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Il coraggio delle calciatrici dell'Iran e i tailleurs delle donne potenti

Il coraggio delle calciatrici dell'Iran e i tailleurs delle donne potenti

Il mondo in fiamme con la guerra dei (maschi) potenti. Le donne ai vertici hanno il dovere di prendere la parola e (di)mostrare la differenza di cui sono capaci

Mercoledi, 04/03/2026 -

Le calciatrici della Nazionale dell’Iran ieri non hanno cantato l’inno del loro Paese. Una posizione presa in occasione di una partita della Coppa d’Asia femminile in Australia che la squadra si accingeva a giocare contro la Corea del Sud. La protesta silenziosa è stata espressa contro il regime islamico e con l’approvazione del sorriso dell’allenatrice Marziyeh Jafari. Da sottolineare il coraggio di queste giovani le quali, consapevoli dei rischi che corrono per la crudele repressione del sistema teocratico in Iran contro anche la minima espressione di dissidenza (vedi la scomparsa dell’ex portiere della nazionale Rashid Mazaheri, prelevato da casa dopo aver pubblicato un post in cui si felicitava per la morte di Khamenei) hanno ritenuto irrinunciabile rappresentare al mondo la ferma richiesta di libertà e diritti civili.
Un desiderio che, evidentemente, la ferocia del regime non riesce a spegnere.
Queste calciatrici hanno voluto riconfermare il sentimento profondo e radicato di un popolo orgoglioso della propria antica storia e probabilmente consapevole che l’attacco all’Iran lanciato da USA e Israele non è sferrato ‘solo’ per uccidere un leader sanguinario ma ha ben più larghi obiettivi non dichiarati e in gran parte inconfessabili al mondo.
Nella portata storica degli eventi globali cui assistiamo e che ci confermano, ora per ora, che le sorti dell’umanità e di milioni di persone innocenti sono affidate a un manipolo di individui cinici (sempre), incapaci (spesso), famelici (certamente), come possiamo definire questo piccolo gesto di un pugno di ragazze disposte a rischiare TUTTO? Eroico, certo, ma non basta.
È un condensato di potenza in cui possiamo, vogliamo cogliere il senso autentico del nostro essere in vita, qui e ora.
E torna in mente, non a caso, quel grido che dalle piazze iraniane è arrivato a noi: Jin, Jiyan, iAzad (Donna, Vita, Libertà). Conferma che noi donne siamo, e saremo, la speranza di qualcosa di diverso e di migliore che accadrà, prima o poi, nonostante il silenzio o la quiescenza di quelle che oggi potrebbero esercitare un potere significativo perché occupano uno spazio pubblico loro consegnato non solo per riequilibrare la rappresentanza di genere.
Siamo arrivate al punto: non è più tempo di calcolare le percentuali degli spazi che occupiamo indossando colorati tailleurs, ma è ora di dimostrare che ne valeva la pena essendo capaci, in quanto donne, di fare la differenza.
Siccome la posta nel risiko che i potenti stanno giocando è la civiltà, a partire dalla libertà delle donne, conviene – care amiche ai vertici – che ci facciate capire di che stoffa sono i vostri tailleurs.


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