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XXI Festa del Cinema di Roma: percorsi di autodeterminazione delle donne nel mondo

XXI Festa del Cinema di Roma: percorsi di autodeterminazione delle donne nel mondo

Grande attenzione per la condizione femminile nelle opere del festival: da 'Nowruz-Nuovo Giorno' a ‘The Secret Reading Club of Kabul’ e ‘Skatebord is not for Girls’, voci e sguardi per i diritti delle donne. Intervista al regista e alle ragazze di

Mercoledi, 21/10/2026

Una squadra di calcio forte e combattiva, la ‘Homa Iran Female’ di Torino, come le ragazze iraniane della diaspora che vi giocano e che in essa hanno trovato un luogo dove fare sport ma anche, e soprattutto, una comunità di riferimento dove restare unite e dove condividere le sofferenze dell’esilio, insieme ai sogni e alle speranze per il futuro. La parola Homa, infatti - il nome della squadra - significa ‘futuro’.

La storia delle ragazze iraniane della squadra di calcio di Torino è stata raccontata in 'Nowruz – Nuovo giorno', il documentario scritto e diretto dal regista Francesco Cannavà, prodotto da Zenit Arti Audiovisive e 8 Road Film in collaborazione con Rai Cinema, e presentato alla XXI Festa del Cinema di Roma nella sezione Special Screening, in concorso per il premio documentari.

L’incontro del regista con questo gruppo di donne iraniane che a Torino hanno trovato nel calcio uno spazio di emancipazione, libertà e appartenenza, ha dato vita ad un’opera che riunisce studentesse, lavoratrici, madri, attiviste per costruire, attraverso lo sport una comunità capace di accogliere esperienze e sensibilità differenti, sperimentando percorsi di autodeterminazione e consapevolezza politica, con una libertà che nel Paese d'origine di queste donne incontra profonde limitazioni, spesso con conseguenze tragiche.

In Italia queste donne studiano, lavorano, si allenano e provano a ricostruire una quotidianità lontano da casa: il film segue per un anno il loro percorso di autodeterminazione e la partecipazione al Balon Mundial 2025, lo storico torneo cittadino delle comunità migranti. Quando all’improvviso nelle loro vite irrompe la guerra, la distanza dal Paese d’origine diventa paura per le famiglie, tensione nella comunità, domanda dolorosa sul senso di appartenenza ad una terra amata e ferita.

Come evidenziato nel film, di fronte alla violenza del regime e agli attacchi militari stranieri, emergono interrogativi e posizioni differenti: c'è chi vede nell'intervento esterno una possibile liberazione contro l’attuale regime e chi rifiuta che il cambiamento possa passare attraverso i bombardamenti del proprio Paese.

La progressiva partecipazione politica delle protagoniste attraversa queste contraddizioni senza cancellare i legami costruiti, nonostante le divergenze personali. Le manifestazioni pubbliche, dove le fotografie delle vittime della repressione richiamano l'attenzione dell’opinione pubblica italiana, trasformano quelle donne, che avevano trovato nel calcio uno spazio di libertà individuale, in protagoniste di una testimonianza collettiva.

Il titolo dell'opera richiama il Nowruz, il capodanno persiano, che coincide con la primavera e simboleggia la rinascita, in questo specifico caso quella di queste donne mediante la possibilità che hanno di esprimersi con lo sport e prendersi cura le une delle altre: il desiderio di un nuovo inizio, senza rinunciare alla propria storia e al legame con il Paese d'origine.

Nel documentario sono presenti immagini e video d’archivio della violenta repressione delle proteste in Iran, mai diffuse dai media italiani, che dall'inizio del 2026 hanno cambiato però la vita delle ragazze.

La presenza a Roma delle protagoniste del film ha arricchito le proiezioni e gli incontri, fra i quali quello avvenuto presso la Casa Internazionale delle donne, insieme al regista Francesco Cannavà, nel contesto della rassegna “Le Meraviglie” – Incontri sul cinema e sui diritti delle donne, organizzata dalla stessa Casa Internazionale e dalla Fondazione 'Una Nessuna Centomila' nell’ambito delle Risonanze della Festa del Cinema di Roma.

