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QUEI BRAVISSIMI ALLIEVI “PER BENE”. E IL RICORDO AFFETTUOSO PER ALCUNI MIEI EX ALLIEVI “POCO PER BEN

QUEI BRAVISSIMI ALLIEVI “PER BENE”. E IL RICORDO AFFETTUOSO PER ALCUNI MIEI EX ALLIEVI “POCO PER BEN

Non ho trovato conveniente condividere lo scritto su Facebook, perché mi sembra un modo per amplificare l'editto del ragazzino. Perché ragazzino resta. Ho insegnato una vita, anche in scuole e classi realmente difficili. In una, in particolare, entrando

Venerdi, 27/03/2026 - "La mia vita è dettata da adulti a cui non importa di me. Non posso più vivere una vita così. Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose". Ho letto l’editto scritto dall’allievo “per bene”, lo studente di tredici anni che covava un odio profondo per la sua insegnante. É entrato a scuola e l’ha accoltellata, colpendola prima al collo e poi all’addome. L’episodio é avvenuto mercoledì 25 marzo in una scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. Una “scuola per bene, con allievi per bene che provengono da famiglie per bene.”
Non ho trovato conveniente condividere lo scritto su Facebook, perché mi sembra un modo per amplificare l'editto del ragazzino. Perché ragazzino resta. Ho insegnato una vita, anche in scuole e classi realmente difficili. In una, in particolare, entrando per la prima volta (scuole medie), mi sembrò di entrare in un manicomio. Tra l'altro un uomo (poi scoprii essere il vice preside), correva con un bastone dietro un gruppetto di ragazzi e ragazze in fuga. Le "bidelle" erano due robuste donne del popolo, una di un bruno terribile e l'altra di un biondo incredibile. Mi raccontarono, poi, di quei loro figli che "entravano e uscivano di galera". Una mi disse giorni dopo: "Eppure l'ho riempito di botte! Il preside della scuola, quando faceva le medie non aveva il coraggio di chiamarmi, perché lo menavo di brutto!"
Entrando nella mia classe quel primo giorno, trovai una quindicina di allievi che parlavano tra di loro. Per abitudine mi diressi alla cattedra e chiesi a tutti di sedersi. Scomparvero. Tranne uno: un bel ragazzino di circa quattordici anni (quindi punibile?). Mi ci avvicinai e gli chiesi di sedersi. Mi guardò e rispose: "E' meglio che me ne vaco". Poi scoprii che l'anno precedente aveva tirato un banco addosso ad una insegnante. In quella scuola non sono mai riuscita a sapere chi fosse in classe con me. Dell'appello non se ne parlava proprio. I miei allievi (miei?), andavano e venivano perché facevo disegni alla lavagna e li incoraggiavo a copiarli dando loro fogli e colori. Ogni tanto una collega veniva a prendersene uno dicendo: “Questo è mio”. Cantavo con loro canzoni vecchie e nuove, napoletane. Quando, all'inizio, se appena li toccavo si gettavano a terra dicendo: "M'avete fatto male", risposi a mia volta gettandomi a terra e dicendo: "M'hai spinto!" Quando arrivavo a scuola alcuni allievi che poi non sarebbero entrati, fingevano di rubarmi la borsa. Non facile descrivere tutte le cose strane, brutte e meravigliose che mi accaddero quell'anno.
Certamente non usai con loro il comportamento “usuale” di una insegnante e il complimento più grande mi venne quando uno di loro, giorni dopo, mi chiese: “Di dove siete?”. “Del Vomero!” Risposi io. E lui, facendo il gesto di tagliarsi una guancia con la mano: “Nun’è o’ vero! Voi siete e abbascio a vicaria!”
L'amicizia che nacque tra me e quel ragazzo "perduto", che seguiva le mie lezioni pur essendo stato prudentemente messo fuori orario con la scusa che doveva mangiare a casa. Entrava e diceva ai colleghi: “Io non ci sono!. chiacchierava con me, dopo avere scoperto che la ragazzina della classe che amava ma voleva lasciarlo a causa del fatto che rischiava di diventare un delinquente come i familiari, gli aveva detto che "Io dicevo cose che le facevano accapponare le carni". Chissà cosa dicevo. Anche con la fidanzatina, davvero graziosa e all’apparenza bene educata, non avevo iniziato bene, perché mi aveva detto che avevo “un alito fetido” e si era modificata verso di me quando le avevo detto che anche il suo lo era: “Nun è o’ vero! E allora neanche il mio!).
Comunque il giovanottino, nel tempo, si convinse (chissà se l’ha poi fatto), ad uscire dalla sua famiglia (si trattava di famiglie certamente non deprivate), per andare a lavorare da alcuni parenti in alta Italia, allo scopo di non farsi lasciare dalla ragazza. Si ritirò dalla scuola e mi auguro poi abbia davvero preso la terza media con il corso per adulti.
Anni dopo, percorrendo la strada storica e pedonale a Napoli che unisce Piazza del Gesù Nuovo all'area di Piazza Nicola Amore (e quindi indirettamente al Corso Umberto I/Rettifilo, dove insegnavo), via tristemente e allegramente conosciuta essere quella in cui avvengono furti di borse, sentii il tipico colpo che prepara al furto, ma poi da dietro sentii la voce di un ragazzo che diceva: “E’ a prufessuressa!” e la borsa restò al suo posto.
Ancora adesso quando ricordo quei ragazzi mi commuovo e mi sento anche vigliacca per averli lasciati l’anno scolastico successivo: Quell'anno ebbi grossi problemi di salute miei e alla fine lasciai le medie per le superiori e finii ad Amalfi dove conobbi altri ragazzi ed amai anche loro. Questa storia non l’ho inserita nel mio libro “Lettera ad un preside”. Troppo “cocente e personale”, assieme a tutto ciò che vissi quell’anno in quell’Istituto.
Forse chi lavora sempre e soltanto con "bravi ragazzi per bene", non sa cosa significhi avere a che fare con quanti con la violenza hanno fatto il callo e un minimo di dolcezza li cambia nel profondo. Leggere nell'animo degli allievi è un dono che auguro a tutti gli insegnanti. Oggi più di mai, in ogni scuola non servirebbe il metaldetector ma l'animadetector. Difficile.
Bianca Fasano

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