Tra le tante voci silenziate che hanno dato il loro contributo alla Resistenza ci sono state donne di tutte le categorie. Monache comprese
Lunedi, 06/04/2026 - Sicuro che le donne si sono occupate di tutto in ogni genere di circostanza. Se si pensa alla fabbrica del duomo di Milano - ma fu così per tutte le cattedrali - le “maestranze” non erano solo lavoratori di genere maschile: per portare i sacchi e fare la calcina erano buoni tutti e anche donne facevano le facchine e le muratore per mettere qualche piatto caldo davanti ai loro bambini. Quando c’era da spendere il cervello, le donne sembravano mute perché nessuno chiedeva il loro parere e loro stesse non si azzardavano ad esprimerlo. Purtroppo i sistemi producono mezzi di distrazione di massa e - da Garlasco alla Famiglia nel bosco - si pubblicizzano casi che deragliano il treno della giusta informazione democratica. Sarebbe molto importante che, proprio nel momento in cui le donne hanno potere - capo del governo, capo dell’opposizione, presidenza della Commissione Ue - la politica delle organizzazioni progressiste si rendesse conto di dover immettere negli orientamenti delle loro campagne la cultura che le donne hanno comunque espresso nei secoli.
Nella Resistenza ci sono state donne di tutte le categorie. Dobbiamo ricordare che, se dovessimo ricercare una contabilità di genere, molti convegni hanno dimostrato che, se alla presenza nelle fila combattenti si aggiunge la rete di sostegno dell’attività clandestina e di coordinamento, le partigiane (degradate allora a “staffette”) sono state una marea. Un intervento di Grazia Loparco sull’Osservatore Romano (30.12.2025) introduce la presenza delle religiose. “Le suore partigiane” sono ancora un oggetto di ricerca inedito e le femministe cattoliche dovrebbero trovarlo interessante. Le citazioni sono relativamente poche, anche perché si tratta di storia orale e se le interessate non hanno lasciato diari e non ci sono notizie di onori resi anche alla memoria, siamo alle solite: le donne “scompaiono” e, se sono suore, difficilmente c’è riconoscimento. Certo le chiese locali non erano pronte a registrare le azioni che allora - tra il 1942/‘45 - erano trasgressive due volte. L’orecchio storica sente ancora i vescovi brontolare di qualche “sorella” (“questa benedetta donna mi farà impazzire”), ma non indagano e lei porta dentro il santo abito dalla ampie tasche messaggi ai carcerati politici.
L’articolo ci dà qualche nome: una che ebbe il massimo riconoscimento della medaglia d’oro nel 1962 e i suoi resti riposano nel sacrario dei caduti per la Resistenza fu sr. Serafina (Giacomina) Gazzoli per aver prestato a assistenza ai partigiani dell’Astigiano. A Carrara va ricordata sr. Antonia Deidda che, intervistata, racconta: “la nostra attività patriottica ebbe inizio l’8 settembre ’43, nel campo di concentramento di Marina di Carrara” dove lei e altre consorelle portarono abiti civili per far fuggire i militari e a ripararsi in famiglie. Diedero aiuto anche a disertori repubblichini, aiutate da un carabiniere a contatto con la formazione Lino Parodi e con Bernardo Zuccolini, il primo partigiano con cui erano entrate in contatto e al quale trovarono un’abitazione sicura per evitare la vigilanza. Non mancarono i problemi quando l’attività del convento fu nota alla superiora. Nelle carceri l’abito religioso nascondeva messaggi, medicinali, biancheria pulita per i detenuti politici.
Nella Casa dello Studente di Genova furono portate le detenute e le condannate a morte o alla deportazione nei lager, casi gravissimi poi commutati in detenzione in ospedale psichiatrico a Milano per intervento dei vescovi sollecitati da sr. Enrichetta Alfieri, sr. Paola Nervi, sor Donatella Castrezzati. Conosciute come presenti sul campo come staffette e persino come agenti dei servzi segreti partigiani: sr. Carla De Noni che si presentava con il rosario in mano a negoziare tra le parti per evitare rastrellamenti di massa. fucilazioni, eccidi; sr. Imelde Ranuzzi di Palagano (Mo), madre Iole Zini a Villa Minozzo (RE); Caterina Bianciardi a Castellina in Chianti. Sr. Castrezzati dichiarò che in più luoghi erano state “Partigiane di Cristo”. Tra almeno altre venti che ebbero riconoscimento e premi sr. Maria Pidemia Ferrari, sr. Maria Angela Goglia, impegnate per la partecipazione al voto del ’46. L’articolo ricorda doverosamente i nomi di 29 Giuste tra le Nazioni iscritti nello Yad Vashem e 20 che ricevettero medaglie ed encomi.
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