La storia di una catechista che, accompagnando un bambino con autismo verso la Prima Comunione, ci offre uno spaccato della Chiesa, delle famiglie e della società in cui viviamo
Stella (nome di fantasia) vive da qualche parte nel Centro-Sud Italia. Da sempre si dedica alla sua famiglia e da molti anni presta servizio come catechista nella sua parrocchia.
Qualche tempo fa mi trovavo dalle parti in cui vive e ci capitò di aspettare nello stesso luogo. C’era molta gente e l’attesa sembrava non finire mai. Io, probabilmente, dopo un po’ me ne sarei andata, Stella no. Con la determinazione che la contraddistingue fece semplicemente presente che io ero lì da tempo e che avevo bisogno di essere ricevuta. Come spesso mi accade, avevo necessità di rientrare dalle mie figlie con disturbo dello spettro autistico. Poco dopo venni chiamata.
In quel momento pensai: Stella è una che non molla mai. Quella piccola scena racconta bene il suo modo di affrontare la vita: non alza la voce, non pretende scorciatoie, ma nemmeno rinuncia. Davanti a un ostacolo cerca una strada possibile.
Quando le chiedo come sia iniziato il suo cammino di catechista, Stella mi racconta che per molti anni ha svolto questo servizio con passione. A un certo punto, però, si fermò. Il suo padre spirituale morì tra le sue braccia. Un dolore troppo grande, che la portò ad allontanarsi dal catechismo.
Passò del tempo. Poi un sacerdote della stessa parrocchia le chiese di tornare. Aveva sentito parlare di lei dai parrocchiani e sapeva quanto fosse stata una presenza importante per i bambini. Stella accettò e ricominciò quel cammino che, ancora oggi, continua con la stessa dedizione.
Fu proprio dopo il suo ritorno che incontrò, per la prima volta, un bambino con disturbo dello spettro autistico: «Pensai di non essere all’altezza», mi racconta.
La prima persona con cui parlò fu la madre del bambino. Da quel momento il percorso divenne il loro. Non più la catechista da una parte e la famiglia dall’altra, ma due donne che cercavano insieme una strada.
«La mamma aveva un desiderio semplice,» dice Stella «che suo figlio potesse ricevere la Prima Comunione insieme al fratello più piccolo.»
Sembrava un obiettivo raggiungibile. Invece arrivò un ostacolo inatteso. Stella racconta che le fu detto che il bambino non avrebbe potuto ricevere la Prima Comunione perché non riusciva a ingerire l’ostia e quindi non la riconosceva come proprio cibo.
«Provai una profonda indignazione. Chiesi se ci fosse un’altra strada per raggiungere lo stesso scopo.»
La risposta fu, apparentemente, semplice: il bambino avrebbe dovuto imparare. Fu allora che nacque una vera alleanza. Ogni giorno, con infinita pazienza, la mamma lo aiutava ad abituarsi a quel gesto. Non era un periodo facile per quella famiglia, ma quella madre non smise di credere che suo figlio dovesse avere le stesse opportunità degli altri bambini e nemmeno Stella si arrese: giorno dopo giorno affiancò pazientemente la mamma.
Poi arrivò il giorno della Prima Comunione e il bambino ricevette il Sacramento insieme ai suoi compagni.
Alla fine della celebrazione scoppiò in un applauso spontaneo rivolto a se stesso. Un gesto che coinvolse tutta la comunità presente e che Stella ricorda ancora oggi con emozione.
Stella sembra aver tradotto la Parola del Vangelo sui “piccoli” (Matteo 25,40) nella concretezza della vita quotidiana.
Nel corso degli anni ha incontrato molti altri bambini con fragilità diverse, eppure, di tutta questa complessità non conserva il peso della fatica ma la ricchezza delle relazioni e dei vissuti. Infatti mi dice: «Ogni esperienza ha arricchito il mio bagaglio umano.»
