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Poliedrica artista: attrice, scrittrice, drammaturga e fotografa. La parola a Evelina Nazzari

Poliedrica artista: attrice, scrittrice, drammaturga e fotografa. La parola a Evelina Nazzari

È importante potersi nascondere dietro un personaggio per tirare fuori qualche frammento insospettato della propria personalità

Martedi, 03/11/2026

Figlia di un mito del nostro cinema degli anni 30/40, Amedeo Nazzari, attore icona dell’uomo eroico e coraggioso, Evelina Nazzari è un’artista poliedrica: attrice, ma anche scrittrice, drammaturga e fotografa. La incontriamo al termine dell’ultimo spettacolo teatrale rappresentato a Roma al Teatro di Documenti, un testo profondo e impegnativo: 'Lungo viaggio di un giorno verso la notte' di Eugène O’Neill.

Essere figlia d’arte può facilitare o essere di ostacolo per chi sceglie di fare la carriera di un genitore?
Entrambe le cose. Si sa di gente che è stata molto favorita dall’essere figlia d’arte. Io no. O forse, un po’, all’inizio. Conosci più persone dell’ambiente e tutti sanno chi sei. In pratica sei conosciuta senza averne nessun merito, e questo, quando ero una giovane esordiente, mi imbarazzava. Avevo sempre la sensazione di essere giudicata a priori. Immaginavo che tutti pensassero, Chissà questa chi si crede di essere, crede di avere la strada spianata perché si chiama Nazzari… Ma io non credevo niente, ero schiva e umile. Troppo.

È inevitabile chiederti come vivevi, da piccola, la grande notorietà di un papà “Divo” come lo è stato Amedeo Nazzari. Ne andavi fiera o ne eri intimidita?
Ero estremamente timida e impacciata. Soprattutto quando camminavo per strada con lui e venivo additata dai passanti. Certo che ero anche fiera di avere un papà così famoso! Ma per me era il mio papà, non il “Divo”. Un papà così adorabile e che me le passava tutte.

Le tue aspirazioni artistiche come sono state accolte in famiglia, i tuoi ti hanno sostenuta o scoraggiata?
Non mi hanno scoraggiata, anche perché facevano lo stesso lavoro. Certo, ne conoscevano le difficoltà, e anche la precarietà. Volevano soprattutto che lo prendessi seriamente, come un lavoro nel quale ci si deve applicare, si deve studiare e la perfezione, alla quale è bene aspirare, è sempre difficile da raggiungere.

Quale tra i più famosi film di tuo padre, ti piaceva di più ?
RCe ne sono parecchi: Il bandito, Un giorno nella vita, Le notti di Cabiria, Il brigante Musolino, Frenesia dell’estate, La morsa (episodio del film di Blasetti Altri tempi-Zibaldone 1), La cena delle beffe, Processo alla città, Dopo divorzieremo, Scarpe grosse… Non sono in ordine cronologico, e neanche in ordine di preferenze, e non tutti sono famosi. Ma sono i miei preferiti.

Oltre all’esempio paterno, hai avuto miti di riferimento a cui ti saresti ispirata da giovanissima (attrici, registi)?
In realtà no. Per un certo periodo il mio mito è stata Liv Ullmann, ma credo che ognuno abbia la propria personalità ed è sbagliato cercare di assomigliare o scimmiottare altre attrici, tanto non può funzionare. Il mio regista top era Igmar Bergman. Ma adoravo anche Visconti, De Sica…

Come tua madre oltre ad essere attrice, sei anche scrittrice. Uno dei libri che hai pubblicato con successo è intitolato 'Memorie a brandelli', perché hai scelto questo titolo?
Mia madre non è mai stata scrittrice. Attrice sì, prima di sposarsi e dedicarsi alla famiglia. 'Memorie a brandelli' nasce dal bisogno di ritrovare i frammenti di un passato di cui restano dei ricordi imprecisi, a volte sconclusionati. Ma non importa, la memoria è fatta di racconti, di trasmissione orale di fatti accaduti o di stati d’animo le cui testimonianze, spesso, passando da una persona all’altra cambiano aspetto, acquisendo un senso diverso. Conversazioni afferrate a metà, sbirciate da una porta socchiusa, fantasie che si scatenano. Così sono andata un po’ indietro, nel tempo, per cercare di raccogliere questi brandelli di una famiglia cosmopolita, e dei tanti dolori che ha attraversato in più di un secolo.

Quanto coraggio ci vuole per raccontarsi in una autobiografia come questa, dove oltre ai bei ricordi, si affiancano vicende molto dolorose, come la scomparsa di tuo figlio?
Scrivere di mio figlio è stata una necessità, un bisogno impellente per strappare via da me, provvisoriamente, mai per sempre, il dolore che vivo, anche se con alti e bassi, quotidianamente. Leonardo è sempre presente in quello che scrivo. Ho parlato di lui e dei miei primi due anni di lutto soprattutto in 'Dopo la fine', sempre pubblicato da Edizioni Sabinae. Si comincia a scrivere, si legge dei lutti degli altri, e poi il bisogno di condividere diventa urgente.

