Togliamoci il burkini, togliamoci il reggiseno del costume
Elementi di riflessione circa l'utilità degli spazi separati per donne e "lontani dallo schifo che porta con sé il maschio, in ogni dove, anche in vacanza"
Estate 2026, sollecitato dall’associazione interculturale Armonia, il lido di Salorno (Bz) riserva per un’ora al giorno l’ingresso a sole donne, a prescindere dal credo o dal costume indossato.Iniziativa simile è stata promossa anche a Roma dalla piscina di Tor Tre Teste [1].
Fatima Zaini, sostenitrice dell’iniziativa del lido di Salorno, ha spiegato che seppur sia possibile fare il bagno in burkini anche durante il regolare orario di apertura, il giudizio costante pesa [2].
Le critiche e, più in generale, le riflessioni non si sono fatte attendere.
Si è detto sia che si tratta di segregazione sia, in modo più costruttivo, che tali iniziative in nome dell’integrazione ignorano i fondamenti patriarcali delle religioni (incluso l’islam) [3].
In tal senso è positivo ricordare la violenza subita dalle donne, non solo in passato ma anche nel presente, a causa dei dettami religiosi. L’integrazione dovrebbe quindi portare anzitutto a sostenere iniziative di conoscenza della lingua italiana per potersi rendere autonome e indipendenti [4].
È stata poi contestata la promozione di spazi separati, ritenendo irrinunciabile «lavorare su stereotipi e patriarcato» [5]; si è ipotizzato uno scenario in cui, in ogni luogo «dove prima stavamo insieme», saranno previsti spazi solo per donne.
In tal senso però si deve ricordare che già esistono luoghi per donne (ad esempio palestre [6], spiagge [7], carrozze dei treni [8]). Inoltre quando spazi come librerie e gruppi di autocoscienza sono emersi storicamente, noi donne ne abbiamo tratto ampio beneficio.
Pertanto il potere degli spazi separati non va frainteso e nemmeno sottovalutato.
In primo luogo, sono fondamentali per sentirci sicure, almeno in qualche posto. È positivo avere luoghi dove stare lontane dalle molestie del maschio, dalla loro sopraffazione: vogliono intervenire per primi, parlarci sopra, guardarci sessualizzandoci, schernendoci, imponendo la loro esistenza sulla nostra. Non in eterno, certo! Solo mentre aspettiamo che, magari, un giorno prenderanno una botta in testa e decideranno improvvisamente che vogliono rinunciare ai loro privilegi.
La società patriarcale infatti, con annessi valori e istituzioni, è creata dal maschio a vantaggio del maschio ed è fondata sulla violenza. Lo sfruttamento della terra, degli animali, degli altri esseri umani, il porno, la prostituzione, lo stupro: non sono prova di una presunta crudeltà “dell’essere umano”, così dicendo si deresponsabilizza l’autore della violenza che è l’uomo, socializzato in un ruolo violento che a quanto pare intende mantenere.
Già nel secolo scorso Solanas, stufa dell’abuso e della sopraffazione, definiva il maschio mancante, egocentrico, intrappolato in se stesso. Incapace di empatia o di compassione, tanto che considerarlo un animale non umano sarebbe stato lusingarlo: «è una macchina, un dildo ambulante» [9]. La violenza, la forza sono mantenute a suo piacimento. La legge (penale) ennesima istituzione creata dal maschio per il maschio è volta a contenere l’uso della forza ma riserva infinite garanzie all’autore della stessa (basti pensare ai sistemi giuridici accusatori, come quello italiano, in cui le garanzie dell’imputato sono infinite, a partire dalla presunzione di innocenza).
Quindi, non solo là fuori è protetto ma, prima che le femministe si prendessero il disturbo di incazzarsi, in privato, il maschio poteva fare quello che voleva perché la legge mica entrava nelle case: la famiglia nucleare era (ed è) a suo vantaggio. Confluiscono infatti nella moglie più “ruoli”: la prostituta (lo stupro coniugale non era stupro), la domestica e la babysitter (sua e dei suoi figli).
