Il Piemonte stanzia 900mila euro per contrastare la violenza di genere, con attenzione alle donne con disabilità. I dati Istat rivelano quanto sia ancora difficile garantire servizi accessibili e protezione adeguata.
Il Piemonte stanzia 900mila euro per contrastare la violenza di genere, con attenzione alle donne con disabilità. I dati Istat rivelano quanto sia ancora difficile garantire servizi accessibili e protezione adeguata.
Come può una donna denunciare una violenza se per raggiungere un centro antiviolenza ha bisogno proprio della persona che la maltratta? E quanto vale il diritto alla protezione quando i servizi che dovrebbero garantirlo non sono accessibili a tutte?
Il 19 ottobre 2026 la Regione Piemonte ha annunciato uno stanziamento di 900mila euro per rafforzare la prevenzione della violenza di genere, la formazione delle operatrici dei centri antiviolenza e la tutela delle donne che vivono condizioni di particolare vulnerabilità.
La misura comprende circa 440mila euro destinati alla formazione, 416mila euro per contrastare la violenza e le discriminazioni legate al genere e alla disabilità e oltre 36mila euro per la prevenzione delle mutilazioni genitali femminili.
La notizia riportata dalle cronache offre l'occasione per affrontare una questione poco presente nel dibattito pubblico: la violenza sulle donne con disabilità. Un fenomeno che rischia di restare nascosto dietro due forme di discriminazione, quella di genere e quella legata alla condizione di disabilità, e che pone una domanda precisa alle istituzioni: siamo davvero in grado di proteggere tutte le donne, oppure soltanto quelle che riescono a raggiungere autonomamente i servizi di assistenza?
Il 10 marzo 2026 l'Istat ha pubblicato il rapporto sui centri antiviolenza e sulle donne che hanno intrapreso un percorso di uscita dalla violenza nel 2024. I risultati mostrano un fenomeno che merita maggiore attenzione. Nel 2020 le donne con disabilità impegnate in un percorso presso i centri antiviolenza erano circa 1.150. Nel 2024 hanno superato quota 2.800, con un incremento del 145%. Rappresentano il 7,8% delle donne che stanno affrontando un percorso di uscita dalla violenza.
Tra queste, l'85,3% ha subito violenza psicologica, il 66,2% violenza fisica e il 17,7% uno stupro o un tentato stupro. Il 43,4% ha subito anche violenza economica. Le percentuali riguardano esclusivamente le donne con disabilità seguite dai centri antiviolenza, non tutte le donne con disabilità residenti in Italia. Il dato che emerge è la crescente presenza di queste donne nei servizi specializzati. L'aumento delle prese in carico non dimostra necessariamente che le violenze siano diventate più frequenti, ma può indicare anche una maggiore capacità dei centri di intercettare situazioni precedentemente invisibili.
Resta però una questione: quante donne continuano a non ricevere assistenza? I numeri sono consultabili nel
La violenza sulle donne con disabilità può assumere caratteristiche particolari, non sempre riconosciute: ad esempio, una donna con difficoltà motorie può dipendere da un familiare o da un assistente per spostarsi, lavarsi, vestirsi o raggiungere un medico. Un’altra ancora con disabilità sensoriale può incontrare ostacoli nella comunicazione, ed infine altro caso è chi presenta difficoltà cognitive, quest’ultima può avere bisogno di strumenti specifici per comprendere le informazioni e raccontare ciò che ha subito.
Queste condizioni possono però essere sfruttate da chi esercita violenza, proprio per evitare ciò l’'Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiamato l'attenzione sul problema in un documento pubblicato il 27 marzo 2024. Secondo l'OMS, le donne con disabilità affrontano rischi particolari di violenza e abuso, anche da parte di persone incaricate della loro assistenza.
Quali sono questi abusi? La sottrazione di medicinali, così come il rifiuto di fornire ausili indispensabili; ed ancora, l'isolamento e il controllo delle risorse economiche possono diventare strumenti di sopraffazione.
Le ricerche esaminate dall'organizzazione mostrano inoltre un rischio maggiore di violenza da parte del partner e di violenza sessuale rispetto alle donne senza disabilità denuncia anche una carenza di dati adeguati, che rende più difficile conoscere il fenomeno e progettare interventi efficaci.
Pensiamo al caso di una donna che utilizza una carrozzina e non può uscire autonomamente dalla propria abitazione, oppure a un’altra che comunica attraverso strumenti alternativi e non trova personale preparato ad ascoltarla. Questi esempi aiutano a comprendere quanto la possibilità di chiedere aiuto dipenda anche dall'ambiente circostante. La libertà di denunciare non può esistere soltanto sulla carta.
Il problema riguarda anche l'organizzazione dei servizi come si è evinto riferita al 2024: soltanto quattro centri antiviolenza su dieci dispongono di operatrici specificamente formate per accogliere donne con disabilità.
Tra i centri che hanno accolto donne con disabilità, soltanto il 26,1% dichiara di aver predisposto materiali accessibili o iniziative dedicate. La percentuale scende al 16,4% tra quelli che non hanno ricevuto richieste di aiuto da donne con disabilità.
Un centro antiviolenza non può essere considerato pienamente accessibile soltanto perché dispone di un ingresso privo di barriere architettoniche, perché dovrebbe prevedere anche la comunicazione, la preparazione professionale, la possibilità di ricevere assistenza personalizzata e la capacità di riconoscere forme di abuso meno evidenti. Una donna sorda deve poter comunicare efficacemente con le operatrici, chi ha disabilità intellettiva deve ricevere spiegazioni comprensibili, senza essere privata della propria autonomia decisionale.
Soprattutto, ogni donna deve essere ascoltata senza pregiudizi, anche perché, spesso, il rischio più grave è che la disabilità diventi un motivo per mettere in dubbio la credibilità della vittima.
La riconosce espressamente, all'articolo 6, che le donne e le ragazze con disabilità possono subire discriminazioni multiple.L'articolo 16 impegna gli Stati a proteggerle dallo sfruttamento, dalla violenza e dagli abusi, anche attraverso servizi adeguati alle loro esigenze.
Dunque, è importante garantire diritti che appartengono a tutte le persone, eliminando gli ostacoli che ne impediscono l'esercizio, ma gli stanziamenti, da soli, non bastano. Occorrerà verificare quanti servizi riusciranno effettivamente a migliorare l'accessibilità e quante operatrici riceveranno una formazione specifica e quante donne potranno beneficiare degli interventi.
Nel nostro Paese, pur parlando di violenza di genere, raramente ci domandiamo se tutte abbiano realmente gli stessi strumenti per farlo. Non possiamo chiedere a una persona di trovare il coraggio di denunciare senza assicurarle la possibilità concreta di comunicare, raggiungere un luogo sicuro ed essere creduta. Dovremmo inoltre coinvolgere direttamente le donne con disabilità nella progettazione dei servizi che le riguardano, riconoscendo il valore della loro esperienza.
Una società non dimostra di essere giusta quando promette protezione a tutte le donne, ma quando riesce a garantirla anche a quelle che, da sole, non possono nemmeno raggiungere la porta di un centro antiviolenza.
BIOGRAFIA
Valeria Russo è giornalista pubblicista e docente di lettere classiche. Napoletana, insegna latino e greco e scrive di scuola, cultura e parità di genere. Cura il blog e si occupa di SEO, intelligenza artificiale e comunicazione digitale.