Login Registrati
Il Robot amico degli esseri umani. Intervista a Francesca Cocchella (IIT)

Il Robot amico degli esseri umani. Intervista a Francesca Cocchella (IIT)

Il cammino della robotica cognitiva e la ricerca presso l'Istituto Italiano di Tecnologia, centro di eccellenza internazionale

Mercoledi, 02/09/2026

La robotica cognitiva è l’ambito delle ricerche di Francesca Cocchella, psicologa sociale che lavora presso l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova in progetti che guardano al futuro allo scopo di migliorare la vita delle persone. È previsto un suo intervisto al Festival di Bioetica (Rapallo, 4 e 5 settembre), che in questa decima edizione raccoglie riflessioni e testimonianze intorno al tema ‘Speranza’. Ecco la sua intervista.

Lei ha recentemente completato un dottorato di ricerca in robotica cognitiva, interazione e riabilitazione. Può spiegare di cosa si tratta?
La mia specializzazione riguarda la robotica cognitiva, con un focus sull’interazione uomo/robot. È una questione di cui ultimamente si parla moltissimo, soprattutto per l’aspetto dell’interazione umana con queste macchine. Anche se la loro presenza nella società non è assolutamente ancora prevalente, certamente c’è un movimento in questa direzione. In questi anni ho lavorato nell’unità di ricerca Contact presso l’Istituto Italiano di Tecnologia, dove ho svolto il mio dottorato di ricerca in collaborazione con l’Università di Genova, supervisionata dai dottori Alessandra Sciutti e Francesco Rea; l’obiettivo della nostra unità di ricerca è quello di studiare l’interazione uomo/robot in cui il robot non è una specie di sostituto dell’essere umano, ma un collaboratore. La parola ‘collaborazione’ nasconde un mondo, perché collaborare tra esseri umani non è attività semplice, richiede la capacità di cogliere una molteplicità di segnali che i nostri interlocutori ci mandano, sia verbali che non verbali. Spostare tutta questa interazione su una macchina, quale è il robot, è un’impresa molto complicata che richiede di presidiare una molteplicità di elementi. Non a caso nell’unità di ricerca accanto ai tecnici sono presenti ingegneri, filosofi, psicologi e neuroscienziati, tutte competenze necessarie per capire come funziona la cognizione umana in modo di poter poi cercare di riprodurre questa interazione. L’obiettivo è progettare e costruire macchine che possano essere nostre collaboratrici. Questo perché noi crediamo che la tecnologia possa dare una sorta di empowerment all’essere umano per migliorare il nostro stile di vita attraverso la tecnologia robotica o di altro tipo che siano di supporto alle nostre attività.

Di cosa si è occupata, in particolare, nell’ambito della ricerca?
Nella ricerca mi sono concentrata su quelli che possiamo definire gli stakeholder, cioè persone e utenti che dovrebbero utilizzare il robot nei loro ambienti naturali: nelle scuole, nei musei, in ambito ospedaliero. Dal mio punto di vista di psicologa ho studiato come le persone reagiscono rispetto ai robot. Nel nostro caso si parla di social robot, robot sociali, cioè macchine che possono comportarsi in modo simile agli umani e che, infatti, sono antropomorfi nell’aspetto e hanno comportamenti ispirati a quelli degli esseri umani. Per esempio parlano come gli umani. Portare in un ambiente reale una tecnologia come questa è una sfida molto interessante. Per noi è molto importante anche capire come le persone reagiscono a questo genere di tecnologie ed è indispensabile tenere in considerazione le opinioni e le necessità dell’ambiente reale. Se pensiamo alle scuole, agli spazi culturali o agli ambienti ospedalieri, ci rendiamo conto delle molteplici e differenti esigenze. Inoltre le persone coinvolte in questi ambienti sono tante e diverse; nelle scuole abbiamo studenti, insegnanti e genitori, negli ospedali abbiamo medici, pazienti, familiari… ogni ambiente ha caratteristiche specifiche ed è molto difficile realizzare una tecnologia che riesca ad adattarsi a 360°. Il nostro obiettivo è studiare come poter rendere le tecnologie il più possibile adattabili alle complesse esigenze dell’essere umano e, in questa prospettiva, l’intento della mia unità di ricerca è quello di arrivare ad avere delle architetture cognitive e dei robot che in qualche modo possano autonomamente comportarsi con gli esseri umani in modo di essere loro di supporto.

Nelle persone comuni i robot suscitano la fiducia verso il futuro ma anche il timore di una possibile sopraffazione degli esseri umani. Che può dirci a questo proposito?
Tutti vediamo i film che preconizzano il dominio dei robot sull’umanità ma, appunto, dobbiamo sapere che sono film. Una questione seria, invece, riguarda l’informazione, che mostra sempre più spesso robot che fanno cose mirabolanti raggiungendo e superando le abilità umane. È qualcosa che, naturalmente, ci impressiona. Ciò che non viene spiegato è che quelle attività eccezionali sono il frutto di un lungo lavoro di ricerca di equipe a livello internazionale che si è concentrato unicamente in quella performance. Ne siamo tutti ammirati, anche noi come ricercatori e ricercatrici, ma dobbiamo essere consapevoli che quei robot possono essere specializzati in un singolo gruppo di azioni e che quindi non possono agire a tutto campo nella realtà. Sono prodotti in laboratorio che si muovono in quella dimensione. Poi aggiungo che non è nello spirito della ricerca lavorare nel soppiantare gli esseri umani in tutte le nostre attività quotidiane. Quindi mi sembra che occorrerebbe un’informazione più completa e anche una formazione che possa far comprendere il senso del nostro lavoro: robot che siano di supporto alle attività e ai bisogni degli esseri umani per migliorare la qualità della vita.
 

©2019 - NoiDonne - Iscrizione ROC n.33421 del 23 /09/ 2019 - P.IVA 00878931005
Privacy Policy - Cookie Policy | Creazione Siti Internet WebDimension®