Tuttavia la società basata sulla violenza è un’arma a doppio taglio: oltre agli infiniti privilegi vi sono di certo degli aspetti negativi. Il maschio infatti ha “problemi con le sue emozioni” fino ad ammazzarsi più spesso, muore in attività rischiose perché tiene comportamenti rischiosi, fatica a sviluppare legami con figli e figlie. Ma rinunciare al genere maschile significherebbe rinunciare anche ai privilegi e, come dimostrano quotidianamente, non sono intenzionati a farlo. Per noi donne invece è molto più urgente: è una questione di sicurezza, salute fisica e mentale, di vita o di morte. A noi conviene subito smantellare la società del maschio, anche tramite degli spazi separati per essere al sicuro, parlare della nostra condizionee agire di conseguenza.
In tal senso gli spazi separati ci permettono, lontane dallo sguardo maschile, di prendere coscienza di noi stesse. In tali luoghi si potrebbe discutere tra di noi anche dell’iniziativa in discorso, riflettendo su quanto segue: sia il burkini sia il reggiseno del costume rispondono alla stessa imposizione. In un caso si vuole sottrarre tutto il corpo allo sguardo maschile perché tutto il corpo è ritenuto “intimo”, nell’altro si intende nascondere “solo” il seno. La discriminazione alla base è la stessa: le donne devono indossare ciò che gli uomini non devono indossare, sono costrette alla scomodità e non per una ragione logica (quale è l’igiene per le mutande del costume). Il pervasivo doppio standard quindi non ci lascia in pace nemmeno nei momenti di svago e a nessuna età.
Persino alle bambine, che di certo non hanno un seno, le catene di abbigliamento vogliono rifilare il reggiseno del costume. È sufficiente aprire i social, sfogliare una rivista, camminare tra le vetrine per vedere che alle bambine non solo viene “proposto” ilreggiseno ma questo prevede design sessualizzanti. Pezzi sopra con una sola spallina, costumi interi con aperture all’altezza dei fianchi, reggiseni push up.
Non serve una psicologa o una pedagogista per capire che in questo modo si sessualizzano le bambine trasmettendo loro un messaggio chiaro: che si devono preoccupare di come appaiono. Ai loro coetanei sono riservati lo svago e l’esplorazione; le bambine invece, a otto anni, devono stare attente ad aggiustarsi le spalline del reggiseno.
In modo ancora più preoccupante, così facendo si sostiene il perverso e pornificato sguardo dei maschi adulti [10].
Nei luoghi separati si può quindi confrontarsi su quanto spazio ci sia per la libera scelta di indossare il burkini/reggiseno del costume [11]. Infatti accettare acriticamente tali scelte fa prevalere il pensiero e il volere del maschio, (il marito come singolo individuo, la pornificazione/religione come istituzione patriarcale) mascherato da “libera scelta della donna”.
Per orientarci possiamo considerare il «femminismo primitivo» [12]: le femministe sono a favore di ciò che fa bene alle donne. Se una cosa fa male alle donne, siamo contro.
Ma cosa fa bene alle donne? Su cosa si basano le nostre scelte? A vantaggio di chi sono? Libertà di chi?
Per rispondere, noi femministe vogliamo fare luce anzitutto sulla gerarchia tra i sessi, in conseguenza della quale noi donne siamo private di diritti e libertà.
Analizziamo come è organizzato il potere maschile, come funziona, come viene mantenuto.
