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Quando gli adolescenti si affidano alla tecnologia come educatrice sentimentale

Quando gli adolescenti si affidano alla tecnologia come educatrice sentimentale

Si sta diffondendo tra gli adolescenti il ricorso all’intelligenza artificiale per risolvere le proprie questioni sentimentali, in assenza di una appropriata educazione affettiva e sessuale da parte della famiglia e della scuola.

Domenica, 12/07/2026

«Ciao Chat, volevo chiederti una cosa, perché ho paura di dare il cellulare al mio ragazzo?». Questa è una delle domande che Martina Carbonaro, la quattordicenne uccisa dall’ex fidanzato Alessio Tucci, reo confesso, aveva rivolto all’AI, con cui si confidava spesso. Costituisce motivo di riflessione che Martina non abbia trovato soluzione migliore che rivolgersi ad uno strumento come l'intelligenza artificiale, per risolvere i propri dubbi sulla sua relazione sentimentale con Alessio. Di ben altre figure umane, oltre ai familiari, avrebbe avuto bisogno, capaci di esserle di aiuto nel districarsi tra i suoi dubbi affettivi. Che Stato è quello che costringe un’adolescente a tentare di risolvere i suoi problemi affettivi con tali mezzi, negandole la possibilità di una idonea educazione sentimentale, predisposta dalle istituzioni scolastiche competenti? Eppure la scuola pubblica non dovrebbe impartire solo nozioni teoriche, ma anche, e soprattutto, insegnamenti utili ad affrontare la vita e il mondo adulto. Cercare di limitare questa funzione si traduce in un tentativo di censura della realtà che circonda gli adolescenti e le adolescenti italiane.

L’educazione sessuale e affettiva, tra le altre cose, insegna a rispettare il consenso, ad essere in grado di parlare delle proprie emozioni e ad avere una relazione sana con gli altri e con la propria sessualità. Secondo l’organizzazione Save The Children “educare alla sessualità e all’affettività significa promuovere la conoscenza e la consapevolezza delle proprie emozioni per riconoscerle e imparare a gestirle”. E, invece, l'Italia è da annoverare tra le nazioni che ancora denegano valore all'educazione sentimentale. L’UNESCO e l’OMS raccomandano programmi di Comprehensive Sexual Education (CSE), come strumento fondamentale per prevenire la disinformazione e contrastare episodi di violenza di genere e cyberbullismo. Rendere difficile invece la possibilità che le lezioni vengano tenute da professionisti ed esperti, in base alla nuova normativa approvata il mese scorso, ossia la legge Valditara sul consenso informato, vuole dire negare allo studente il diritto di ricevere informazioni coerenti e fedeli alla realtà. Informazioni che acquisirà lo stesso nel corso della sua vita in modi più o meno opportuni. Come ha fatto Martina Carbonaro, rivolgendosi all'AI, che non le ha comunque evitato di essere uccisa di femminicidio.

Purtroppo l’educazione sessuale e affettiva, che nei paesi nordici è stata inserita nelle scuole circa 50 anni fa, in Italia è ancora un argomento tabù, tant'è che non è materia obbligatoria e, addirittura, necessita da poco del consenso dei genitori, secondo la nuova normativa denominata Valditara dal nome del ministro dell’Istruzione che l’ha redatta., ossia la legge 104/2026. Difatti essa introduce l’obbligo per le scuole medie e superiori di chiedere il consenso dei genitori degli studenti minorenni per la partecipazione a corsi sull’educazione sessuale e affettiva. La richiesta di consenso deve comunicare gli obiettivi educativi dei corsi, gli argomenti trattati e le modalità di svolgimento delle attività, nonché segnalare l’eventuale presenza di esperti esterni. Eppure da un’indagine del ministero della Salute emerge che la famiglia, in Italia sia un contesto in cui difficilmente si affrontano temi come la sessualità, le infezioni sessualmente trasmissibili o la contraccezione.

