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Un secolo di solitudine letteraria e la rivoluzione silenziosa del femminile nelle pagine di Grazia

Un secolo di solitudine letteraria e la rivoluzione silenziosa del femminile nelle pagine di Grazia

Una scrittrice da riscoprire a 100 anni dal Nobel ed a 90 dalla morte:Grazia Deledda, la sua modernità, il suo femminismo.

Lunedi, 10/08/2026

Un secolo di solitudine letteraria e la rivoluzione silenziosa del femminile nelle pagine di Grazia Deledda

Mancano pochi giorni al novantesimo anniversario della morte di Grazia Deledda, scomparsa il 15 agosto 1936 e nonostante la scrittrice sarda sia stata l' unica donna italiana ad aver ricevuto giusto 100 anni fa, il premio Nobel per la letteratura; la sua letteratura è ancora poco conosciuta nel grande pubblico, a partire dalle scuole . Uno degli aspetti poco noti della sua vita è stato il suo rapporto con il femminismo. Fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, contemporaneamente alla parabola biografica della scrittrice nuragica, il modernismo ed il fascismo iniziano nella società europea iniziarono a confrontarsi con una vasta gamma di reti relazionali ed esperienze spirituali, pedagogiche e letterarie, unite nel tentativo di connettere Cristianesimo e civiltà moderna e di individuare al loro interno azioni non più rinviabili di rispetto della femminilità e dei suoi diritti. In America, Louisa May Alcott pubblicava in quegli stessi anni le avventure delle Piccole donne, che ebbero un buon successo anche in Europa e in Italia. Contrapposte a questo tipo di femminismo furono le lotte per l'emancipazione femminile di Grazia Deledda. La scrittrice nuorese, a Roma, oltre a scrivere i propri romanzi, trovò il tempo per un impegno sociale insieme all'attrice Eleonora Duse e alla pedagogista Maria Montessori nella fondazione di alcuni asili, con lo scopo di avvicinare alla socialità e alla conoscenza le bambine. La posizione della Deledda nei confronti del modernismo femminista fu quella di una netta chiusura, perché rifiutava le categorie sociologiche della donna vista come ape regina e della donna ancella della famiglia, così come le manifestazioni femministe di lotta. Va letta essenzialmente alla luce di questi ideali la sua decisione, nel 1909, di candidarsi al Parlamento e di scrivere nel contempo a Remo Barca: «Alle donne devo solo ostilità, avversità e ogni genere di biasimo. La sola gloria che la donna pare riconoscere è il dominio, ma il controllo del regno domestico, l'attesa dell'uomo sacrificato e lontano, strappato alle cure muliebri dal massacrante lavoro negli ovili o al servizio della patria in guerra». È in Canne al vento che troviamo una descrizione del femminismo deleddiano nel personaggio di Lia, coraggiosa figlia di don Zame, che ci sembra uno dei personaggi preferiti dalla scrittrice. Nelle avvincenti pagine del romanzo, dopo la morte della moglie e la fuga della figlia, don Zame si era trasformato nel tipico padre padrone, pretendendo dalle figlie rimaste in famiglia un'educazione apparentemente serena ma, nel contempo, rigida, per trasformarle in future mogli docili e ubbidienti. Nel pensiero e nelle pagine deleddiane, il ruolo femminile è ben diverso da quello di custode della casa e di moglie e madre dominante nella Sardegna del suo tempo; e il matrimonio, che nella società sarda rappresentava il principale destino femminile, viene spesso messo in discussione. Oltre a Lia, un'altra eroina deleddiana è Marianna Sirca, protagonista dell'omonimo romanzo. «Marianna, dà retta a chi ti vuol bene» era stato il consiglio paterno. «Obbedisci». E Marianna aveva obbedito. Aveva obbedito sempre, fin da quando, bambina, era stata messa come un uccellino in gabbia nella casa dello zio, a spandere la gioia e la luce della sua fanciullezza attorno al melanconico sacerdote, in cambio della possibile eredità di lui». Quando, però, la donna aveva ereditato i beni dello zio prete, al quale era stata serva, Maddalena riconosce i propri diritti, s'innamora di Simone, un servo come lei, e decide non solo di sposarlo, ma anche di redimerlo dalla sua vita di brigante. Altre donne coraggiose deleddiane sono Maria Noina, nel romanzo La madre, che subisce il dramma del figlio Paolo, sacerdote invischiato in una relazione non consentita, e che, con il proprio amore materno unito alla fermezza delle parole e dei comportamenti, riesce a riportarlo sulla retta via. Olì, invece, nel romanzo Cenere, abbandona il dovere di educare il figlio, preferendo a esso la propria autonomia. Evidentemente, in una Sardegna che portava ancora nella propria quotidianità il retaggio della Dea Madre, nelle pagine deleddiane le donne non possono vivere come le Janas, fra i telai e le danze notturne, ma devono rimboccarsi le maniche per difendere la propria libertà in una società patriarcale.
Francesco Rizza

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