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‘Fiore di Maggio’: un cortometraggio di Francesca Licari

‘Fiore di Maggio’: un cortometraggio di Francesca Licari

L’opera, dedicata a Peppino Impastato, nella ricorrenza della morte, e a sua madre Felicia, rende omaggio a tutte le madri coraggio, attraverso l’arte e il teatro. Intervista alla regista.

Mercoledi, 20/05/2026

Un cortometraggio toccante e necessario, "Fiore di Maggio", scritto, interpretato e autofinanziato dalla regista, attrice e scrittrice siciliana Francesca Licari, presidente dell’Associazione culturale ‘La Gattoparda’, col supporto di un gruppo di artisti indipendenti.
L’opera, in dialetto siciliano, è la trasposizione in cortometraggio dell'omonima pièce teatrale, che la regista spera di riportare presto anche in teatro, così come ha divulgato negli ultimi anni il cortometraggio nelle scuole.
Dedicato a Peppino Impastato, alla sua storia e alla sua lotta contro la mafia, ma soprattutto a sua madre Felicia e al suo coraggio, il corto, senza scopo di lucro, è stato presentato per la prima volta alla Radio fondata da Peppino "Cento Passi", in ricorrenza del suo compleanno, successivamente è stato adottato in molte scuole, e poi candidato al Davide di Donatello nel 2022.
Il mafioso Badalamenti è narrato in una chiave insolitamente diversa. visto come un re nudo, con le sue paure, i suoi sensi di colpa, i suoi incubi e suoi rimorsi, denunciato da Felicia Impastasto, la madre di Peppino, che rinunciando alla vendetta mafiosa ed affidandosi alla giustizia, riesce dopo 20 lunghi anni, a farlo condannare all'ergastolo, per la morte del proprio marito e del figlio Peppino.
Nel cast, oltre a Francesca Licari e Filippo Fugazzotto, i narratori del teatrino dei pupi, i bambini Edoardo ed Alessandro Ciampechini, i danzatori Salvo Mastroeni e Chiara Alessandro. Con la voce di Franca Fugazzotto.
L’impegno della regista e dell’Associazione è quello di tenere viva la memoria: per saperne di più abbiamo intervistato Francesca Licari sul cortometraggio e sui suoi progetti.

Intervista a Francesca Licari

Come è nata l’idea del tuo cortometraggio e perché hai scelto di raccontare la storia di Peppino Impastato e di sua madre Felicia, attraverso la forma teatrale ma usando il mezzo cinematografico?
In realtà non mi occupo solo di arte, ma anche di sociale, attraverso l’arte. Sia come artista indipendente, che come presidente dell’Associazione Culturale “La Gattoparda”, trattiamo diverse tematiche: bambini, salvaguardia dell’ambiente, solidarietà, e molto altro ancora. Cerchiamo di contrastare ogni forma di violenza con l’arte, ma soprattutto, con la poesia. Il mio corto, infatti, si esprime con estrema semplicità, in forma poetica e lontano da ogni forma di espressività che riporti alla violenza, con la certezza che anche negli animi più feroci, ci sia uno spazio di umanità, ed è su quello che puntiamo. Le mostre, seppur a tema, durano un limitato spazio di tempo, mentre una rappresentazione teatrale e, soprattutto l’espressione cinematografica, la si può trasmettere e portare ovunque e sempre, anche se ciò comporta una immensa fatica, specialmente per chi, come me, non fa parte di un sistema collaudato, ma attinge tutto dalle proprie forze e dalla propria tenacia. E poi amo il teatro e il cinema, e mi piace anche scrivere opere teatrali. Ho provato anche a recitare, con umiltà, perché sentivo che dovevo interpretare io, il ruolo di Felicia, per questa strana ma amorevole connessione che si era creata con lei, anche se morta da tempo…E cosi, è nato tutto spontaneamente e come un atto dovuto.

