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Ugo Barbàra, scrittore di grandi storie solidali e memorie sociali

Ugo Barbàra, scrittore di grandi storie solidali e memorie sociali

I suoi tre romanzi “I Malarazza”, “Malastrada” e “La mala notte” raccontano le vicende di una famiglia siciliana che alla fine dell'Ottocento emigra negli Stati Uniti e mantiene i legami con la terra di origine

Mercoledi, 30/09/2026

Ci sono donne che, uscite dalla letteratura, sono entrate nella nostra vita e non ci hanno più lasciate. Rossella di “Via col vento”, Elisabeth di “Orgoglio e pregiudizio”, Maria di “Per chi suona la campana”, Maggie di “Uccelli di Rovo”.
E poi sullo sfondo di una New York emergente ho incontrato Rosaria Battaglia, la prima donna in America a fondare una banca solidale e, nella chiassosa Cuba degli anni ’60, sua nipote Elisabetta che vive tutte le angosce di una famiglia mafiosa e muore fra le contraddizioni di lusso, violenza e rivoluzione.
Ugo Barbàra ha lavorato come giornalista e corrispondente estero per decenni prima di imbattersi a New York nella tragica e tortuosa sequenza biografica di storie che sembravano già un film impossibile.
Siciliano trapanese di nascita, ha saputo cogliere il valore di testimonianze autentiche e, scavando nello spazio di archivi e documenti tra le pieghe nascoste della storia, ha costruito tre narrazioni epiche che hanno il respiro della grande letteratura.
Ugo Barbàra non presenta i suoi personaggi come semplici invenzioni narrative: racconta di essere partito da una storia familiare reale, conosciuta attraverso testimonianze e ricordi, che poi ha trasformato profondamente attraverso la scrittura.
Per trent’anni ha raccolto testimonianze, appunti e documentazione, ascoltando «le voci di chi l’aveva vissuta»; poi ha rielaborato quelle vicende «cento volte», cambiando prospettive, dilatando i tempi e immergendosi nei drammi e nelle ambizioni dei protagonisti.
Già tradotti in francese e presto su vari mercati esteri, succeduti ad altri cinque precedenti romanzi, i suoi tre best seller “I Malarazza”, “Malastrada”e “La mala notte” snodano le complesse vicende di una famiglia siciliana che alla fine dell'Ottocento si costruisce una importante dimensione economica negli Stati Uniti non rinunciando mai ai legami con la terra d’origine.
Un'epopea dove le generazioni dei Montalto-Scudera costruiscono e ricostruiscono il proprio impero trasformando ogni sfida imprenditoriale in una questione di famiglia: prima nelle campagne assolate della Sicilia, poi alla conquista di New York di inizio ‘900 e quindi nella Cuba del 1957 sotto le luci accecanti del Casinò Gran Atlántico, per finire nelle violente vendette della rivoluzione.
Ispirandosi liberamente a fatti di cronaca Ugo Barbàra si rivela narratore strepitoso, capace di coniugare la ricostruzione di sfondi storici originali con una scrittura di taglio giornalistico, documentata e penetrante.
La storia non è mai usata come un semplice fondale: viene ricostruita con precisione, attraverso dettagli, atmosfere e dinamiche sociali che restituiscono al lettore la concretezza di un’epoca.
Ma è soprattutto nella creazione dei personaggi femminili che emerge la sua forza narrativa.
Le sue protagoniste sono nettamente contornate, riconoscibili e psicologicamente complesse; possiedono contraddizioni, fragilità, desideri e zone d’ombra che le sottraggono allo stereotipo e conferiscono loro una forte autonomia letteraria.
Barbàra riesce così a far convivere il passo del grande reportage con la profondità del romanzo, trasformando la materia storica in esperienza umana. È proprio questa capacità di unire documentazione, ritmo narrativo e indagine psicologica che consente ai suoi personaggi più riusciti di assumere una dimensione destinata a oltrepassare i confini della narrativa italiana e a confrontarsi con la grande narrativa internazionale.
“Mala notte” è il terzo capitolo della saga Montalto-Scudera, ambientato all’Avana nel 1957, e Elisabetta Scudera è effettivamente uno dei personaggi attraverso cui Barbàra concentra il conflitto fra emancipazione personale, potere familiare e rivoluzione.
Elisabetta è una donna che cerca disperatamente di diventare soggetto della propria vita e, nel momento stesso in cui tenta di liberarsi da un potere forte, patriarcale di stampo mafioso criminale, dedicandosi alla causa cubana e al nascente movimento rivoluzionario di liberazione, comprende che la violenza e la sopraffazione hanno solo cambiato volto e viene schiacciata dal proprio senso di colpa.
