Uno spazio per vivere, non soltanto per essere assistiti
Un’operatrice olandese racconta il modello dei Paesi Bassi tra autonomia, lavoro e partecipazione sociale, aprendo inevitabilmente uno sguardo su un paradigma di presa in carico centrato sulla persona
«Per noi è importante che ogni persona possa organizzare la propria vita in modo da sentirsi parte della società», racconta Riva. «Lavoriamo rafforzando le capacità individuali e aiutando le persone a imparare a convivere con le proprie difficoltà.»
Riva lavora nell’ambito della salute mentale presso la Stichting Pameijer (*), una fondazione olandese che offre supporto abitativo e percorsi personalizzati a persone con differenti fragilità: disabilità intellettive, dipendenze, disturbi psichiatrici, difficoltà di inserimento lavorativo e sociale.
In passato Riva ha lavorato nel settore della disabilità, maturando un’esperienza diretta nella presa in carico di persone neurodivergenti e con bisogni complessi.
Mi colpisce subito il modo in cui ne parla: con partecipazione, entusiasmo, senso concreto della responsabilità, ma anche con una naturalezza quasi sorprendente. È evidente che dietro questo approccio ci sia una formazione professionale solida e un sistema organizzativo che sostiene gli operatori anche sul piano umano ed emotivo. Si percepisce dal modo in cui Riva racconta il proprio lavoro: con lucidità, equilibrio e coinvolgimento umano.
Non c’è pietismo nelle sue parole. Non c’è quell’idea implicita di “custodia” che così spesso attraversa il linguaggio che ruota attorno alla fragilità. Riva racconta di persone adulte in condizione di fragilità che cercano di costruire una vita il più possibile autonoma all’interno della società. Poi aggiunge una frase che forse racconta meglio di qualunque spiegazione il cuore di questo approccio:
«Partiamo sempre dai talenti e dalle possibilità. Cosa sai fare? In cosa sei bravo? Qual è la tua passione?»
È una prospettiva che sposta radicalmente il baricentro. Non: che cosa non sa fare? Non: qual è il suo deficit? Piuttosto: dove può esprimersi questa persona?
«Ogni residente dispone di un piccolo appartamento individuale con cucina, bagno, zona notte e soggiorno», spiega Riva. «Ogni persona ha una diagnosi diversa e per questo offriamo un supporto personalizzato. Guardiamo ai bisogni, ai desideri e alle necessità dei singoli e, insieme, definiamo obiettivi specifici, realistici e misurabili.»
Anche l’abitare diventa dunque parte del progetto educativo: non soltanto un luogo dove essere assistiti, ma uno spazio da imparare a gestire, abitare e sentire proprio.
«Ogni residente ha un team di coach che offre supporto nei diversi ambiti della vita», racconta ancora. «L’obiettivo è aumentare il più possibile l’autonomia affinché la persona possa partecipare alla società e vivere nel modo più indipendente possibile.»
Ed è proprio qui che il modello olandese sembra declinare concretamente la progettualità. Non come un documento teorico o burocratico, ma come un lavoro quotidiano costruito attorno alla vita reale della persona: la gestione della casa, il lavoro, le relazioni, il tempo libero, la partecipazione sociale.
Anche il rapporto con il lavoro appare molto diverso da quello che spesso vediamo in Italia.
«Per noi è fondamentale che i residenti partecipino ad attività o abbiano una forma di occupazione», spiega Riva. «Ogni persona viene affiancata da un job coach che la aiuta a cercare attività compatibili con i suoi interessi e bisogni. Si visitano luoghi di lavoro, si fanno esperienze pratiche, si prova concretamente la quotidianità prima di iniziare un’attività stabile.»
Il lavoro, in questa prospettiva, non appare soltanto come terapia occupazionale, ma come parte integrante della cittadinanza adulta.
Molto interessante è anche il modo in cui Riva descrive il rapporto con le famiglie.
«La rete familiare è molto importante», dice, «ma non tutti hanno una rete su cui poter contare e questo può portare solitudine e sofferenza psicologica.»
E questa affermazione non si riferisce soltanto a coloro che non hanno un sostegno familiare, ma proprio a famiglie che partecipano alle decisioni insieme alla persona, mettendone al centro desideri e bisogni, e ad altre che tendono a sostituirsi alla persona, convinte di fare il suo bene.
È un punto delicatissimo, che riguarda profondamente anche il nostro Paese. Perché in Italia - anche in una città complessa come Roma - le famiglie finiscono spesso per diventare l’intero sistema di sostegno: tengono insieme servizi, terapie, trasporti, relazioni, tempo libero e mediazione continua con le istituzioni. Nel racconto di Riva emerge invece una struttura che sembra costruita maggiormente attorno alla persona come individuo autonomo, pur nel bisogno di supporto. Riva dunque parla di quella famosa e troppo spesso da noi fantomatica “persona al centro”.
Riva sottolinea anche un altro aspetto importante: in quanto donna e madre, sente di essere sostenuta concretamente anche nel proprio percorso personale e lavorativo. E questo sembra riflettersi anche nel modo in cui riesce ad affrontare quotidianamente un lavoro emotivamente molto impegnativo. Eppure, in mezzo a un linguaggio organizzativo molto tecnico, a un certo punto compare una frase semplicissima che lascia intravedere la persona dietro il ruolo professionale:
«Per me la cosa più importante è che le persone si sentano bene e stabili», scrive. «Quando una persona non sta bene mentalmente o fisicamente, questo influenza tutti gli aspetti della vita.»
Ed è forse proprio qui che, al di là delle differenze tra sistemi e Paesi, torna qualcosa di profondamente umano: la necessità di essere guardati non soltanto attraverso una diagnosi, ma come persone intere. E mi viene da pensare che Riva faccia affermazioni così consapevoli anche perché lei stessa viene guardata e rispettata come donna, e la prova concreta di questo è che viene messa nelle condizioni di tenere insieme il suo ruolo di lavoratrice senza dover rinunciare a quello di madre. Forse è anche per questo che può cogliere con tanta chiarezza il valore del sentirsi bene e stabili. In ultima analisi, vivere in una società non discriminante, sostenuta da adeguate politiche sociali, significa anzitutto sentirsi riconosciuti come persone.
Solo persone dunque. Persone che possono avere fragilità, certo, ma anche desideri, passioni, talenti e un posto possibile nel mondo.
Forse è proprio qui che emerge la differenza più profonda tra i due modelli. Non tanto nei servizi in sé, né nelle singole strutture, ma nello sguardo culturale da cui quei servizi nascono.
La persona con disabilità viene pensata principalmente come qualcuno da proteggere oppure come qualcuno che, pur avendo bisogno di supporti anche importanti, deve poter abitare il mondo come chiunque altro?
Nel racconto di Riva il centro sembra essere proprio questo: la costruzione concreta di una vita adulta, autonoma il più possibile, inserita nella società reale.
Una prospettiva che non elimina la fragilità, ma che prova a non trasformarla nell’unica identità possibile della persona.
Marina Morelli
(*) Lo Stichting Pameijer di Rotterdam è una fondazione privata di pubblica utilità (ANBI). Le sue attività di assistenza e cura sono finanziate principalmente con fondi pubblici tramite il Sistema sanitario olandese.
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