Il film è una coproduzione Zenit Arti Audiovisive e 8 Road Film, in collaborazione con Rai Cinema, Art Show Movie e Beagle Media, con il contributo del MIC – Direzione Cinema e Audiovisivo, Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo e con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte.


NoiDonne ha intervistato il regista Francesco Cannavà e le ragazze della squadra di calcio presenti alla Festa: Atieh Mazi, la capitana, e Yasaman Khalili.


Com’è nato il progetto di questo docu-film?

Il progetto è stato lanciato a Messina, può sembrare strano perché le protagoniste sono donne iraniane che hanno scelto di vivere a Torino, e tutta la loro vita si svolge lì, così come il film, ma il mio incontro con la comunità delle donne iraniane della diaspora è avvenuto in Sicilia. Ero entrato in contatto con la comunità delle studentesse di Messina collaborando con l'Università e ho sentito il desiderio di raccontare le loro storie perché mi è stato richiesto, indirettamente, di ascoltare loro storie, scoprire cosa queste giovani donne avevano vissuto prima di emigrare in Italia e diventare donne della diaspora, e quali diritti - anche i più naturali - venivano continuamente repressi nel loro Paese anche con violenza e umiliazioni. Così mi è venuto spontaneo e naturale fare loro la promessa di realizzare un film che avesse come protagoniste le donne della diaspora e che facesse conoscere le loro storie.


Quanto tempo hai impiegato per realizzare il film?

Le ho seguite per più di un anno per scoprire perché hanno lasciato l'Iran, con quali desideri e aspirazioni e anche quali profonde conflittualità vivono in Italia perché la condizione delle donne della diaspora è una condizione molto conflittuale, sofferta perché vive, da un lato, il desiderio di autodeterminarsi, di essere libere, e questo accade per uomini e donne, ma soprattutto per le donne, che in questo caso vivono il senso di colpa per aver abbandonato le proprie sorelle e madri, i propri cari. Con l'irrompere della guerra la diaspora, soprattutto per alcune delle protagoniste del film, si trasforma nell’impossibilità di tornare in Iran fino a quando al governo ci saranno gli ayatollah, e queste donne sono diventate esuli, perché in Italia hanno preso una posizione, sono scese in strada, sono diventate manifestanti ed attiviste e quindi tornare in Iran oggi per loro significherebbe rischiare di essere arrestate e poi imprigionate con tutto quello che ne consegue.


Quando hai conosciuto queste ragazze, tu cosa sapevi dell'Iran? Già avevi qualche contatto oppure hai scoperto qualcosa di nuovo dopo l’incontro con loro?

Ti ringrazio per la domanda perché si collega a quello che raccontavo prima: la differenza per me è stata legata all’incontro. Anche io, come spero tutti, nel tempo mi sono informato e documentato sull’Iran, non solo vedendo il cinema iraniano che ha una delle filmografie di riferimento più importanti per chi vuole fare cinema, ma anche leggendo i giornali e guardando i reportages, però posso testimoniare che conoscere la questione iraniana attraverso i mezzi di comunicazione e conoscerla attraverso l'incontro diretto con (nel caso specifico) le giovani donne iraniane a Messina, sono due esperienze profondamente diverse. La prima sicuramente ha sollecitato in me la voglia di sapere sempre di più ciò che stava accadendo in Iran, la seconda invece mi ha motivato a impegnarmi in prima persona, artisticamente, attraverso quello che faccio, cioè fare cinema, per partecipare alla loro causa. Anche se non mi è mai stato chiesto espressamente di farlo dalle ragazze, l’ho capito dai loro sguardi, dai loro silenzi, in alcuni momenti anche dalla pelle che tremava nel ricordare e ritornare con la memoria ai momenti degli arresti, del carcere, dell’emigrazione: è stata quella la scintilla che mi ha fatto desiderare realizzare questo film e raccontare questa storia.