In Elisabetta si possono riconoscere alcuni elementi particolarmente riusciti: l’ambivalenza emotiva non è facilmente classificabile come vittima, colpevole, fragile o forte. Le diverse dimensioni convivono, ma è soprattutto l’evoluzione delle sue scelte, con profonde zone d’ombra in un continuo chiaroscuro morale a darle uno spessore narrativo eccezionale.
Elisabetta non è semplicemente funzionale alla trama; il suo percorso modifica progressivamente il modo in cui il lettore vede l’eterno carnevale della Cuba teatrale illuminarsi di ideali e speranze di giustizia per poi sprofondare in una buia trama di vendette e di regolamenti di conti personali.
Elisabetta Scudera è forse uno dei personaggi più ambiziosi de “La mala notte”. La sua forza non risiede nell’essere semplicemente ribelle, ma nella contraddizione fra libertà e bisogno di essere guidata, fra volontà individuale e appartenenza collettiva.
In questo senso il personaggio può essere accostato, per complessità e ambiguità, alle grandi figure femminili della narrativa di Hemingway, pur appartenendo a una diversa tradizione stilistica e narrativa.
Il paragone fra Barbàra e Hemingway diventa significativo perché entrambi, in modi molto diversi, sanno trasformare un personaggio femminile in un centro emotivo del romanzo.
Nei grandi personaggi hemingwayani — pensiamo soprattutto a “Il sole sorgerà ancora”, “Addio alle armi” o “Per chi suona la campana” — la psicologia spesso emerge per sottrazione: dialoghi, comportamenti, silenzi e dettagli lasciano intravedere un mondo emotivo molto più vasto di quello dichiarato.
Il valore di Elisabetta non dipende dalla quantità di spiegazioni psicologiche che l’autore le dedica, ma dalla capacità di generare nel lettore interpretazioni successive e persino contraddittorie.
Questo è un meccanismo tragico di grande interesse letterario.
Catherine Barkley di “Addio alle armi” è caratterizzata da una forte interiorità, ma Hemingway tende a costruirla attraverso gesti, dialoghi, sottrazioni e silenzi. Non ci spiega continuamente ciò che Catherine prova: lascia che il lettore lo ricostruisca. Elisabetta, invece, appartiene a una narrativa molto più ampia e contemporanea: è inserita dentro famiglia, classe sociale, ideologia, storia e potere.
Catherine cerca soprattutto un luogo affettivo in cui poter esistere; Elisabetta cerca un luogo storico e personale in cui poter essere libera. E questo rende Elisabetta, per certi aspetti, persino più complessa. 
Ma è forse con Maria di ”Per chi suona la campana” che il paragone con Elisabetta vive una grande tragica storia, attraverso il corpo, l’amore, la violenza e la guerra.
Anche Elisabetta viene investita dalla Storia e il conflitto politico entra nella sua vicenda personale: la rivoluzione cubana non è soltanto lo sfondo del romanzo. Elisabetta non aderisce semplicemente a un’idea politica; cerca nell’idea politica una possibilità di liberazione personale. Perché significa che l’ideologia, per lei, non nasce soltanto dalla convinzione intellettuale: nasce anche da una ferita personale.
Il vero tema di Elisabetta è la libertà.
Questo è il nucleo più forte del personaggio. Elisabetta vuole liberarsi dal padre. Ma la domanda letteraria diventa: che cosa succede a una persona quando conquista la libertà senza avere ancora costruito dentro di sé un’identità autonoma?
Questa è una domanda da grande narrativa. Perché permette a Barbàra di evitare la contrapposizione banale: padre oppressore → figlia ribelle → liberazione.
La traiettoria è molto più amara: dominio → ribellione → ricerca di libertà → nuova appartenenza → possibile nuovo dominio. E questa struttura conferisce al personaggio una dimensione tragica che l’avvicina alle grandi protagoniste femminili della letteratura del Novecento.
Elisabetta ha mille chiaroscuri, caratteristica fondamentale dei personaggi che rimangono nella memoria.
E qui arriviamo a Hemingway: Elisabetta appartiene allo stesso problema letterario dei grandi personaggi hemingwayani: raccontare l’essere umano attraverso la contraddizione tra ciò che desidera, ciò che dice e ciò che finisce per fare. La differenza è nella tecnica. Hemingway lavora spesso per sottrazione. Barbàra lavora maggiormente per accumulo storico, familiare e psicologico. Hemingway mette il personaggio davanti al vuoto. Barbàra mette Elisabetta dentro una rete di famiglia, potere, memoria, classe e rivoluzione.
Quindi, letterariamente, siamo davanti a una famiglia reale trasformata in una famiglia romanzesca.
Barbàra racconta di aver trovato, dopo moltissimi anni di ricerca, la voce capace di tenere insieme la saga. È una frase potentissima: «Se non avesse ammazzato mia madre, mio padre sarebbe stato un buon padre». Da quella frase nasce l’idea di raccontare la storia di un ragazzo che deve ricostruire la propria famiglia «per non dimenticare chi è, per restare vivo.

