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Quelle partigiane calabresi che fecero storia.

Quelle partigiane calabresi che fecero storia.

All' interno del partigianato calabrese poco note le donne che parteciparono alla Resistenza. Offriamo ai lettori di NOI DONNE alcune loro brevi note biografiche.

Venerdi, 03/07/2026

Pagine di storia calabrese al femminile, meriterebbero di essere meglio conosciute e promosse anche fra le nuove generazioni. Una di queste, che per fortuna, negli ultimi lustri sta ricevendo l' attenzione dovuta è quella del partigianato calabrese. Nonostante il Sud italiano non fu interessato dalla guerra di liberazione per l' avvento delle truppe anglo americane dopo l' Armistizio del settembre 1943, furono 917 i Partigiani calabresi: 220 della provincia di Cosenza, 256 della provincia di Catanzaro e 441 della provincia di Reggio Calabria ed ancora nel 2015 Pantalone Sergi presidente dell’Istituto calabrese per la storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea sottolineava che “una rivisitazione della storiografia sulla Resistenza è necessaria quanto determinante per riconoscere la giusta funzione che le Regioni del Sud hanno voluto nella Resistenza”. Se questo è lo scenario generale, osserva Francesca Pignataro nelle pagine de "I Calabresi" che il partigianato femminile calabrese è ancora oggi poco conosciuto. Fra le partigiane calabresi, Anna Cinanni era nata a Gerace Superiore nel 1919 in una famiglia di contadini e, tutti insieme, si trasferirono a Torino tra il 1928 e il 1929. Suo fratello, Paolo, era membro del Pci e la fece avvicinare al Partito. Nel 1935 Anna entra a far parte del “Soccorso Rosso” : organizzazione fondata nel 1922 durante il IV Congresso dell’Internazionale Comunista, per offrire supporto materiale e morale alle vittime della lotta antifascista. Nel 1943, aderisce ufficialmente al Pci ed entra a far parte della “brigata Garibaldi” col nome di battaglia Cecilia. Nel 1945, la Polizia scopre materiale clandestino nel doppio fondo della sua borsa e la arresta a Vercelli. La spostano a Torino per farla giudicare dal Tribunale speciale, ma sopravvenne la liberazione della Città. Con la fine della guerra, Anna continua la sua militanza nel Pci e prosegue l’impegno per coinvolgere le donne nella lotta politica. In vista delle elezioni del 1946, in Piemonte, organizza la “Associazione Ragazze d’Italia”. L’anno successivo è eletta responsabile delle donne alla quarta sezione “Luigi Capriolo”. Nel 1949 partecipa al quinto Corso della scuola nazionale femminile, al termine del quale è nominata funzionaria organizzativa e politica dell’Unione Donne Italiane (Udi). Anna Condò, invece, era nata Reggio Calabria e, dopo i bombardamenti degli Alleati, si trasferisce in Piemonte con la famiglia. Qui il fratello Ruggero aderisce alla “brigata Garibaldi” e anche Anna entra a far parte di una cellula della Resistenza, col ruolo di staffetta. Il fratello viene catturato e muore in un campo di concentramento tedesco. Lei, invece, finita la guerra, torna a Reggio Calabria. Diventa insegnante coltivando la memoria di Ruggero e di chi, come lei e suo fratello, aveva fatto parte attiva della liberazione dell’ Italia dal Nazi Fascismo. Caterina Tallarico, invece nacque nel 1918 a Marcedusa, nel Catanzarese, e si trasferisce a Roma per studiare medicina. Nel 1942, sotto consiglio del fratello Federico, decide di spostarsi a Torino, che era una Città più sicura della Capitale; particolarmente in caso di bombardamenti. Qui inizia ad offrire supporto medico ai Partigiani. Finita la guerra, torna in Calabria per esercitare la stessa professione. Teresa Tallotta Gullace era nata a Cittanova nel 1907 in una famiglia di braccianti. Dopo aver spostato Girolamo Gullace, col marito si trasferisce a Roma. L’uomo, nel 1944, viene catturato durante un rastrellamento di civili nella zona di “Porta Cavalleggeri”. Teresa, al settimo mese di gravidanza, si presenta davanti alla Caserma assieme a centinaia di altre donne per chiederne la liberazione dei carcerati. Un’altra Partigiana calabrese fu Giuseppina Russo. Era nata a Roccaforte del Greco, nel Reggino, e col marito Marco Perpiglia si era trasferita a La Spezia per cercarvi lavoro. In Liguria Giuseppina entra a far parte della “brigata Garibaldi” e partecipa alla Resistenza: le necessità nazionali, anche per lei erano superiori a quelle economiche e familiari. Pure queste brevi note biografiche, a nostro parere, evidenziano che il partigianato italiano non era la semplice somma di persone “sbandate”. Se mai, dopo l’Armistizio era l’intera Italia ad essere sbandata e chi scelse l’antifascismo lo fece il più delle volte convintamente, partendo dalle proprie idealità e dalla propria esperienza quotidiana.
Francesco Rizza

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