woke” che, come “l’ideologia gender,” è un’espressione ad hoc usata come spauracchio quando si mette in discussione lo status quo strutturale. La penna che scrive un romanzo e i discorsi fatti dall’autore/autrice al di fuori del contesto della scrittura pubblica(ta) non sono due elementi separati, ma osmotici. Nessuno/a di noi scrive senza influenze del quotidiano, neanche loro i “grandi” scrittori (leggere al maschile e con sarcasmo), quelli che occupano tutto il programma di letteratura italiana contemporanea nei corsi di un gran numero di università (e si tratta di violenza epistemica, come ricorda Vera Gheno nella sua intervista in “Ti trovo cambiata”). Di conseguenza preferisco immergermi in un lavoro di una scrittrice della sestina finalista dello Strega. È un modo di praticare femminismo nel quotidiano, non solo perché sono state solo 13 le scrittrici ad essere insignite di tale onorificenza in circa 80 anni (mai che la genialità sia più femminile che maschile), ma perché un sistema che si erge su meccanismi patriarcali necessita di essere scardinato. Dare attenzione ad un altro libro, come “La sonnambula” di Bianca Pitzorno, in questo momento, scardina. Mettervi a leggere “Mia madre aveva una Cinquecento gialla” di Enrica Maria Ferrara che ha vinto il Premio Rapallo nel 2024, è un piccolo atto politico (il privato è politico). Oppure come ha fatto Daniela Brogi, pubblicare sui social la foto del libro che ha vinto un altro premio letterario, il Campiello del 2025: “Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda. Ne dobbiamo parlare però, in qualche modo. Quello più che ritenete più opportuno.

Una volta una collega mi disse che una sua amica era stata minacciata da un ordinario. Il soggetto è stato sospeso per qualche mesetto dal lavoro e poi perfettamente reintegrato all’università. In altre parole, tutto è perdonato, non importa la minaccia di aggressione fisica. La violenza verbale altro non è che una forma di applicazione del potere. “Certo” non era la vera intenzione, ma sembra sia stato detto così. “Sorella, io ti credo”, si applica sempre, anche alle parole, anche solo per “30 secondi”, come stamattina Lara Ghiglione ci ha ricordato sui suoi canali social in riferimento alla sentenza di ieri. Se capovolgiamo i ruoli di genere, niente è perdonabile. Alle donne non si perdona mai nulla. Se “sbagli”, sei fuori. Se commetti un minimo errore, sei fuori. È colpa tua, sempre e comunque. Anche se ti scusi in seguito, sei fuori. Lo sottolineavo in un articolo precedente sul rapporto Trump-Meloni, uscito su Kritica.it rivista online curata da Federica D’Alessio. Lui a lei non ha perdonato il minimo passo falso, lei a lui deve perdonare tutto o quasi. Quando si gioca con logiche patriarcali, infatti, queste sono le dinamiche. Si perde sempre. Non conviene giocarci, infatti.

Il fatto che lo Strega sia stato vinto, così come il Goncourt in Francia, da molti più uomini che donne è sintomatico della struttura patriarcale che incasella ancora la cultura. Questa idea del maschio-genio-modello è dura da scalfire, ma è in tutto ciò che gira attorno alla conoscenza. Se una studiosa è specialista di scrittura d’autrice ed è arrivata ad avere la cattedra all’università, non c’è dubbio che insieme alla sua area di ricerca e insegnamento ha dovuto provare di essere competente anche nel “canone” (maschile). Probabilmente nella maggior parte dei casi. Il contrario non è valido. Chi si occupa di Giacomo Leopardi o Alessandro Manzoni o... (e la lista è lunga) non deve di mostrare di saperne su Sibilla Aleramo (e se ne sa qualcosa, si prende anche un applauso). Anche se “Una donna” di Aleramo rappresenta uno spartiacque della letteratura italiana. Se le tracce del tema d’italiano sono tutte basate su autori e non fa leva neanche il centenario del Nobel alla letteratura di Grazie Deledda per averne una tratta da un romanzo di un’autrice, il problema è strutturale; come ben sappiamo e molto più in basso del premio Strega, che invece è la punta di un iceberg culturale che si erge su quello che un ripensamento femminista del quadro culturale dovrebbe, invece, scalfire.

Michele Mari non ride mentre riceve il premio; leggo online che ad alcune (future) lettrici suscita tenerezza. Immaginate cosa sarebbe successo se non avesse sorriso una scrittrice? “Quella, poi, che antipatica, non ride mai”; “e fattela una risata, dai che hai pure vinto!”.

Scritte queste riflessioni, veloci, che chissà se forse qualcuna delle mie colleghe amplierà con cornice più scientifica e con molti più dettagli per continuare a scalfire quel monolite patriarcale che è ancora il nostro sapere, vado a continuare la lettura di quel nuovo capolavoro di Francesca Giannone: "Gli anni in bianco e nero", mentre aspetto che il campanello suoni e arrivi il libro Pitzorno.


Francesca Calamita è professoressa associata presso l'Università della Virginia. Si occupa di studi sulle donne e di genere nel contesto italiano ed europeo, con uno sguardo più ampio rivolto al contesto globale. Autrice di "Visibili e influenti" (2023) e "Linguaggi dell'esperienza femminile" (2015), i suoi contributi sulle politiche di genere che si applicano ai corpi delle donne in Occidente e in Medio Oriente sono stati pubblicati di recente sulla rivista accademica "Women's Studies International Forum". In libreria con "Ti trovo cambiata" @frances.kalam

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