Affiorano così il sistema di valori e le istituzioni del maschio. Sia la destra, sia la sinistra (che si sono espresse anche sull’iniziativa in discorso) hanno un ruolo nel mantenimento del potere del maschio su noi donne. Per la destra la donna è proprietà di un solo uomo: il marito; per la sinistra di tanti uomini. Storicamente (e questo rimane anche oggi) i “compagni” di sinistra si dicono a favore di aborto, prostituzione, pornografia per avere libero accesso ai nostri corpi. Mentre noi vogliamo la nostra liberazione, i maschi vogliono imporci violente norme religiose o manipolativi standard di bellezza, dicendoci quanti centimetri del nostro corpo vanno coperti per essere belle, quindi desiderate, quindi amate. Loro dettano questi canoni e noi li interiorizziamo, li facciamo nostri. Diciamo: “Mettono il velo perché lo vogliono” “Sono libere di farlo”. “Metto i tacchi e mi trucco perché lo voglio, per me stessa”.
Abbiamo fatto nostri i canoni voluti dal maschio, è molto difficile liberarsene ora.Tuttavia è possibile farlo ma non senza un’analisi, non senza aver decostruito quegli standard (vale per il velo, vale per il make up): chi li vuole? Cosa c’è alla base? Ne beneficiamo noi donne o ne beneficia chi quegli standard li ha imposti?
Capirlo ci rende la vita più facile, più comoda, più sicura, più libera. A differenza della destra e della sinistra, noi femministe guardiamo all’esperienza reale delle donne, e in questo l’autocoscienza (in spazi solo per donne) è fondamentale.
Di conseguenza, decostruendo la scelta, la risposta è univoca: il burkini soffoca, rende scomode, è un pezzo in più non giustificato da niente di pragmatico come può essere l’igiene per le mutande del costume. È chiaramente doppio standard.
Ma attenzione: anche il reggiseno del costume segue la stessa identica logica.
Ascoltiamo i nostri corpi, sentiamo cosa è scomodo, capiamo le imposizioni e da dove derivano. Partendo dalla nostra esperienza di donne nei nostri corpi possiamo domandarci perché mai dovremmo volere qualcosa di scomodo e inutile.
E se decidiamo di togliercelo? Temiamo di sembrare strane, esibizioniste, di invitare lo sguardo del maschio. Ma possiamo toglierlo? In spiaggia è pacifico: dal 2000 la Cassazione ha chiarito che l’esibizione del seno nudo femminile non costituisce «atto lesivo dell’attuale comune sentimento di riserbo e costumatezza» essendo «ormai da vari lustri [un] comportamento comunemente accettato ed entrato nel costume sociale» [13].
E in piscina? L’ordinamento italiano tace e nel silenzio della legge ogni piscina fa quel che vuole. Tant’è che, se si scrutano i pochi regolamenti disponibili online delle piscine sparse sul suolo italiano, appaiono formulazioni del seguente tenore:«è obbligatorio l’uso di un costume da bagno idoneo, ad insindacabile giudizio dell’Assistente Bagnanti» [14]; «i costumi da indossare per l’accesso alle piscine devono essere adeguati all’igiene, alla morale e rispondenti alle disposizioni del personale di servizio» [15]; «in tutte le aree del parco è richiesto un abbigliamento consono e rispettoso. La Direzione si riserva la possibilità, seppur remota, di allontanare dal Parco chiunque non si attenga a questa norma. Nessun rimborso può essere richiesto.; 8.Il giudizio sull’idoneità o meno degli indumenti in merito a materiali e/o forma, spetta alla Direzione del Parco e/o ai suoi collaboratori ed è insindacabile. Qualora l’utente non accettasse tale giudizio e decidesse di uscire dal parco, non può richiedere alcun rimborso. 33. Regola fondamentale ‘non scritta’ del presente regolamento è quella per cui la propria libertà di comportamento finisce nel momento in cui va a ledere quella altrui» [16].
