Carla Lonzi, la donna in rivolta che sputava su Hegel
A 95 anni dalla nascita, il pensiero radicale di Carla Lonzi torna a interrogare arte, politica e femminismo, svelando i legami tra patriarcato, capitalismo e colonialismo.
Giovedi, 05/03/2026 - Due parole su Carla Lonzi vanno dette, a 95 anni dalla sua nascita, avvenuta il 6 marzo del 1931, sia perché stiamo assistendo a un vero e proprio ritorno in auge del suo pensiero, quello di una femminista radicale, sia perché forse solo oggi si apprezzano appieno alcuni aspetti (oseremmo dire profetici) della sua teoria.
Carla Lonzi nacque a Firenze e fu inizialmente una critica d’arte. Tuttavia, negli anni di una svolta epocale, non solo europea, quelli del ‘68-’69, Lonzi si rese conto che la figura del critico d’arte, così austera, distaccata, astratta, quasi avulsa dai contesti artistici contemporanei più brulicanti, incapace cioè di scendere dal suo statutario piedistallo, aveva bisogno di essere ripensata. Mettendo in atto questo ripensamento, Lonzi volle fare sua anche un’altra battaglia, quella femminista. Lottò per liberare la donna dalla subalternità e dalla schiavitù cui era (ed è) costretta.
Effettivamente, la donna nell’arte non ha uno spazio soggettivo, creativo, artistico in sé e per sé. Ella è piuttosto l’oggetto di una creatività immateriale che il patriarcato presume sia una prerogativa esclusivamente maschile.
Contemplata, trattata come modella, come musa (quando l’idealizzazione è massima), come figura elegante, composta, eversiva o reazionaria, monaca o prostituta, la donna resta pur sempre assoggettata allo sguardo maschile, sia esso giottesco o caravaggesco. Lo sguardo maschile è, in definitiva, il solo sguardo creatore, secondo la deformante prospettiva patriarcale.
E le donne artiste? Dove sono? Le donne artiste ci sono, certo, ma non meritano, chissà perché, lo stesso spazio degli uomini, né la stessa dignità.
Di questo, Carla Lonzi parla con Carla Accardi, artista d’origine siciliana, tra le più significative della scena contemporanea - si trova traccia di questa comunione di sentimenti e di intenti nel libro Autoritratto. E non è un caso che nel 1970 il Manifesto del gruppo romano di Rivolta Femminile sarà firmato proprio dalle amiche, Carla Lonzi, Carla Accardi - firmerà con loro anche Elvira Banotti. Questo nucleo femminista aveva maturato interessanti riflessioni sulla necessità di uno spazio di emancipazione per le donne, a partire dal contesto artistico, formativo e creativo.
A pensarci bene, sono ancora numerosi gli spazi di creatività negati alle donne. Il pregiudizio soggiacente è che le donne sono creatrici, semmai, di corpi; sono datrici di vita. E questo dovrebbe bastare loro: essere madri, partorire, allevare i figli, accudire la prole. Come se le cose non potessero stare insieme o procedere su binari paralleli.
Non può esistere una creatività della donna come soggetto? La donna non è portatrice di una sua propria visione? Non può avere ella stessa un suo sguardo pensante? Da questi interrogativi, Lonzi prese le mosse.
Carla Lonzi fu la femminista che, storicamente, osò per prima «sputare su Hegel». Come mai proprio su Hegel?
«Sputava» e, così facendo, ripudiava la visione del filosofo della Fenomenologia dello spirito, implicitamente denunciando l’insufficienza stessa di Marx, per alcune cose, e della prassi da questi agognata. La donna non è oppressa in quanto individuo appartenente a una determinata classe, ella è «oppressa in quanto donna», ovvero come elemento di una classe di sesso, scriveva Lonzi. Sia ella ricca, povera, agiata, colta o incolta, un certo grado di oppressione le apparterrà ontologicamente, per la categoria sessuale di cui ella fa parte.
Il problema, per Carla Lonzi, era che della donna finivano per dimenticarsi anche le ideologie sedicenti rivoluzionarie: lo stesso Lenin aveva rintuzzato e rimesso al suo posto Clara Zetkin (ovvero, rimesso a tacere!), quando ella aveva avuto l’ardire di pretendere che la donna avesse il suo spazio nel socialismo – e Lonzi riporta per esteso delle lettere che fanno oggi l’effetto di pugni nello stomaco, specialmente in quelle lettrici che del leninismo avrebbero qualcosa da salvare.
Ebbene, le donne, un vero e proprio «soggetto imprevisto» e «inaspettato» nella Storia, intesa così come voleva intenderla l’Idealismo, vogliono parlare, esigono di avere voce in capitolo. Sono gli anni Settanta, e la strada dei diritti (all’aborto, al divorzio, all’autodeterminazione psico-fisica) sta per essere tracciata per via di manifestazioni, striscioni, volantini, motti urlati ai megafoni.
Se si dovesse dire in breve, tuttavia, qual è il nucleo più interessante e profetico della filosofia lonziana (che ella non credeva neanche avesse il merito della teoresi), bisognerebbe sottolineare gli elementi di continuità che Carla Lonzi vedeva tra due fenomeni: quello del colonialismo e quello del maschilismo.
Di impressionante lucidità, infatti, è l’intuizione di Lonzi secondo cui l’uomo (specialmente maschio bianco europeo ed eurocentrico), ovvero il vertice della tirannia oppressiva storicamente determinata, mette in atto (nei casi deteriori, ovviamente) una forma di colonialismo e di capitalismo che si esercita sia in senso geografico sui luoghi, sulle regioni del mondo (e qui, abbiamo il colonialismo in senso stretto), sia sui corpi delle donne. Già gli ominidi della preistoria, scrive Carla Lonzi, avevano una certa abitudine alla «predazione sessuale».
Che il corpo delle donne fosse un “luogo espropriato”, abusato, mercificato, oggettualizzato e dominato era forse chiaro molti. Ma che questa espropriazione fosse inscritta in uno spettro di sfumature capaci di collegare colonialismo, capitalismo e maschilismo è un’evidenza che dobbiamo alla donna in rivolta, Carla Lonzi.
Fosse viva ancora oggi, Lonzi avrebbe forse molto da ridire sull’omologazione a cui il biocapitalismo vuole indurci: standardizzazione di misure, pesi, lunghezze, colori, tipizzazione di gesti e movimenti. In questo, Lonzi vedrebbe, probabilmente, i rigurgiti di un vecchio e ben noto diktat di stampo patriarcale.
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