Le passioni sono sempre una via del cuore. Ci prefiggiamo una meta, crediamo di sapere dove stiamo andando, ma percorrendola finiamo spesso per mappare strade altre, che non avevamo previsto.
È qualcosa che Marco Saverio Loperfido sembra avere intuito molto presto: alla mappatura esterna dei territori che attraversiamo può corrisponderne un’altra, speculare e interiore, attraverso la quale conosciamo qualcosa di noi stessi e degli altri.
Marco Saverio Loperfido è romano di nascita, ma vive nel Viterbese da molti anni. Laureato in Filosofia, ha conseguito un PhD in Pedagogia e Servizio Sociale all’Università Roma Tre ed è guida ambientale escursionistica.
Da una passione per il cammino e da un’intuizione legata alla mappatura dei percorsi è nato Ammappa l’Italia* e, negli anni, sono nate altre esperienze nelle quali quella prima ispirazione si è intrecciata sempre più profondamente con l’incontro con le persone. Tra questi incontri ce n’è uno che ha segnato il suo modo stesso di concepire il cammino e, credo, anche i progetti venuti dopo: quello con la disabilità e con la salute mentale.
«La mia esperienza con le ASL, attraverso il cammino, le escursioni e i viaggi, risale agli inizi degli anni Duemila, quando collaboravo con la ASL Roma 1 e il servizio disabili adulti e poi, dal 2007, con la ASL Roma 2 e il Dipartimento di Salute Mentale.»
Prima operatore sociale, poi cameraman nei viaggi di quella che viene definita montagnaterapia, negli anni Marco partecipa a laboratori, escursioni e lunghi viaggi in Italia e all’estero.
La sua esperienza di guida e quella maturata accanto alle persone con disabilità e con problemi psichiatrici finiscono così per alimentarsi reciprocamente. Dal 2007 una parte importante di questo percorso viene condivisa con Giuseppina Leone, coordinatrice infermieristica presso ASL Roma 2, Dipartimento Salute Mentale, e con Sergio Nascimbeni, dirigente psicologo presso ASL Roma 2, Dipartimento Salute Mentale.
«Sergio purtroppo ci ha lasciato qualche anno fa, ed è una grande mancanza. Cerchiamo di portare avanti i progetti secondo il suo spirito, che era molto visionario e aperto a nuove possibilità ed esperienze.»
Forse anche da incontri come questo nasce una concezione del cammino nella quale ciò che conta non è la prestazione.
«Le problematiche sono diverse, ma hanno un filo rosso comune: quello dello stare insieme alle persone, del non porre al centro la prestazione fisica o il raggiungimento della vetta, ma il semplice stare insieme durante una giornata.»
Il punto di partenza, dunque, non è la meta alla quale il gruppo deve necessariamente adeguarsi. Sono le persone. Marco lo sintetizza in una frase:
«Se l’esperienza viene calibrata sul gruppo, e non il gruppo sull’esperienza da fare, tutto cambia prospettiva.»
Lo ha sperimentato nei viaggi compiuti con persone seguite dal Dipartimento di Salute Mentale, in Italia, in Marocco e in Etiopia. Proprio in Etiopia, lontano dalle proprie abitudini, ad altitudini superiori ai tremila metri e davanti a difficoltà che potevano riguardare chiunque, Marco si è trovato a riflettere sulla fragilità.
«Quando siamo posti di fronte ai nostri limiti, diventiamo tutti allo stesso modo fragili. La fragilità è una condizione che può accadere a ognuno, a rotazione.»
Questo non significa negare le differenze né i limiti oggettivi delle persone. Significa riconoscere che la fragilità non occupa sempre lo stesso posto e che ciascuno può entrare in un’esperienza a partire dal punto nel quale si trova.
È un pensiero che attraversa anche i progetti ai quali Marco ha dato vita e il suo stesso modo di essere guida. La mappatura non serve soltanto a dire dove passa un sentiero, ma anche a renderlo conoscibile, a capire chi possa percorrerlo e in quali condizioni. L’inclusione, in questa prospettiva, non consiste nel sostenere che tutti possano fare tutto, ma nel permettere a ciascuno di fare parte di un progetto secondo le proprie possibilità.
È questo uno dei principi che ritroviamo anche in Strade Maestre**, progetto educativo ideato da Marco insieme a Marcello Paolocci, guida ambientale escursionistica AIGAE e biografo. Un’esperienza di molti mesi e su sentieri anche impegnativi non può essere affrontata da chiunque nella sua interezza. Ma questo, per Marco, non impedisce di appartenervi.
«Non è necessario camminare per otto mesi per sentirsi parte di Strade Maestre: bisogna semplicemente sentirsi accettati da quel gruppo di persone che sta vivendo una determinata esperienza e che poi la racconterà.»
È accaduto anche con Manuel e Giovanni, che facevano parte del progetto Escursione sospesa e hanno partecipato, accompagnati da un operatore, a Strade Maestre in Appennino. Sono poi tornati più volte a incontrare il gruppo.