Difatti “nel 2024, l’associazione Save the Children ha interpellato 400 genitori residenti in Italia con almeno un figlio nella fascia di età tra 14 e 18 anni. Il 95 per cento degli intervistati si è dichiarato d’accordo con l’affermazione «ritengo sia utile fare educazione affettiva e sessuale a scuola, dando la giusta attenzione alle diverse fasce d’età», il 91 per cento con l’affermazione «ritengo utile l’istituzione di un’educazione affettiva e sessuale come materia obbligatoria per i giovani». La maggioranza delle famiglie italiane, quindi, è favorevole all’educazione sessuale e lo sarebbe persino alla sua integrazione come materia obbligatoria nel curriculum scolastico”( Cristina Valsecchi). Dalla stessa giornalista si apprende come il progetto W l’Amore, già attivo in diverse regioni italiane, progetto che “prevede percorsi rivolti agli studenti su tematiche quali emozioni, relazioni, sessualità, identità e prevenzione, con il coinvolgimento diretto di operatori esterni nelle attività scolastiche”, abbia conseguito buoni risultati. Difatti esso, ad esempio, ha consentito a Maya, una tredicenne che aveva partecipato alle correlate iniziative con la sua classe, di trovare la forza di denunciare il cugino trentenne, condannato poi per violenza sessuale. “A scuola ho avuto l’ascolto che a casa non ho mai avuto» - ha detto la ragazza - per questo ho deciso di parlare”.

Diventa conseguentemente difficile negare che l’educazione sessuale e affettiva impartita nelle scuole pubbliche non offrirebbe a bambini, bambine ed adolescenti gli strumenti per riconoscere la violazione dei confini leciti e la consapevolezza necessaria per difendersi e chiedere aiuto nelle situazioni di pericolo, Si tratta nel lungo periodo di formare adulti consapevoli e soprattutto in grado di gestire le emozioni. L’essere umano ha estremamente bisogno, soprattutto in questo periodo storico, di tornare in relazione con sé stesso e con gli altri. In speciale modo gli adolescenti come Martina, che bisognosi di aiuto, se lo vedrebbero negare dalle istituzioni scolastiche pubbliche in base alla legge Valditara del giugno scorso. Un apparato normativo che continua a produrre silenzi e tabù su temi centrali come il corpo, le relazioni, l’affettività, lasciando le nuove generazioni più sole e più fragili di fronte a dinamiche complesse, che la scuola dovrebbe invece aiutare a comprendere.

Pessimo che ciò oltremodo avvenga in un periodo storico caratterizzato da un aumento dei casi di violenza di genere tra adolescenti. “Tutto questo sta avvenendo – si legge nel documento diffuso da AIDOS, Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo – mentre in Italia assistiamo ad un aumento dei casi di violenza di genere, anche tra adolescenti e a un'allarmante diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto tra le persone giovani e giovanissime”. Purtroppo la legge Valditara interviene in modo regressivo sul sistema educativo, contribuendo ad aumentare le diseguaglianze e limitando l’accesso a percorsi che accrescono le competenze emotive e sociali, invece fondamentali per la crescita delle nuove generazioni.

Sul piano della prevenzione, la legge poi si dimostra completamente inadatta, perché invece di rafforzare gli strumenti utili a contrastare le violenze di genere, ostacola proprio quei percorsi educativi che permettono di riconoscerla, nominarla e, soprattutto, prevenirla. Ha proprio ragione Gino Cecchettin, padre di Giulia, vittima di femminicidio, a dire che “Se vogliamo combattere la violenza, dobbiamo avere il coraggio di parlare di affettività prima che diventi cronaca”. La scuola dovrebbe essere il luogo in cui tutti i ragazzi e le ragazze, indipendentemente dal contesto in cui crescono, possano ricevere strumenti per comprendere sé stessi e gli altri, anche per evitare che un giovane uomo usi violenza su una giovane donna.

Senza costringerli a rivolgersi a siti internet, oppure all’AI, che giammai potrebbero insegnare a loro il valore del consenso, il riconoscimento dei comportamenti violenti o manipolatori, la gestione delle emozioni e dei conflitti. Solo così si potrebbe evitare che altre adolescenti come Martina Carbonaro, bisognose di aiuto per comprendere come relazionarsi al coetaneo a cui sono legate sentimentalmente, si rivolgano alle nuove tecnologie, perché non hanno trovato a scuola chi potesse aiutarle, laddove anche la propria famiglia le abbia abbandonate a se stesse.

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