Insegnare Storia&Memoria
L’impegno sociale di Ugo Barbàra si traduce anche in un attivismo letterario con numerosi progetti per le scuole e i comuni della sua regione.
Il recente progetto della Regione Sicilia “La Sicilia si racconta” lo vede in veste di formatore in percorsi di scrittura creativa per i licei della Provincia di Trapani, poiché l’idea che le nuove generazioni sappiano riconoscere il valore della memoria e lo sappiano raccontare gli è particolarmente caro, ma soprattutto è il Progetto "Gli Olmi", nato da un gruppo di generosi scrittori siciliani a salvaguardia delle biblioteche nascoste e abbandonate che gli sta molto a cuore.
Biblioteche della Memoria
Venticinque autori, venticinque storie, una sola causa: raccontare quel mondo pieno di magia che sono le biblioteche e gli archivi. Ricche e labirintiche, troppo spesso trascurate e in abbandono, gli Olmi raccontano in un’antologia per Kalos l’emozione di vivere quelle che sono le case del libro e della memoria per antonomasia.
Il progetto "Gli Olmi" è un'iniziativa culturale e letteraria nata con l'obiettivo di promuovere la lettura, recuperare volumi e creare momenti di condivisione culturale, spesso operando in contesti scolastici e comunitari in Sicilia (come, ad esempio, la martoriata Niscemi).
Ugo Barbàra figura fra i promotori e gli scrittori di riferimento del progetto insieme a Stefania Auci (che lo ha lanciato, in particolare per il recupero di volumi preziosi), Vanessa Ambrosecchio, Francesca Maccani e Giampiero Monti.
Le attività del progetto includono incontri letterari, presentazioni di libri in luoghi suggestivi (come parchi archeologici o istituti scolastici) e iniziative di solidarietà legate al mondo del libro, con l'intento di avvicinare la comunità e gli studenti alla cultura e alla scrittura.
 

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