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Rivolte di donne nel secondo dopoguerra: il caso di Montescaglioso (MT)

Rivolte di donne nel secondo dopoguerra: il caso di Montescaglioso (MT)

Lotta al Latifondismo e resistenza partigiana furono le due facce della stessa medaglia nell' Italia meridionale.La rivoluzione al femminile di Montescaglioso (Mt).

Lunedi, 06/07/2026

Resistenza e lotta contro il Latifondismo furono un binomio inscindibile a cavallo degli degli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso. Prima dei tragici "fatti di Melissa" dell' ottobre del 1949 dopo i quali, anche per il clamore sui giornali nazionali, il Governo dovette riformare un'anacronistica situazione che andava avanti dall' eno normanno, una rivolta che fece molto clamore in Basilicata fu quella di Montescaglioso dove ad animare la protesta furono, in gran parte, donne. Ad organizzare la protesta lucana Anna Avena, Marianna Menzano e Nunzia Suglia; Marianna Menzano era a capo del movimento bracciantile e così ricordava l'inizio della lotta: "Per trentasei giorni consecutivi andammo sulle terre. Quando tornavamo la sera dalla campagna facevamo il giro della villa comunale e poi la riunione in Piazza Grande. La miseria era tanta e i terreni erano tutti nelle mani dei grossi agrari che, chiamati in Comune, si erano rifiutati di concedere un po' di terra ai reduci e ai combattenti tornati a casa. Così incominciammo la grande lotta per la terra a Montescaglioso". Neppure con l'intervento della Polizia e dei Carabinieri le donne si spaventarono e continuarono l'iniziativa. "Noi donne – continua Marianna nel suo racconto – quel giorno non eravamo con i nostri uomini. Una donna venne a dirmi, concitata, che la Polizia era andata in campagna per arrestare gli occupanti. “Andiamo” – dissi – “prendete anche i bambini”. Una marea umana, in poco tempo, con i bambini davanti e le donne dietro, circondò la masseria e non facemmo passare le camionette dei Carabinieri". Alcuni giorni dopo, il 14 dicembre, alle 2 del mattino, dopo aver interrotto l'erogazione dell'elettricità, i Carabinieri del Battaglione Mobile di Bari arrivarono a Montescaglioso. Iniziarono le perquisizioni casa per casa, svegliando uomini, donne e bambini. Così Nunzia Suglia raccontò quelle ore ad Alberto Jacoviello, inviato de L'Unità: «"Sfondata la porta, sono penetrati in cinque con i mitra spianati nel buio della stanza, intimando alla donna di seguirli. I figli allora, svegliati dal sonno, ad uno ad uno, brancolando nel buio, sono scesi dal letto e hanno cercato di fare scudo alla madre che, dal canto suo, pregava i Carabinieri di uscire per darle modo di vestirsi. Ma i Carabinieri le intimarono di vestirsi in loro presenza e, al tempo stesso, cercavano di allontanare i figli da lei. Poi, mentre la donna era ancora seminuda, strappandola a viva forza dalle mani dei figli, se la sono portata via. Nessuno ha più potuto trattenere allora quelle creature, che si sono messe a urlare. E alle loro grida facevano eco altre altissime grida dei figli degli altri contadini che venivano arrestati con gli stessi brutali procedimenti". Michele Strazza aggiunge: "Marianna era una delle maggiori attiviste del movimento, quando ogni giorno e ogni notte c'erano riunioni per discutere sul da farsi, delle terre da occupare e da lavorare, sotto gli occhi onnipresenti di Polizia e Carabinieri. Lei aveva sempre un'idea da proporre, un suggerimento da dare, una scelta da indicare come indispensabile in quel groviglio di situazioni che si accumulavano, di fronte alle quali occorrevano una calma e una freddezza che nessuno, al suo posto, sarebbe stato in grado di avere in momenti così difficili, quando ciascuno attendeva una parola rassicurante, una soluzione che potesse essere davvero quella giusta. Si trattava di tenersi al riparo dalle pallottole di Scelba che piovevano quando uno meno se l'aspettava, come un castigo del cielo, un'amara punizione per chi lottava per il lavoro e la democrazia". «I Carabinieri bussarono alla mia porta e mi dissero: “Vieni in caserma”. Non ricordo che ora fosse. Abitavo in via San Giovanni Loventa, una strada vecchia del paese. Siccome c'era mia madre che non stava bene, avevo detto a mio figlio di venirmi a chiamare. Quando ho sentito bussare alla porta, ho pensato che fosse mio figlio. Non appena ho aperto, sono entrati tutti i Carabinieri in casa. La casa era piccola. Hanno cominciato a rovistare nel comò, credevano che io avessi delle armi; invece hanno trovato dei giocattoli dei bambini. Mi dissero di seguirli in caserma. Io risposi: “Non vi seguo, vengo domani mattina”. E quelli: “Dovete venire ora un momento in caserma”. Allora mi sono vestita. E invece di andare in caserma a Montescaglioso, c'era un camion fermo dove ora c'è il distributore di benzina". Fu così che scoppiò la protesta e vi furono alcuni arresti. La gente si avviò verso la Camera del Lavoro, chiedendo la liberazione di compagni e familiari. Dal mitra di un vicebrigadiere dei Carabinieri, Vittorio Conte, furono esplose varie raffiche che colpirono Michele Oliva, rendendolo invalido, e Giuseppe Novello, che morì successivamente in ospedale. Sul posto una donna, Vincenza Castria, anch'essa tra le organizzatrici delle occupazioni e moglie proprio di Novello, si aggrappò alla divisa del sottufficiale per dissuaderlo, inutilmente, dal proposito di sparare, gridandogli: «Avrai anche tu dei figli, non sparare, non sparare, per carità!» Ma tutto fu vano e, ancora una volta, sangue innocente fu.
Francesco Rizza

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