Tu hai conosciuto la madre di Peppino? Cosa significano per te (e per tutte e tutti noi) le scelte che ha fatto sua madre Felicia, nel corso della sua vita, prima e dopo la morte del figlio?
No. Non ho mai conosciuto Felicia, se non attraverso i media: la seguivo, dapprima quasi con distacco, come un qualcosa che non ci riguarda (un pensiero più che comune, quando si vive in Sicilia dove la ribellione è sottomessa all’indifferenza o alla rassegnazione). Ma non essendo io, anche se siciliana, né sottomessa, né rassegnata, come in tutte le cose impossibili che cerco di portare avanti, da ribelle quale sono, ho cominciato a sentirmi vicina a Felicia e ad appassionarmi alla sua figura, al suo percorso di vita, alla sua ribellione verso un sistema arcaico, che obbliga inevitabilmente a vivere ruoli scelti dalle famiglie. Ma ci pensate? Una donna che, pur avendo vissuto per tutta la vita in un ambiente omertoso, intriso di violenza e di vendetta, come pane quotidiano, riesce a scrollarsi tutto e a cambiare completamente visione delle cose, pur avendo subito la più atroce delle sofferenze: l’uccisione del marito e del figlio, scannato peggio di un povero animale, lei non cercherà vendetta, ma giustizia. Mi chiedo a tutt’oggi, chi avrebbe questo ribelle coraggio in un contesto come il suo. Ma quello che colpisce ancora di più in Felicia è che pur essendo una donna semplice, non certo “acculturata”, è riuscita a rompere ogni catena, a passare dall’altra parte, a denunciare e a fare del resto della sua vita una missione: ottenere giustizia legale, denunciare la criminalità organizzata, parlare con i giovani, esortarli a studiare e a stare lontani dai facili guadagni … “Fiore di maggio”, la mia opera teatrale e la pièce del corto, sono nati di getto, semplicemente pensando a lei e alla sua tenacia, al suo coraggio. Le dobbiamo molto, anche se ancora non ce ne rendiamo conto. E il suo coraggio non è solo siciliano ma appartiene ed è un esempio per tutte noi donne. Nell’interpretare il ruolo di Felicia non ho voluto seguire i consigli di Filippo Fugazzotto, il bravo co-protagonista che, nel corto, interpreta Badalamenti, il quale mi esortava ad essere più aggressiva e con pathos, ma non ce n’era bisogno. Felicia ha vinto la sua battaglia, parlando sottovoce, perché sapeva quello che faceva.
E quando si recita una poesia, perché arrivi al cuore e lì resti impressa, la si deve donare con pacata dolcezza.

Il tuo cortometraggio, “Fiore di maggio”, che accoglienza ha avuto in tutte le scuole dove lo avete presentato e presso i giovani?
È stato adottato in diverse scuole, mentre io continuo a divulgarlo. Vivo al riguardo, ancora oggi come in un sogno e, ancora oggi, mi viene il ‘lumacone’ quando, in molti, mi chiamano, per dirmi che si sono commossi nel guardare il video, e che ho lasciato il segno nei loro cuori. Mi chiama gente di ogni età, di ogni estrazione. Credetemi, i sacrifici sono tanti ed enormi, da artista libera, selvaggia e indipendente, che da sola cavalca la tigre, come fate voi, con la vostra rivista NOIDONNE. Ma tutto ripaga, quando si fa con amore e, altra grande soddisfazione, è quella di essere stata, col mio corto, in concorso al Davide di Donatello nel 2022…che bello!