Hai voluto rivivere quel tragico momento della tua vita anche in teatro, con un testo sempre scritto da te. Perché?
Anche questa è stata una specie di catarsi. Ho cominciato scrivendo, e facendo rappresentare, dei brevi monologhi alla mia amica e collega Maddalena Recino finché non è venuto fuori questo testo a due personaggi, due facce dello stesso dolore, quello di due donne (ma forse è una sola) che tentano disperatamente di riemergere. La regia sensibile e piena di stimoli di Angelo Libri ha fatto il resto. Questo spettacolo restituisce molte delle manifestazioni legate al lutto: rabbia, disperazione, impotenza, sarcasmo, rassegnazione… Così mi sono messa in gioco, in prima persona, sempre affiancata da Maddalena, a me vicina come amica e bravissima attrice. Per me è stata una conquista riuscire a fare un passo dopo l’altro per cercare di risollevarmi faticosamente, lentamente (mai completamente, come dicevo) da uno strazio di cui si ha la certezza che non passerà mai. Malgrado tutto, il passaggio dalla realtà vissuta alla rappresentazione segna un distacco e diventa una condivisione utile sia per chi si esprime col corpo con le parole e con la propria sensibilità che per chi ne fruisce e partecipa. Dopo una rappresentazione un ragazzo ci ha detto: “Non avrei mai immaginato che da una cosa così brutta potesse venir fuori una cosa così bella.”

Nello spettacolo teatrale che hai interpretato di recente, e che certamente riprenderete dato il successo: “Lungo viaggio di un giorno verso la notte”, di Eugene O’Neill, con la regia di Rosario Tronnolone, anche questo tra l’altro un lavoro autobiografico, interpreti il ruolo di una “mater dolorosa”: Mary Ellen, tormentata dai rimorsi per aver perso un figlio, ti ha creato sofferenza interpretare questo ruolo ?
Un attore spesso ama nascondersi nel personaggio per urlare liberamente i suoi dolori e le sue frustrazioni. Per me è stata una grande opportunità interpretare un ruolo così complesso e sfaccettato cercando, nei miei abissi, i miei personali sensi di colpa, le mie frustrazioni… insomma, i punti di contatto fra me e Mary, che penso di aver trovato. E, come accennavo, è quasi un sollievo poter parlare dei propri mostri attraverso un personaggio che non sei tu ma nel quale ti sei calata e che quindi, per quel tempo determinato dalla rappresentazione scenica, sei tu, ma protetta dal travestimento. Non so se sono riuscita a trasmettere questa sensazione così unica.E non sarò mai grata abbastanza a Rosario Tronnolone per avermi scelta e avermi dato tanta fiducia. Sapere, poi, che tutto questo è stato vissuto e sofferto dal suo autore, me lo ha fatto sentire ancora più vicino.

Cosa è più difficile per un attore: entrare, o uscire da un personaggio (al termine delle repliche e se si deve interpretare altro)?
Dipende dal personaggio. A volte è difficile entrarci perché è molto lontano da quel che si è nella realtà. Altre volte, invece, è addirittura più facile proprio per la stessa ragione. Come ti ho detto è importante potersi nascondere dietro un personaggio per tirare fuori qualche frammento insospettato della propria personalità. Se poi un personaggio viene assorbito dall’attore in profondità, perché trova in lui/lei tante similitudini, liberarsene costa un po’ di fatica ed è sempre meglio avere qualche giorno, o settimana, per rifiatare e affrontare altro.

Pensi che la scrittura, e il teatro, possano sostituire una psicoterapia ?
No, la psicoterapia è un’altra cosa e c’è chi ha bisogno di fare proprio quel percorso personale. Come ho fatto anch’io, del resto. Detto questo sono assolutamente convinta che scrittura e recitazione siano mezzi di comunicazione, a volte di arte, fortemente terapeutici. L’ho provato su di me in mille modi. Tre mesi dopo la morte di mio figlio ho recitato in 'Un marito ideale', di Wilde. Piangevo fino a mezz’ora prima di entrare in scena, poi mi truccavo e diventavo Lady Gertrude. Poco dopo sono stata, ne 'I sei personaggi in cerca d’autore', la madre di una bambina annegata. Non risolve, niente risolve davvero, ma tutto aiuta.