E aggiunge una riflessione che merita di essere ascoltata: «Molto spesso sono i bambini ad accogliere spontaneamente il compagno più fragile. Gli adulti fanno più fatica.»
E in queste ultime parole di Stella, che nascono dall’esperienza sul campo, chiunque abbia un familiare con una disabilità può riconoscersi: l’inclusione è un linguaggio che i bambini conoscono naturalmente e che gli adulti, troppo spesso, devono imparare di nuovo.
C’è poi un altro aspetto che Stella osserva da anni: molte famiglie chiedono i sacramenti perché li ricevono anche gli altri bambini della classe. È una constatazione che nasce dalla sua esperienza e che invita tutti, credenti e non credenti, a interrogarsi sul significato del cammino di fede e sul ruolo della comunità.
Quando le domando che cosa abbia imparato da questi bambini, la risposta arriva senza esitazione: «Ho imparato che la mia visione delle cose non è sempre quella giusta. Ogni bambino ha il suo modo di vivere, di capire e di comunicare e io continuo a imparare da loro.»
Le chiedo quale consiglio darebbe oggi a una catechista che incontra, per la prima volta, un bambino con disabilità.
Risponde: «Le direi di affidarsi al Signore e di lasciarsi guidare. L’amore e la dolcezza sono le fondamenta. Quando ci sono quelle, una strada si trova sempre.»
Alle famiglie affida invece un messaggio di speranza: «Non perdete mai la fede. Sarà un cammino pieno di difficoltà e di incertezze, ma ci sarà sempre qualcuno disposto a camminare accanto a voi. E l’amore per i vostri figli troverà la sua strada.»
Alla comunità chiede soltanto una cosa: «Un po’ più di pazienza nei confronti della diversità.»
__________
Mentre ripenso alle sue parole, mi accorgo che questa non è soltanto la storia di una catechista. È lo spaccato di una società che continua a fare fatica a confrontarsi con la disabilità e con le neurodivergenze.
È la storia di una donna che, davanti alle difficoltà, sceglie di non arretrare. È la storia di una madre che non si è arresa. È la storia di un bambino che ha conquistato il diritto di vivere pienamente un passaggio della sua vita. È anche la storia della Chiesa che, se da una parte esprime ogni giorno persone straordinarie, capaci di donare tempo, competenze e amore, dall’altra è ancora chiamata a interrogarsi su come rendere l’inclusione dei “piccoli” davvero piena, affinché nessuno debba più lottare per vedere riconosciuto ciò che gli appartiene già: la piena dignità di figlio in senso cristiano e di persona in senso laico.
Stella, forse, direbbe semplicemente di aver fatto il proprio dovere. Io credo invece che, senza forse rendersene conto, abbia scelto di agire per un bene più grande. Ed è proprio quando le nostre azioni si ispirano a un bene più grande di noi, a valori che ci trascendono e ci uniscono, che i legami tra gli esseri umani diventano più autentici e più duraturi.
Perché tutto ciò che nasce da un interesse contingente è destinato, prima o poi, a consumarsi. Ciò che invece si ispira a un bene più grande, capace di trascendere il singolo, continua a generare vita e unità all’interno di ogni comunità. Forse è anche per questo che il Vangelo continua, ancora oggi, ad avere qualcosa da dire a credenti e non credenti, perché continua a invitare a guardare l’altro come un fine e non come un mezzo. Marina Morelli
PS: Il mio pensiero più affettuoso va a Lisa Bassanini, indimenticabile volontaria e catechista delle mie figlie, scomparsa nel 2025. A lei va tutta la mia gratitudine per aver accompagnato prima Chiara e poi Arianna nel cammino verso la Prima Comunione e la Cresima, presso la parrocchia di San Michele Arcangelo di via Cortina d’Ampezzo in Roma. Quattro anni di tempo donato a Chiara e quattro anni donati ad Arianna: otto anni complessivi regalati con amore alla nostra famiglia. Un dono prezioso che porterò sempre nel cuore.