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Ricomincio da me

Ricomincio da me

Autismo e maternità: il racconto di Rosa, tra lucidità, dolcezza custodita e desiderio di dare

Venerdi, 01/05/2026 - Comincio a scrivere l’email a Rosa Capezza. Una breve riflessione sulla sua persona, sulla base della conoscenza che ho fatto di lei negli ultimi tempi.
Rosa è una persona molto informata nell’ambito delle iniziative che ruotano intorno al mondo della disabilità, la più informata che io abbia mai conosciuto. In altre parole, se voglio sapere qualcosa, le scrivo due righe e, nella maggior parte dei casi, lei mi risponde dandomi ciò di cui ho bisogno.
Mi appare anche, come molte di noi, liberamente arrabbiata per le carenze del sistema dei servizi.
Ma quello che più mi arriva di lei è altro: Rosa non ha paura di far capire come si sente davvero. Non addolcisce, non nasconde. E questo riguarda tutto: quando parla dell’autismo di sua figlia, di ciò che significa viverlo ogni giorno dentro una famiglia, ma anche davanti a una società che spesso non sa vedere, non sa sostenere, non sa accogliere e dentro la quale, se non impariamo a muoverci, rischiamo di restare spettatori.
A questo punto, invio l’email con le domande, lasciandole la libertà di rispondere come vuole, seguendo il suo filo e Rosa risponde così:

«Grazie per questa descrizione così particolare che hai fatto di me, mi fa sentire unica…» poi aggiunge, quasi con ironia: «Più informata rispetto ad altre madri caregiver non saprei, ma sicuramente mi tengo aggiornata, ho i miei informatori!».

Ma subito dopo arriva il punto: condividere le informazioni, per lei, è diventata una missione. Dice: «Trent’anni fa, quando mia figlia era piccola, mi sono sentita profondamente impotente, senza sapere a chi rivolgermi, brancolando nel buio». Ed è una cosa che dice di non volere che accada ad altri.

Ed è su questa riflessione che mi apro al racconto di Rosa, che capisco essere una persona aperta e non indifferente all’altro. Rosa vuole dare.

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Oggi sua figlia, Maria Paola, ha 34 anni. «Di strada ne ha fatta», racconta Rosa. Da un autismo molto grave, che comprometteva comunicazione e relazione rendendola anche aggressiva, fino a diventare una giovane donna consapevole della propria condizione. Una consapevolezza che porta con sé anche tristezza e rabbia. Eppure, attraverso un lungo lavoro su se stessa, Maria Paola ha fatto enormi progressi, fino a raggiungere un equilibrio e una sua integrazione sociale.
Frequenta un centro diurno, gioca a padel, disegna - ed è proprio nel disegno che esprime il suo mondo interno e trova calma - ma soprattutto sta seguendo un percorso per diventare modella.

Ed è impossibile non fermarsi un attimo su questo: una giovane donna nello spettro autistico che prova ad abitare anche quel mondo, quello della moda. Come a dire che i confini, a volte, sono più rigidi fuori che dentro.

La priorità di Rosa, oggi, ha un nome preciso: il Dopo di Noi. Una stabilità che sente ancora lontana, ma che immagina possibile: Maria Paola che co-abita con altri ragazzi, felicemente integrata.

Intanto, la vita scorre dentro una quotidianità che Rosa definisce con una frase che dice molto più di quello che sembra: tra Maria Paola e suo fratello Giampiero c’è una «convivenza cordialmente civile», e aggiunge: «Rido. Comunque, ciascuno ha i propri spazi, con un equilibrio costruito giorno per giorno».

E poi c’è la parte più faticosa, che Rosa non alleggerisce: «Sempre mi sento sola in questo percorso». Le ansie e le preoccupazioni che l’assalgono quotidianamente le definisce sassi in uno zaino che diventa sempre più pesante.

E il peso resta anche nel percepire una mancanza di volontà da parte delle istituzioni nel far funzionare davvero i servizi, nel venire incontro alle famiglie invece di lasciarle sole.
Eppure, dentro tutto questo, c’è qualcosa che non ti aspetti. Rosa non indora la pillola. Parla di un percorso lungo e duro, di montagne russe, di frustrazione. Ma poi, quasi in fondo, lascia emergere un’altra cosa. Più sottile.

«Non trascurare la tua salute… non dimenticarti di vivere la tua vita», rivolgendosi a una ipotetica madre nella sua stessa situazione in risposta a una mia domanda. E continua: «Difendi con le unghie e con i denti i tuoi spazi e i tuoi momenti di evasione… perché quando diventerai vecchia, dovrai guardarti indietro senza rimpianti».

Ed è qui che qualcosa si sposta: ritorna la Rosa che vuole dare e, improvvisamente, mi viene in mente il motto che ha messo sul profilo Facebook e che spesso pronuncia parlando: Ricomincio da me.
E allora penso che tutto ciò che di più buono può accaderci nella vita parta proprio da una conversione dello sguardo su noi stessi, che non è rinnegare il mondo esterno, anzi: è un modo di stare a schiena dritta nel mondo, per quello che si è.

Infatti…
…dentro una narrazione che potrebbe restare solo nella fatica, nella rabbia per i disservizi, nella solitudine, compare invece una forma di consapevolezza che ha una sua dolcezza, che Rosa ha imparato a tenere nascosta, come si fa con ciò che è troppo fragile per essere esposto. Occorre difendersi per sopravvivere a dolori così grandi. Senza rinnegarsi.
E la sua dolcezza mi appare come una rosa posta in una teca di cristallo, e ha ancora perduto la sua ultima foglia.

Ricomincio da me, come se, dentro tutto quello che non ha potuto scegliere, Rosa avesse trovato comunque uno spazio in cui scegliere di non perdersi del tutto. E forse è proprio questo il punto più potente del suo racconto.
Non solo resistere, ma, in qualche modo, continuare a esserci anche per sé. Perché è l’unico modo per poter dare qualcosa agli altri di sé, e Rosa, per me, è una persona che desidera dare.

Questo è ciò che traspare anche dalla vita che oggi Maria Paola conduce: con coraggio affronta ogni giorno un mondo complesso, con i limiti comunicativi che il disturbo autistico comporta. Certo, lo fa in una situazione protetta, con alle spalle una famiglia vera, con la quale ha una relazione autentica, visibile nel racconto che Rosa ci restituisce senza tanti fronzoli.
Una relazione possibile anche col fratello, al quale Rosa cerca di non scaricare pesi che non sono i suoi, favorendo invece un legame affettivo tra i due e definendo con chiarezza i confini di tale relazione. Confini che permettono a ciascuno di riconoscere l’altro, anche dentro la complessità dell’autismo, proprio perché esiste una giusta distanza.
E poi la relazione madre-figlia: solida, profondamente affettiva, nel senso più pieno e radicale del termine.

È la prima volta che resto con la penna sospesa sul finale: non lo trovo.

E mi rendo conto che ciò che mi resta del racconto di Rosa è una lucidità che non consola, ma permette di restare dentro le cose: senza esserci a tutti i costi, senza perdersi, senza dissolversi.
Forse, il finale non lo trovo perché ancora non c’è. Quel Ricomincio da me è un percorso in atto, iniziato quando Rosa aveva quarantacinque anni.
Maria Paola è ancora accanto a lei: madre e figlia sono in cammino verso “il dopo di noi”, il loro è un divenire, la loro storia insieme lo è.

La ringrazio.

Marina Morelli
 

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