Tu da che formazione provieni?

Questo è il mio terzo lungometraggio cinematografico, di cinema del reale: al centro dei tre lungometraggi che ho realizzato c'è sempre stato il tema del ‘corpo’. Nel primo film racconto la scoperta del corpo, della sessualità e del piacere da parte di una ragazza con disabilità motoria. Si tratta di un film coprodotto da R3 Artè, Francia e Germania e si svolge durante gli otto incontri che Claudia, questa ragazza, fa con un'assistente sessuale. Il mio secondo film ha al centro, come protagonista, il corpo di un astronauta: è un lungometraggio che ho realizzato con l'astronauta Luca Parmitano durante la missione spaziale ‘Beyond’, compiuta tra il 2018 e il 2019. Per me è stato molto interessante lavorare con Claudia sul micro e con Luca Parmitano sul macro, anche perché come sappiamo il micro e il macro sono sempre in relazione. Quindi le due storie sui corpi, il corpo di Claudia e il corpo dell'astronauta nello spazio, a distanza di tempo, sono e saranno sempre profondamente legate.


Hai sempre voluto raccontare storie? Così è nato il tuo interesse per il cinema? Sei partito prima dalle immagini o prima dalle storie?

Secondo me dentro ognuno di noi ci sono delle immagini interiori che rappresentano la voce della nostra anima. Si nasce con un destino che il nostro corpo custodisce: l’importante è scoprirlo e portare dall'interno all'esterno queste immagini interiori. Da subito fin da bambino ho scoperto che raccontare storie fosse una delle mie immagini interiori. E raccontarle attraverso le immagini in movimento, attraverso il cinema era, probabilmente l'arte, il linguaggio che mi rappresentava di più.


Cosa significa per le ragazze questa squadra?

Questa squadra calcio nasce nel 2013 dall'idea del presidente della scuola di calcio nuovo, per creare uno spazio dove le donne iraniane che vivono a Torino potessero trovare famiglia e comunità, perché quando arrivano a Torino sono delle individualità singole, spesso anche molto isolate e profondamente tristi per la condizione che vivono. Non è facile lasciare l'Iran a vent'anni perché, tranne la capitana che è più grande, le altre ragazze sono tutte ventenni. Inoltre in Italia le difficoltà sono all'ordine del giorno per una donna della diaspora appena arrivata.
La squadra è l'occasione per trovare un punto di riferimento: gli incontri, gli allenamenti, lo spogliatoio, il campo, quindi anche i campionati di calcio e le partite sono appunto un modo e un’occasione per continuare a essere comunità e famiglia e per non disperdersi, perché le ragioni e le occasioni di dispersione sono all'ordine del giorno, soprattutto in questo momento storico.

Dopo l'inizio della guerra dei 12 giorni e i bombardamenti americani in strada, come si vede anche nel film, le posizioni e i punti di vista politici delle protagoniste e delle calciatrici della squadra hanno avuto evoluzioni differenti, a volte opposte, rischiando di allontanare le ragazze e far disgregare la squadra. Invece l'allenatore di calcio cerca di tenerle unite e di lavorare proprio sull'idea di essere squadra, il che vuol dire continuare ad essere una comunità e una famiglia nonostante le idee e le posizioni diverse. Questa cosa accade nello spogliatoio e in campo ed è anche un ottimo modo per raccontare quello che sta accadendo politicamente e socialmente in Iran dove in questo momento il popolo iraniano ha dei punti di vista e delle idee politiche diverse. All'interno della squadra HOMA Iran Female non c'è una voce univoca come non c'è all'interno del popolo iraniano. Ma quando la capitana Atieh ha incontrato Shirin Ebadi, come si vede nel film, la prima donna Premio Nobel per la Pace, lei le dice che la cosa più importante è restare uniti Anche se ci sono idee opposte, se si vuole essere un giorno liberi, bisogna essere un popolo, restare uniti. Ed invita le giocatrici a cantare l'inno pre-regime, che per me e per la mia conoscenza è un bellissimo esempio di cosa essa rappresenti la cultura iraniana: amore per la natura, orgoglio identitario e soprattutto grande sacralità della vita.

