"..È il diario di una creatura che per un anno della sua vita si trova immersa nel futuro, accanto a una realtà nuova, inimmaginabile e anche paurosa; ma che ha le proprie radici nel passato..."
Domenica, 22/03/2026 - Oriana scrive d’impeto 620 pagine di un’avventura molto originale, che ho letto due volte perché è uno stupefacente viaggio in un mondo che doveva essere, ma che non è mai stato, immaginato, studiato, progettato con sforzi e sacrifici immensi, in parte realizzato con l’epico sbarco sulla luna, ma a noi lontani terrestri europei parzialmente svelato.
La prima edizione Rizzoli di “Se il Sole muore” è del maggio 1965.
In copertina, l’intenso primo piano di Oriana Fallaci al telefono, mentre la si immagina in collegamento con la redazione de ‘L’Europeo’ per passare in diretta il suo reportage, inimitabile testimonianza di un’epoca e di uno stile.
Il libro viene costantemente ristampato (25 edizioni e circa 180mila copie) fino alle riproposte del 1981 in formato tascabile nella BUR, con oltre 140mila copie e 14 edizioni, e del 2000 nella collana BUR Oro: in dieci anni 12 edizioni con oltre 130mila copie.
Nel 1965 il nome di Oriana Fallaci, i suoi articoli e i suoi libri sono già molto noti nel mondo e ‘Se il Sole’ muore viene rapidamente tradotto in undici lingue straniere.
Negli anni Sessanta l’avventura nello spazio è considerata come l’inizio di un’era di sorprendenti prodigi tecnologici: per la prima volta nei secoli l’uomo diventa «una stella nel cielo», varcando la soglia di quell’infinito su cui avevano teorizzato filosofi e poeti.
Fallaci è particolarmente affascinata da questa nuova dimensione, memore delle sue passioni per Jules Verne e ispirata dai grandi maestri della fantascienza. Roy Bradbury - padre fondatore della fantascienza più estrema - diventò un suo grande amico e negli anni ’60 si frequentarono assiduamente a New York.
Nell’arco dell’anno 1965, come inviata de ‘L’Europeo’, intraprese una serie di viaggi negli Stati Uniti e trascorse lunghi periodi nelle basi spaziali della NASA.
Lo straordinario materiale che raccolse grazie ai suoi reportage diventò la premessa per scrivere il nuovo libro: cronaca, storia e diario si intrecciarono poi in una sorta di «breviario del futuro».
Al rigore del giornalista che fornisce notizie inedite sugli astronauti che andranno sulla Luna e su Marte, sugli studiosi e i tecnici che lavoravano per rendere possibile il viaggio, si alterna una componente fantastica e autobiografica che si esprime parallelamente al dialogo con il padre toscano, solido punto di riferimento familiare nella natia Firenze e custode di una saggezza antica e avversa alle innovazioni.
Come scrive Domenico Porzio in una sua Cronaca alla pubblicazione del libro: “La requisitoria di Oriana diviene una arringa in difesa dei pionieri che bussano alle porte del futuro: la ragione è dalla loro parte e con loro stanno i giovani e stanno le speranze del mondo”.
La spiegazione del senso profondo del libro è Oriana stessa a fornirla in una intervista del 13 giugno 1965: “’Se il Sole muore’ è una storia d’amore. È la storia della scelta di un sistema di vita, di una creatura che deve scegliere tra passato e futuro, tra suo padre e degli estranei, tra la civiltà in cui è nata e quella avvenire, diversa e ancora sconosciuta. Una scelta molto più grave e determinante di quella di un marito o di un amante. Un dramma, anche.
È il diario di una creatura che per un anno della sua vita si trova immersa nel futuro, accanto a una realtà nuova, inimmaginabile e anche paurosa; ma che ha le proprie radici nel passato, simboleggiato dal padre che è il silenzioso interlocutore della protagonista, che poi sono io, vede il futuro (cioè l’avvenire degli uomini nello spazio, la tecnologia, il mondo dei centri di ricerca spaziale americani e degli scienziati, le ipotesi sull’ignoto e la sua già parziale rivelazione) con odio, con terrore.