Anche altri ordinamenti tacevano sul punto. Solo quando singole donne non hanno indossato il reggiseno e sono state cacciate dalla piscinaè intervenuta un’autorità per permettere a tutte di esistere in piscina senza essere cacciate. Ma non in automatico. A Berlino (e a Gottinga anni prima) soltanto nel 2023 l’amministrazione locale ha magnanimamente concesso di non indossare il reggiseno (si direbbe “riconosciuto” essendo un diritto ma a quanto pare è trattata come una gentile e rinunciabile concessione). Però per arrivare a pronunciarsi, una donna è stata richiamata perché non indossava il reggiseno del costume e si è dovuta scomodare rivolgendosi al dipartimento dell’amministrazione cittadina che si occupa di giustizia, diversità e lotta alla discriminazione. Anche in quell’ipotesi il problema era la genericità dell’obbligo di coprire i genitali che, nel caso delle donne (e solo delle donne!), era esteso al petto.
Anche a Barcellona era stata una circolare a “ricordare” che i titolari delle piscine non possono “violare l’uguaglianza” [17]. Come sempre, sono le donne a doversi attivare andando in piscina, venendo cacciate e rivolgendosi all’autorità competente; mentre i maschi hanno la comodità (e mille altri privilegi) servita su un piatto d’argento.
Ad oggi, qui in Italia, il menefreghismo di lasciare alla singola piscina di imporci o meno una decisione, ci porta a coprire i nostri corpi e a stare scomode. Anche se, nell’assenza di un dato normativo, rimane l’orientamento della Cassazione.
Mi chiedo però cosa dovrebbe fare una donna per godersi la piscina in pace e comodità. Andarci con in una mano la cuffia e nell’altra la sentenza della Cassazione sbandierandola alla bagnina che le dice di coprirsi perché “si fa così”?
Come negli altri Paesi a nessuno importa se noi rimaniamo con il dubbio.
Mica è la “fame nel mondo” e poi, si sa, sono i problemi delle donne: da secoli di serie B.
Chiudo con un invito: creiamoli, usiamoli gli spazi separati. Discutiamo, tra donne, di questioni che ci riguardano. Parliamoci, ascoltiamoci nelle occasioni salvifiche in cui è possibile essere lontane dalla pesante e spesso pericolosa presenza maschile: il loro sguardo ci fa sentire costantemente consapevoli di come appare il nostro corpo, spesso ce ne vergogniamo o lo critichiamo perché non risponde ai loro standard. La presenza del maschio (il singolo individuo, i suoi valori) influisce su come ci vestiamo, sui nostri gesti, sul nostro stato mentale, su quanto ci sentiamo al sicuro e nemmeno ce ne rendiamo conto.
Usiamo gli spazi separati per depurarci dallo sguardo maschile. Possono essere un gruppo di lettura, la piscina, la sauna, il mare (il bagno 'La lanterna' di Trieste ha uno storico muro che divide lo spazio riservato alle donne da quello riservato agli uomini; quello delle donne è molto più affollato: si rilassano in santa pace lontano da molestie e sguardi sessualizzanti) [18].
Ne abbiamo davvero bisogno per liberarci dai condizionamenti maschili e mettere al centro il bene di noi donne, e chiederci quindi: cosa ci fa bene? Cosa vogliamo? Quella cosa è nata per il bene di chi? Nostra o del maschio?
Per far luce sui benefici degli spazi separati voglio concludere con un breve aneddoto.
Mentre esplodevano le polemiche sull’iniziativa del lido di Salorno io stavo trascorrendo una giornata in spiaggia. Ero comoda, senza nessun pezzo di stoffa inutile a stringermi il petto e senza aver prima strappato alcun pelo dal mio corpo. Sedevo circondata da donne e uomini.
Ero consapevole che sarei stata una delle poche senza reggiseno del costume. L’ho fatto nonostante gli avvertimenti di chi mi aveva intimato che “le madri con i figli attorno mi avrebbero chiesto di coprirmi, preoccupate della vista di un seno nudo di fronte ai loro pargoli”. Tuttavia ho perseverato, ritenendo folle dover nascondere dei capezzoli di fronte a delle madri: penso concorderebbero nel trovare assurdo che ciò che nutre i figli venga coperto, mentre i capezzoli del maschio, un difetto evolutivo, se ne stanno liberi e indisturbati. In ogni caso, non c’è stata una donna che mi ha chiesto di coprirmi, anzi, forse, il mio seno distante dai canoni pornificati ha rafforzato la loro autostima (lo spero!) e magarisi sono ricordate che anche le donne hanno i peli, dato che i media glielo avranno fatto dimenticare.