(Arrivano le ragazze Atieh e Yasaman, nome che significa ‘gelsomino’)

Come vi fa sentire giocare in questa squadra? Quali sono i sentimenti e le emozioni comuni che vi dà stare in campo e cosa avete costruito con le vostre compagne? Considerate questa squadra come una sorte di ‘spazio sacro’?

A: Per me, quando faccio sport, soprattutto il calcio, mi dà felicità, mi sento molto libera e quando sono con le altre ragazze iraniane siamo già in una situazione ‘nostra’, perché conosciamo bene i dolori e le sofferenze che abbiamo per quello che succede in Iran. Io ho tante amiche e amici italiani, però nel momento che succede una cosa triste in Iran mi sento sola tra di loro. Invece quando sono con questa squadra è diverso, mi sento vicina a persone che capiscono e conoscono quel tipo di dolore...Poi ci sentiamo molto libere e siamo felici insieme, come una seconda famiglia. Quando siamo in un gruppo di donne, specialmente se iraniane, sappiamo che loro possono capire e con loro possiamo parlare in un modo che è più vicino al nostro cuore

Y: Anche per me è così, anche io sono d'accordo, perché quello che succede in Iran è grave ma tanti amici italiani o di altre parti d’Europa non sempre lo capiscono profondamente...

Quindi per voi questa squadra non è soltanto sport, è anche attivismo, è sentirsi parte di una comunità anche di una comunità allargata? Riuscite in qualche modo a contagiare anche il territorio dove abitate nella vostra battaglia?

A: Diciamo di sì, grazie al calcio abbiamo partecipato a tornei cui partecipano ragazze di altri Paesi. A Torino abbiamo conosciuto tante altre culture e tante altre ragazze calciatrici anche loro immigrate da altri Paesi. Abbiamo giocato con loro e adesso conosciamo molte persone .... Sai che Homa, il nome della nostra squadra è il nome di un uccello leggendario della cultura Persiana che porta libertà, fortuna e pace? .... Dicono che quando vola su una persona, e la sua ombra copre qualcuno, la testa di qualcuno, quella persona sarà molto fortunata.

Una battuta sul calcio: come siete arrivate a coltivare questa passione per il calcio?

A: Io amo proprio tutto quello che è sport, avevo tanti cugini tutti maschi, quando eravamo tutti insieme giocavamo a calcio sull'asfalto, sono caduta tantissime volte, volete vedere il mio ginocchio? mi sono spaccata le ginocchia, ma volevo combattere con i miei cugini, non volevo che pensassero che ero meno di loro. Da quando ero piccola ho iniziato a combattere, e tutte le ragazze iraniane, secondo me, hanno questo dentro, che vuol dire: ‘noi non siamo quel tipo di donne che pensate voi, che dobbiamo solo ascoltare gli uomini'. Allora se non ci ascoltano andiamo via, secondo noi tutte le ragazze che stanno fuori dall'Iran adesso la pensano così.

Cosa pensate del movimento 'Donna, Vita e Libertà'?

Quello originale di 3-4 anni fa lo seguivamo, perché adesso è un po' cambiato...prima andavamo a tutte le manifestazioni, abbiamo partecipato e grazie a questo movimento adesso vediamo che le donne in Iran sembrano più libere ma secondo noi, finché la legge non cambia, non ci sarà mai nessuna vera libertà. Adesso quando su Instagram si vedono foto o video che pubblicano dall'Iran io non posso credere che quelle donne sono iraniane. Con i vestiti che portano un pochino sopra il ginocchio, una volta, se li avessimo indossati, la polizia morale ci avrebbe arrestate, ora vanno senza velo, escono senza velo, per noi è stranissimo: perché accade oggi che hanno allentato la sorveglianza? Perché è solo propaganda, questo governo adesso ha bisogno di supporto da parte del popolo, sta combattendo con tanti Paesi fuori dall’Iran, e allora, per tenere tutto calmo, non dice niente, fa finta di non vedere ma finché la legge non cambierà noi non saremo davvero libere e bisogna stare ancora molto attenti.