Il Sole si spegnerà, forse dovremo emigrare su altri pianeti, forse cambieremo, non saremo più umani con il corpo che abbiamo, la forma che abbiamo, ma una forma che non possiamo immaginare nemmeno... Ma che a noi piaccia o no, che lo vogliamo o no, il futuro viene, ed è quello. Sulla Luna, sugli altri pianeti e sistemi solari ci vogliamo andare e ci andremo, è inevitabile. Così come il pesce, milioni e milioni di anni fa, uscì dal mare, mise su faticosamente una colonna vertebrale e riuscì a stare a sedere invece che nell’acqua, sviluppò le proprie branchie sino a farne braccia e mani, e si alzò in piedi, camminò, riuscì ad afferrare le cose, pensare, e pensando si accorse di non esser più pesce ma uomo.
[... Andar sulla Luna] vuol dire la stessa cosa che voleva dire andar sulla terra quando il pesce uscì dall’acqua e imparò a non affogare nell’aria, e divenne un uomo. Vuol dire prepararsi a far le valige per recarsi in altri pianeti scaldati da altri soli: per viverci quando il nostro Sole morrà e la Terra morrà. Vuol dire continuare la Vita. Vuol dire amare la Vita”.
Da grande narratrice Oriana penetra nella non facile psicologia di giovani addestrati alla rinuncia e al sacrificio, alla disciplina e a curvare la propria emotività in funzione di una sfida senza precedenti e quindi ci fa avvicinare vari astronauti della NASA del programma Mercury, John Glenn, Alan Sheprd, Gordon Cooper, Neil Amstrong, Wally Shirra che intervista raccontando le loro personalità, ma anche le paure, la vita familiare, la pressione a cui erano sottoposti.
L’incontro con Deke Slayton la turba moltissimo, perché lei scopre che durante la seconda guerra mondiale era stato pilota di bombardieri B-25 nell’aviazione americana con missioni di bombardamento anche sopra l’Italia e sopra la città di Firenze, a cui Oriana era scampata quasi per miracolo fuggendo dal centro verso la campagna in bicicletta in preda al terrore. Fra i due tuttavia si stabilisce una genuina forma di reciproco rispetto e una solida amicizia.
Altrettanto inaspettato è il racconto dell’avventurosa vita del geniale scienziato nazista Von Braun e della sua fortunata fuga in America con 120 famiglie di suoi collaboratori che ebbero nel 1955 la cittadinanza americana. Von Braun fu uno dei padri della temuta V2, ed era considerato da Hitler lo scienziato più prezioso del secolo. Gli americani lo amarono come un Cristoforo Colombo dello spazio, un eroe da fantascienza e gli attribuirono tutte le supreme virtù: la passione, la capacità organizzativa, l’ottimismo, la fantasia, il merito di avere riscattato l’America dalla brutta figura fatta con il primo sputnik. In realtà Von Braun fu un grande opportunista e quando si trattò di scegliere fra russi e americani che avanzavano da opposte direzioni scelse gli americani, ma nessuno poté cancellare il suo passato di costruttore di migliaia di bombe che distrussero Londra e tante città inglesi. Oltre a queste armi letali Von Braun aveva già approntato lo studio di altri razzi superveloci che mise a punto in America, convinto che il progresso avrebbe consentito alla Nasa di colonizzare non solo la Luna ma anche Marte entro il 1980.
Sono bellissime queste ‘controstorie’ della Fallaci, queste ruvide visitazioni dei lati oscuri di tanti personaggi che occuparono le copertine patinate di ‘Life’ e delle riviste dell’epoca, e riprese televisive in bianco e nero talmente fumettistiche e stilizzate da essere da alcuni considerate una finzione scenica.
Naturalmente il gioco al rischio di perdere tutto e finire in uno spazio eterno non abbandona mai la coscienza dei personaggi e li tiene uniti in una tragica consapevolezza.
Ma il destino si fa beffa della loro olimpica ambizione e Theodore Freeman muore, per colpa di un’oca di 12 chili che colpisce il parabrezza del velivolo durante un volo di addestramento.