Quali sono i tuoi progetti attuali e futuri? A cosa stai lavorando?
Oltre alle mie mostre personali, sempre rivolte al sociale, sono tanti i progetti e su diverse tematiche. Al momento sto lavorando su un progetto che riguarda i bambini. Ho invitato tutte le forze parlamentari, sia italiane che europee, affinché si attivino e rendano legge uno spot pubblicitario educativo, contro la pedofila, da trasmettere su tutti i media. Lo spot arriverebbe in ogni casa, anche in luoghi meno abbienti e sicuramente, renderebbe più consapevoli, contro questa oltraggiosa piaga …fino ad oggi, nessuno mi ha ascoltato, ma non mi arrendo e continuo. Il mio motto è: non ho paura di perdere, quanto non l’averci provato. Continuo a constatare che è un argomento che molti preferiscono non trattare. Il silenzio al riscontro è più che evidente. A me non interessa se qualcuno che ha più forza di me possa riuscire nell’intento, facendo sua l’iniziativa. Basta che sia realizzata. E poi tanti altri progetti ancora …il vulcano che ho dentro, non mi dà pace…

Come donna e come artista, quali pensi siano le battaglie che le donne devono affrontare per tutelare la propria libertà e autodeterminazione, all’interno di sistemi sociali spesso ancora discriminatori?
Ma intanto Felicia docet. Lei, ripeto, è da prendere come esempio, perché ci ha insegnato tanto. Ci ha insegnato a ribellarci, a non aver paura e al rispetto di noi stesse, soprattutto. Che strano però, se ci fate caso sono spesso le donne più semplici a cambiare il corso della storia. Non scordiamoci Franca Viola. Sapete cosa voleva, dire sovvertire in quegli anni il mondo arcaico da un ambiente ristretto e violento, come quello vissuto da queste protagoniste? Un conto era viverlo in una metropoli e senza questa cruda realtà, un altro in posti dimenticati dal cielo, dove persino uno starnuto, se fatto più forte, era già sintomo di ignominia. Sfido chiunque e credete a me gli stereotipi, ancora oggi, non sono scomparsi e non c’è sud e nord che tenga…Posso parlare del mio mondo, del mondo dell’arte dove la creatività si manifesta spesso in senso individuale. Io credo invece che si debba metterla al servizio del sociale, come un messaggio inviato da menti libere alle menti libere. altrimenti rimane arido.
Oggi, noi donne cosa dovremmo fare a mio modesto avviso? Semplicemente branco! Perché l’unione fa la forza, soprattutto in un momento come questo in cui un macigno imperativo si sta rapidamente espandendo grazie ai media.
I discorsi da salotto, sul femminismo anni Settanta, non sono più validi in questa società cangiante. Ma di questi, sicuramente bisogna mantenerne e riprendere i sogni. Siamo ancora capaci di sognare? Abbiamo ancora il coraggio di sognare o ci stiamo facendo fagocitare dall’indifferenza? Non lo so. So solo che questo è un momento dove la violenza contro le donne, i femminicidi, sono quasi all’ordine del giorno. Del perché succeda tutto questo, non sono ancora in grado di analizzare. troppo repentini i cambiamenti sociali in questo momento. Ma so anche che, OGGI PIÙ CHE MAI, non dobbiamo abbassare la guardia, non solo difendendoci, ma educandoci e soprattutto educando.
E che l’otto marzo ritorni ad essere una ricorrenza e non una festa per mangiate e spogliarelli. Che l’otto marzo riprenda la coscienza perduta e la consapevolezza del responsabile ruolo della donna nella società. Non per niente le biennali che ho organizzato per tanto tempo, in questa data, si chiamavano “a due passi dalle donne”.
Dobbiamo essere unite, più che mai, UNITE! a prescindere da ogni colore politico, spesso divisivo, ma proprio per questo, inficiante, o faremo il gioco di chi ci vuole indebolire, aumentando la discriminazione e limitando la nostra libertà. Non è facile, ma non dobbiamo arrenderci. Come non si sono arrese Felicia, Franca viola e tantissime altre donne, di ogni parte del mondo. Non dobbiamo aver paura di essere giudicate folli, è la follia che cambia il mondo. Prendiamo ad esempio la meravigliosa madre natura, Cominciamo ad urlare come i lupi. Prima da sole, poi a poco a poco le urla aumenteranno… e pure il branco…e non smettere mai di sognare!

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