Secondo voi ci sono delle battaglie che dovrebbero unire tutte le donne, in ogni situazione in cui si trovino nel mondo, di negazione dei diritti formali ma anche reali? Cioè non è solo la lotta per il velo ma anche contro la violenza patriarcale...

Sì certo, perché il modo di tenere l’hijab sicuramente è soprattutto un aspetto simbolico, si combatte per togliere il velo ma dietro questo Movimento c’è la libertà, il potersi vestire come si vuole e fare quello che le donne vogliono...deve cambiare la legge: preferisco tenere il velo ma cambiare la legge, se posso scegliere. Ora per i media fanno vedere che le cose stanno cambiando, loro sono furbi ma le donne in Iran non sono libere. Se vogliono entrare in un bar e arrestare una donna senza velo possono sempre farlo, quando vogliono, io ho studiato legge per due anni e lo so...la legge non è a favore delle donne

Avete nostalgia dell’Iran?

Sì certo in realtà noi fisicamente siamo qua però il nostro cuore è lì ...io sapevo che avrei dovuto passare qui tanti anni, ho trovato amici ma sempre mi dicevo che sarei andata avanti qui per tanti anni. Io, Atieh, sono qui da 10 anni, ho anche un figlio, lei Yasaman da 3 anni...mi dicevo: diventerà tutto più facile col passare del tempo ma ogni giorno che passa mi mancava di più l’Iran...Mi credete se dico che anche qua in Italia, quando passa la polizia, ho un po’ di paura?

***
Fra le altre opere della Festa a difesa dei diritti delle donne ricordiamo 'The Secret Reading Club of Kabul’, dell’afghana Shakiba Adil e della finlandese Elina Hirvonen, film che concorre al Premio per il Miglior Documentario, dove viene raccontata l’esperienza di lettura e scrittura di alcune giovani donne che, nella Kabul governata dal regime talebano, si riuniscono clandestinamente per leggere libri e studiare (come in 'Leggere Lolita a Teheran'), per scrivere i loro diari, ispirandosi all’esperienza di Anna Frank nella Amsterdam del 1940.

Proprio la lettura del Diario di Anna Frank diventa il cuore dei loro incontri, legata a riflessioni e toccanti interrogativi sulla vita delle donne. Riportando testimonianze del feroce regime talebano che dal 2021 incute terrore, le registe utilizzano materiali d’archivio della Kabul dei tempi della libertà, dove le giovani donne potevano studiare e divertirsi, contrapposti ad altri materiali che evidenziano la crudeltà e l’attuale annientamento sistematico del loro domani. Contemporaneamente le ragazze riprendono, tramite cellulari nascosti, la loro esperienza e quanto accade nel mondo esterno dove le libertà più elementari sono negate alle donne, creando così una documentazione sulla condizione femminile in Afghanistan.

Sempre sul tema dei diritti e delle convenzioni culturali arcaiche che condannano la donna in alcuni Paesi a matrimoni precoci in cambio della dote, per avere protezione anche economica, da segnalare ‘Skateboarding Is Not for Girls’, il secondo lungometraggio della regista macedone Dina Duma – autrice di Sisterhood, candidato all’Oscar® nel 2021 – che racconta una storia sospesa fra una gara di skateboard e un rito matrimoniale, dando vita a un’efficace narrazione tragicomica sulla condizione femminile contemporanea, dove la speranza di un cambiamento è affidata alle giovani generazioni che rifiutano di credere alle superstizioni, cercano di ribellarsi a stereotipi e pregiudizi di genere e percorrono nuove strade e nuovi linguaggi espressivi per uscire dal millenario patriarcato imposto.

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