Ti senti più a tuo agio nelle vesti di scrittrice, di attrice, o di attrice-narratrice ?
Raccontami una storia. È una frase che abbiamo detto o una richiesta che ci è stata fatta. Non so veramente rispondere, forse preferisco scrivere, perché non mi devo esporre in modo plateale ma, purtroppo, non sempre so cosa scrivere. D’altronde il mio vero lavoro è quello di attrice, e anche se devo vincere la mia timidezza ad ogni replica, l’inevitabile egocentrismo che ogni attore porta in sé, mi spinge ad entrare in scena, anche se con mille patemi d’animo! In ogni caso si narra, comunque…

Quanto sarebbe utile se si facesse teatro a partire dalla scuola dell’obbligo, come succede in alcuni paesi (es. in Gran Bretagna)?
Sono più che favorevole, favorevolissima! Certo che dovrebbe essere obbligatorio. I ragazzi che attraversano l’adolescenza, soprattutto loro, avrebbero bisogno di vestire i panni di un altro per mille ragioni diverse, ed evidenti, che non sto qui ad elencare. Ecco, sarebbe fortemente terapeutico, soprattutto in quel passaggio così difficile che è il fulcro della ricerca di sé.

Per il prossimo futuro stai preparando un altro libro, un nuovo spettacolo, altro?
Sempre sperando di riprendere sia 'Torna fra nove mesi' che 'Lungo viaggio di un giorno verso la notte', ho in programma altri due spettacoli per la seconda parte della stagione: 'Amiche', drammaturgia e regia di Stefania Porrino sempre al Teatro di Documenti, a Marzo e Tu! 'Tecnologia umana', drammaturgia e regia di Matteo Fasanella, dal 12 maggio, al Teatrosophia a Roma. In quanto ai libri, sì, ho due progetti, Uno più autobiografico (già, ancora una volta!) e un romanzo. Spero che vedranno la luce entrambi, ma i tempi sono lunghi, vedremo…

Nota biografica 
Evelina Nazzari, nome d’arte di Maria Evelina Buffa, è figlia del celebre attore italiano Amedeo Nazzari, e dell’attrice italo-greca Irene Genna.
Dopo aver frequentato lo Studio Fersen, debutta nel ruolo di Rossana in Cyrano de Bergerac, per la regia di Maurizio Scaparro, che verrà ripreso per diversi anni ed avrà grande successo, tra l’altro, a Parigi al Palais de Chaillot.
Da allora, ha lavorato in cinema, televisione e soprattutto nei principali teatri italiani, accanto ad attori ed attrici come Alberto Sordi, Pino Micol, Alida Valli, Carlo Giuffrè, Martine Brochard, Ottavia Piccolo, Duilio Del Prete, Arnoldo Foà, Ileana Ghione.
Dal debutto nel capolavoro di Rostand, ha sempre conciliato l’impegno nell’interpretazione di opere contemporanee e di novità assolute (La deposizione, della canadese Hélène Pedneault, dramma psicologico a due personaggi, appena presentato ad Avignon nell’ambito del festival 1994; Maria Antonietta, di Stefania Porrino), con una presenza assidua ed applaudita nei grandi classici del repertorio teatrale, da Goldoni (Il bugiardo), a Albee (Honey, in Chi ha paura di Virginia Woolf?), da Cekov (Il giardino dei ciliegi, Zio Vania) a Wilde (Un marito ideale), da Ibsen(Nora, in Casa di bambola) a Giraudoux (Andromaca, ne La guerra di Troia non si farà), a Pinter (Kate, in Vecchi tempi), senza peraltro trascurare autori più “leggeri” (Neil Simon, Jean-Noël Fenwick).
È stata applaudita protagonista di una riduzione teatrale del racconto Ventiquattro ore della vita di una donna, di Stefan Zweig, per la regia di Rosario Tronnolone, regista anche della riduzione teatrale del capolavoro di Igmar Bergman Sinfonia d’autunno, in cui impersonava Charlotte. Recentemente è stata Mary, personaggio centrale del testo teatrale di Eugene O’Neill Lungo viaggio di un giorno verso la notte, sempre con la regia di Rosario Tronnolone.
Ha interpretato, con Maddalena Recino, il proprio testo teatrale Torna fra nove mesi, pubblicato nel volume Altrove,rappresentato con successo in alcuni teatri romani (oltre che a Ferrara, Omegna, Padova e Torino), per la regia di Angelo Libri.
Da alcuni anni, si dedica anche alla scrittura e alla fotografia.
Come scrittrice ha già pubblicato:
Amedeo Buffa in arte Nazzari (Edizioni Sabinæ), libro fotografico di ricordi di famiglia;
Dopo la fine (Edizioni Sabinæ), cronaca intima di un processo di lutto;
Altrove – Torna fra nove mesi e Il viaggio di Carlotta, due atti unici (Editore IkonaLìber);
Fratelli d’arte (Edizioni Sabinæ), con Silvia Toso;
Memorie a brandelli (Edizioni Sabinæ);
Ha partecipato, con un racconto, all’opera collettiva E lieve sia la terra (Textus), in ricordo delle vittime del terremoto de L’Aquila.
Come fotografa ha esposto in alcuni spazi romani, fra cui Il Chiostro del Bramante nel quadro della Triennale di Roma, e nella sede del Consiglio d’Europa a Strasburgo.

A cura di Alma Daddario
 

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