“Da lontano sembrava una nuvola sparsa. Teodoro entrò dentro la nuvola che invece era l’oca e l’oca andò a sbattere contro la carlinga. Le bocche dei motori del T38 sono sotto la carlinga e un’ala dell’oca entrò dentro la bocca del motore sinistro. Si udì un’esplosione in due tempi e poi il motore si incendiò. Si incendiò come un fiammifero ma Teodoro ne mantenne il controllo, tentò di atterrare lo stesso sulla pista di Ellington. Era stato istruttore di volo, collaudatore di tanti aerei: tante volte aveva atterrato con i motori in fiamme. Teodoro virò, abbassò il carrello e scese verso la pista. Ma le fiamme erano alte. Gli impedivano la visibilità. Teodoro capì che non poteva atterrare. Poteva soltanto abbandonare l’aereo gettandosi con il paracadute. Teodoro virò di nuovo, si allontanò dalla pista per scegliere un posto dove abbandonare l’aereo, gettarsi col paracadute. A terra aspettavano tutti che si gettasse. Speravano solo che non si gettasse dove erano le case. In quel momento era sopra le case. Le case degli astronauti. Teodoro non si gettò dov’eran le case. Non poteva vederle ma sapeva che c’erano. Si diresse verso un campo di trifoglio a tre miglia dalla sua casa. E così perse secondi preziosi. Preziosi. L’aereo scendeva, infatti scendeva. Quando la carlinga si aprì e il corpo di Teodoro schizzò, l’aereo era a trecento metri: lo capirono tutti che il paracadute non avrebbe fatto in tempo ad aprirsi. Il fatto è che Teodoro era schizzato via male: verso il basso anziché verso l’alto. Il paracadute non si aprì. Teodoro piombò a picco sul campo di trifoglio. E qui lo trovò Pete: rotto come un bicchiere””
Mentre Fallaci è a Cape Kennedy, arriva un telegramma: “Era il tuo telegramma, papà, e diceva: ‘Torna subito, la mamma è gravemente ammalata’. La fragilità cardiaca della madre Tosca risale all’arresto del padre per mano dei fascisti e all’angoscia che visse quando il babbo fu in prigione, coi topi, al punto da perdere un bambino. [...] Mia madre aveva coraggio, però insieme al coraggio aveva paura. Si ammalò di cuore in quei mesi e da allora il suo cuore non fu più lo stesso”.
Alla notizia di una nuova crisi, Oriana abbandona tutto e si precipita al capezzale della madre. “Cosmonavi, tute pressurizzate, centrifughe: ma perché non inventavano invece qualcosa che impedisse l’infarto? Cyborg, urina che torna acqua pura, assenza di peso: ma perché studiavano come regalare la vita a un altro pianeta?
Il corpo non è ancora morto, quando il cuore si ferma, e il cuore si può rimpiazzare: ci riusciremo assai presto...” Presto? Quando presto? Cosa significa presto? Presto oggi, presto domani, presto fra cinquant’anni o cent’anni? Presto per me vuol dir subito, ora, in questo momento, mentre reggo il suo polso, mentre guardo le sue mani sfinite, i suoi capelli opachi, i suoi occhi impauriti. Siete veramente capaci di fare presto? E allora fate presto, perdio, cacciatelo ora quel buio, assicurategliela subito quella immortalità”.
Quando ancora lavorava a una serie di progetti che prevedevano la riproposta delle sue Opere, Oriana Fallaci lascia un’indicazione relativa a una specifica intervista con il professor Kantrowitz sul futuro della ricerca scientifica, che avrebbe voluto integrare nel testo di “Se il Sole muore”. E così è stato fatto nell’ultima edizione BUR del 2021.
Perché anche lei ammise di essersi convertita, di essersi fatta coinvolgere in questa speranza di progresso, di essere convinta che tanti uomini e donne, tanti scienziati abitassero già il futuro e potessero trovare modi e mezzi per migliorare e prolungare la Vita dell’uomo.
Oriana Fallaci
“Se il sole muore”
ISBN 978-88-17-077--5
BUR Rizzoli 2021
13 Euro
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