«Con loro il filo, il legame, non si è mai rotto.»
Questa idea dell’inclusione non cancella le differenze. Al contrario, le prende sul serio. Perché un progetto sia realmente inclusivo occorrono conoscenza delle persone e competenze. Marco parla di una «costellazione di professionalità»: guide, insegnanti, operatori, psicologi e, quando necessario, psichiatri capaci di lavorare insieme. Vale anche quando si pensa alla possibilità di coinvolgere nel cammino persone con disturbo dello spettro autistico. Non può essere una diagnosi a stabilire preventivamente quale esperienza una persona possa vivere. Esistono persone paurose e persone che non lo sono, persone avventurose e persone che non lo sono. Occorre conoscere la persona, le sue caratteristiche e le sue necessità, conoscere il sentiero, le sue difficoltà e persino gli stimoli sensoriali che si incontreranno lungo il percorso.
A forza di camminare insieme, anche la distinzione tra chi accompagna e chi viene accompagnato può diventare meno rigida.
«Credo che i ruoli esistano, siano importanti, ma che cambino e si scambino continuamente.»
Anche una guida può diventare fragile e avere bisogno dell’altro. Marco definisce “umiltà dinamica” uno degli insegnamenti più importanti ricevuti dalle persone con disabilità e con problemi psichiatrici: riconoscere la propria finitezza senza restarne immobili e imparare a non collocare continuamente il proprio io al centro.
«Io divento più grande, più vasto: viaggio nelle sofferenze degli altri e ritorno, fortunatamente, soltanto nella mia, ma arricchito.»
Negli anni quella via del cuore ha continuato a portare Marco su strade molto diverse. Insieme a sua moglie Marina Vincenti e al loro cane Bricco ha percorso a piedi 2.400 chilometri da Chia, nel Viterbese, fino a Bruxelles: cinque mesi e mezzo di cammino per attraversare lentamente un’Europa poco conosciuta, incontrarne le persone e raccoglierne le istanze politiche e territoriali da portare al Parlamento europeo. In un’esperienza completamente diversa, Boez – Andiamo via, Marco ha invece accompagnato come guida sei giovani che avevano avuto problemi con la giustizia in un lungo cammino diventato una docu-serie trasmessa dalla Rai. Disabilità, disagio psichico e percorsi giudiziari sono realtà differenti e non devono essere confuse. Eppure, dopo aver camminato con persone provenienti da esperienze tanto lontane, Marco riconosce qualcosa che il sentiero sembra restituire ogni volta.
«Alla fine, quando il gruppo comincia a camminare, queste definizioni diventano poco importanti: a un certo punto si resta semplicemente persone che stanno facendo insieme la stessa strada.»
La stessa fatica, gli stessi luoghi nei quali dormire, la stessa ospitalità. Il sentiero diventa così, con un richiamo ironico a Totò, «una grande livella».
«Solo che questa volta, per fortuna, non dobbiamo aspettare la morte per sentirci livellati, tutti alla stessa altezza.»
Se oggi la ASL Roma 2 gli desse carta bianca e fondi sufficienti, Marco ripartirebbe.
«Creerei un gruppo di persone con difficoltà psichiche che cammina per tantissimo tempo in giro per l’Italia e per l’Europa, incontrando il Mondo.»
E questa volta sogna un tempo ancora più lungo.
«Non voglio stare fuori otto mesi. Voglio stare fuori con queste persone anche due anni, se possibile.»
Forse allora quella prima intuizione sulla mappatura contiene già molto di ciò che sarebbe venuto dopo. Mappare significa conoscere un territorio, ma percorrendolo si finisce inevitabilmente per incontrare l’altro e qualcosa di noi stessi.
La passione apre una via, gli incontri la modificano, altre ispirazioni si aggiungono alla prima e il percorso esterno diventa speculare a quello interiore.
L’esperienza con la disabilità e con la salute mentale ha insegnato a Marco che non esiste soltanto la strada da percorrere. Esiste il punto dal quale ciascuno può entrarvi, con i propri limiti e le proprie possibilità. Perché inclusione non significa fare tutti la stessa cosa. Significa poter fare parte dello stesso progetto.
Marina Morelli
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* Ammappa l’Italia è un progetto ideato da Marco Saverio Loperfido per la mappatura collaborativa e la condivisione dei percorsi a piedi, nato con l’obiettivo di costruire una rete libera di sentieri e informazioni utili a chi attraversa lentamente il territorio.
** Strade Maestre nasce da un’idea di Marcello Paolocci e Marco Saverio Loperfido ed è un progetto educativo di scuola in cammino rivolto agli ultimi tre anni delle scuole superiori. Studenti e guide-insegnanti percorrono insieme per mesi un lungo itinerario a piedi, facendo del viaggio, dello studio, dell’incontro con i territori e della vita comunitaria parte dell’esperienza educativa.