O forse non mi hanno nemmeno vista: del resto, le madri erano troppo impegnate a badare ai figli perché di certo non se ne preoccupavano i padri (spesso assenti), e le ragazze più giovani erano troppo occupate a coprirsi la pancia per vergogna, condizionate dai canoni di bellezza. Chi invece ha turbato la mia quiete e minacciato la mia sicurezza – ovviamente – sono stati i maschi che,giovani e vecchi, non hanno fatto mancare viscidi sguardi, fischi e molestie.
Quindi sì: evviva gli spazi separati, lontani dallo schifo che porta con sé il maschio, in ogni dove, anche in vacanza.
Note
1. https://www.retisolidali.it/piscina-per-sole-donne-tor-tre-teste-intervista-comunita-islamica-roma/.
2.https://www.ansa.it/trentino/notizie/2026/07/27/lido-di-salorno-per-sole-donne-lega-alto-adige-cosi-ghettiziamo_15684cd8-bf66-4e4a-8f9f-c566f2932214.html.
3. In tal senso, contro l’iniziativa:
https://ilmanifesto.it/una-piscina-per-donne-ghettizza-non-libera;
https://www.noidonne.org/articoli/piscine-per-sole-donne-evviva-il-separatismo.php.
4. https://ilmanifesto.it/una-piscina-per-donne-ghettizza-non-libera.
5. https://www.noidonne.org/articoli/piscine-per-sole-donne-evviva-il-separatismo.php.
6. https://www.giornaledibrescia.it/salute-e-benessere/palestre-femminili-sole-donne-fenomeno-brescia-f56t59yz.
7. https://annascrigni.com/pedocin-di-trieste-uomini-donne-separati/.
8.https://www.japan-experience.com/it/prepara-il-tuo-viaggio/da-sapere/viaggiare-in-giappone/le-vetture-riservati-alle-donne-nei-treni.
9. SOLANAS V., (2017 a cura di S. Arcara e D. Ardilli), Trilogia SCUM: scritti di Valerie Solanas, VandaA Edizioni, Milano, p. 64.
10. https://www.theguardian.com/commentisfree/2013/apr/25/bikinis-young-girls-gwyneth-paltrow;
https://www.corriere.it/cronache/11_marzo_26/abercrombie-fitch-reggiseni-imbottiti-bambina-polemica_74317f18-57bb-11e0-8a3c-34dcb0202b47.shtml;
https://www.fanpage.it/stile-e-trend/benessere/ai-bimbi-costumi-comodi-e-alle-bimbe-bikini-fashion-la-pediatra-non-li-stiamo-educando-a-riconoscere-un-abuso/.
11. A favore dell’iniziativa del lido di Salorno, di “libera scelta” scrive: https://ilmanifesto.it/non-restringe-lo-spazio-di-liberta-lo-allarga.
12. DWORKIN A., Woman-Hating Right and Left in The Sexual Liberals and the Attack on Feminism, edited by DorchenLeidholdt, Janice Raymond, Athene Series, 1990.
13. https://www.altalex.com/documents/news/2005/03/24/il-nudo-integrale-e-atto-contrario-alla-pubblica-decenza.
14. chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.sogisgroup.it/wp-content/uploads/2022/08/Allegato-B-Regolamento-utilizzo-piscine_rev.6.pdf.
15. https://www.unionenuotofriuli.it/regolamento/.
16. https://www.parcoacquaticopratoblu.it/regolamento-generale/.
17.https://www.vanityfair.it/news/diritti/2019/08/10/barcellona-topless-legale-nelle-piscine-comunali-discirminazione.
18. https://annascrigni.com/pedocin-di-trieste-uomini-donne-separati/.