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Premio Paola Bora: luogo di osservazione ed elaborazione sugli Studi di Genere

Premio Paola Bora: luogo di osservazione ed elaborazione sugli Studi di Genere

Celebrata la V edizione del Premio promosso dalla Casa della Donna di Pisa

Giovedi, 02/04/2026 - Si è tenuto lo scorso 27 Marzo a Pisa, presso la Sala degli Stemmi della Scuola Normale Superiore, la celebrazione del Premio Paola Bora quest'anno alla sua V edizione.

Il Premio dedicato a Paola Bora, filosofa, docente di antropologia filosofica e di antropologia di genere, attivista femminista e studiosa di originale competenza, è promosso dalla Casa della Donna di Pisa di cui Paola Bora è stata presidente dal 2011 fino alla sua scomparsa nel 2015.

Come ha sottolineato Ketty De Pasquale, Presidente della Casa, il Premio si presenta con carattere di unicità in Italia, è infatti sostenuto e promosso da "una sinergia di soggettività": eccellenze che cooperano per valorizzare l’ambito degli Studi di Genere con particolare attenzione ai temi femministi, LGBTQ+ e decoloniali.

Il Premio Paola Bora, aperto sia a tesi magistrali che dottorali, è l’unico premio sostenuto da 4 atenei e promosso da un’associazione femminista, un’alleanza inedita di soggetti pubblici e privati: promosso dalla Casa della Donna, con il sostegno dell’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore, la Scuola Superiore Sant’Anna e l’IMT di Lucca, conta inoltre il patrocinio di tre società scientifiche (Sis, Sil e Swip) e di due enti locali, la Regione Toscana e la Provincia di Pisa.

Dal 2020, anno di istituzione del Premio, ad oggi, sono ben 360 le tesi che si sono candidate. In questa sola ultima edizione le tesi arrivate sono state complessivamente 86. Il numero importante di tesi candidate nel corso degli anni non stupisce, il Premio è l’unico in Studi di Genere in Italia aperto a quattro aree disciplinari: letteratura, filosofia, storia e antropologia.

Nel corso dell’ultima premiazione è stato sottolineato come la maggioranza delle tesi testimoni una conoscenza e una riflessione approfondita rispetto agli Studi di Genere, agli studi femministi, Lgbtq e decoloniali, un’ottima conoscenza delle bibliografie, delle prospettive e degli sviluppi di ricerca più recenti, sia sul piano teorico che politico, dato questo, che conferma come il Premio Paola Bora rappresenti nel paese un osservatorio unico e fondamentale, un “luogo” di documentazione e di elaborazione permanente delle tendenze e del pensiero contemporanei intorno agli Studi di Genere.

Ma non è solo questo a renderlo unico. Il Premio celebra e ricorda Paola Bora in una duplice veste: quella di studiosa e quella di attivista, ma riesce in un intento ancora più difficile che è quello di celebrarla in ogni aspetto, in primis quello dell’inequivocabile pratica femminista della relazione, della genealogia e della trasmissione. Il Premio con la sua ottica multidisciplinare, rende Paola Bora presente con tutto il suo portato di originalità e innovazione mai scisso dal rigore scientifico. Aleggia in questa pratica del Premio una gratitudine sempre manifesta nei confronti della studiosa e della donna, espressa con quel saper coniugare, a lei tanto congeniale, il sapere teorico con la pratica politica in un clima di reciprocità, di confronto e anche di affetto. Tutto questo unito alla presenza delle compagne, delle allieve, delle amiche, delle sorelle Anna e Lucia e delle figlie di Paola, Arianna e Elena, presenti come forti radici d’albero, proiettano nel Premio quasi una corporeità della studiosa.

E di corporeità ha parlato anche la filosofa Anna Camaiti Hostert, legata a Paola Bora da una profonda e intima amicizia, nella sua Lectio Magistralis dedicata alla collega e amica, ricordando prima di ogni cosa di raccontarla nel loro lungo rapporto e nel loro vivere. Nella Lectio Magistralis dal titolo “Perché oggi non possiamo non dirci illuministe. Enigma e oscurità della trasparenza” la filosofa ha saputo magistralmente rappresentare i paradossi della democrazia contemporanea con una riflessione sul concetto di trasparenza a partire da Rosseau, tracciando un’analisi maieutica capace di guardare e tradurre le ambiguità e le insidie del tecnopotere politico contemporaneo e della società di controllo esercitato sulle masse.


Tra ben 86 tesi candidate da tutta Italia, sono state premiate due brillanti studiose:

Martina Gori
con la tesi magistrale: "Lesbians and Stone Butches: Problematizing the Concept of Female Masculinity in Leslie Feinberg’s Stone Butch Blues (1993)", discussa presso la cattedra di Letterature moderne, comparate e postcoloniali dell'Università di Bologna. Un contributo innovativo e originale agli Studi di Genere, solidamente radicato nelle epistemologie transfemministe e queer e valorizzato dalla chiarezza espositiva e dallo stile personale dell’autrice.

Valentina Vergottini, con la tesi di dottorato "Paradossi riproduttivi. Un’antropologia critica dell’umanitario e dell’empowerment femminile nel Bénin meridionale", discussa presso il Dottorato di scienze politiche dell'Università Roma Tre. Una prospettiva teorica su un tema caro e classico degli studi femministi, come il potere riproduttivo, il rigore etnografico e la pluralità di voci e agency tenute insieme nella tesi, la decolonizzazione dello sguardo e la prospettiva intersezionale che spiegano l’impatto sociale e politico.

A selezionare le vincitrici di questa quinta edizione una commissione scientifica compostada: Daniela Chironi e Laura Cremonesi (Scuola Normale Superiore), Annalisa Andreoni, Caterina Di Pasquale e Maya De Leo (Università di Pisa), Federica Merenda (Scuola Superiore Sant’Anna), Lida Bertelli (IMT Lucca), Valeria Gennero e Nadia Setti (Società Italiana delle Letterate), Barbara Montesi e Manoela Patti (Società Italiana delle Storiche), Irene Binini e Raffaella Petrilli (Società italiana per le donne in filosofia).

Due lavori che si sono distinti per originalità, qualità e contributo innovativo agli Studi di Genere in linea con gli intenti del Premio Paola Bora, “luogo” di contaminazioni ed elaborazione contemporaneo, aggiornato e vivo.

Valentina Muià


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