Attrice e interprete impegnata, tra le più talentuose nel nostro odierno panorama teatrale, Federica Di Martino ha avuto la fortuna, appena diplomata all’Accademia Silvio D’Amico, di affiancare da subito grandi nomi della regia italiana di allora: Luca Ronconi, Giuseppe Patroni Griffi, Pino Quartullo e altri, sino all’ultimo, Gabriele Lavia, che è anche il suo attuale compagno. Pur giovanissima, si è confrontata con ruoli impegnativi e importanti, testi classici e contemporanei, sempre scelti con empatica attenzione. Nell’estate del 2013 ha iniziato una collaborazione con Dacia Maraini, realizzando con la scrittrice lo spettacolo: “Cronaca di un amore rubato”, sulla violenza contro le donne. Sotto la sua direzione, dallo spettacolo, tratto da un racconto della scrittrice, è nato “Amori rubati”, un progetto culturale composito dove trovano spazio performance teatrali, dibattiti di informazione culturale e legale, testimonianze sulla violenza di genere, ospitato attualmente dal teatro di Documenti di Roma. Gli introiti, acquistando il biglietto per questi incontri, vengono di anno in anno devoluti ad associazioni che si adoperano in questo ambito come Il telefono rosa, l’UDI, l’associazione Edela che si occupa degli orfani delle vittime di femminicidio, e molte altre associazioni attive a livello nazionale e regionale. Come artista impegnata nella sensibilizzazione contro la violenza di genere, nel 2024 le è stato assegnato il premio Minerv@. L’abbiamo incontrata dopo una delle innumerevoli repliche che quest’anno l’hanno vista protagonista del dramma “Il lungo viaggio verso la notte” di Eugene O’Neill. Si tratta di un dramma autobiografico del grande commediografo, che mette in scena il disfacimento della propria famiglia. Federica Di Martino interpreta la madre, Mary Tyrone, una donna frustrata che cerca rifugio dalla realtà che l’ha delusa, nella droga.
Questa volta sei impegnata nel ruolo di una donna sconfitta, vittima dell’assuefazione alla morfina e di un marito narcisista... E’ un ruolo intenso, sofferto, e il dramma è autobiografico. La madre dell’autore, a seguito di un parto difficile, iniziò a utilizzare questa droga che al tempo era prescritta dai medici come panacea per tante sofferenze, sino a diventarne schiava. Questo fa si che pur non condividendo le scelte di vita che il marito, un ex attore egocentrico e avaro, si arrende alle sue imposizioni, e recita un ruolo di moglie e madre devota sottomessa, rinunciando ai suoi veri desideri e ambizioni, come lo studio della musica. Volendola proteggere a suo modo, il marito non fa che peggiorare la situazione rendendola ancora più debole e infelice. Contemporaneamente lei cerca come può di proteggere i figli dall’ingerenza di quell’ingombrante patriarca: il minore fragile e malato di tisi, il maggiore ribelle,gaudente, einsofferente alle imposizioni paterne. E’ come se tra loro, pur di avere un’apparenza di famiglia unita, recitassero delle parti, ciascuno chiuso in un proprio mondo. Nessuno accetta la realtà, mentono a se stessi e agli altri. E tuttavia si percepisce che in fondo si amano, anche se a modo loro. Alla fine l’unico modo per Mary di esprimere quello che sente dentro di sé è facendo un gesto di pazzia, regredendo a uno stato di infanzia.
Oltre a interpretare il patriarca egotico e ingombrante, qui Gabriele Lavia è anche regista. Com’è lavorare diretta dal proprio partner ? Domanda che inevitabilmente ti faranno tutti…. Sinceramente mi trovo bene. Il nostro è un rapporto sereno, basato su una grande stima reciproca. Ormai rodato da più di vent’anni. Niente scontri, solo confronti!
Dalle tue scelte professionali, è evidente una certa propensione per autori impegnativi. Quali sono le tuepreferenze ? Adoro Ibsen, anche per le tematiche legate alla realtà femminile, che al tempo certo era piena di ostacoli. Basti pensare a “Casa di bambola”, uno dei testi preferiti da Eleonora Duse che lo propose per prima in Italia, dove fu censurato per il finale, per la protagonista che sceglie di lasciare il marito. O “La donna del mare”, sempre sul tema dell’autodeterminazione femminile. Ma anche Pirandello ha un posto speciale nel mio cuore.
E di questi autori, porteresti in scena ……? Edda Gabler di Ibsen, ma temo di essere troppo “vecchia” per quel ruolo.
E’ importante per te che un artista sia impegnato socialmente ? Non è un obbligo, è una scelta. Per me è una cosa naturale dedicarmi per esempio alle problematiche che riguardano le ingiustizie e le violenze di genere, in campo privato e sociale. Con Dacia Maraini abbiamo realizzato, a partire da uno spettacolo teatrale, un progetto culturale “Amori rubati”, che vuole essere una testimonianza di quanto si può fare, anche attraverso il teatro, che è un veicolo di informazione, coinvolgimento e sostegno, oltre che intrattenimento.
A proposito di teatro, ti sembra che sia sempre più in crisi, visto anche l’enorme utilizzo di tecnologia in tutti i campi? E’ dai tempi di Aristofane che si parla di teatro in crisi. Secondo me non è così, proprio per la caratteristica fondamentale di mantenere un contatto umano. Il teatro stimola al confronto diretto, a pensare, a empatizzare con gli altri, a esprimersi. Per questo dovrebbe essere materia obbligatoria nelle scuole. Personalmente sono contraria all’eccessivo utilizzo di tecnologia nelle scuole, e anche a teatro. La tecnologia snatura e sminuisce quel contatto umano, quell’empatia, quell’emozione intensa e percepibile, che solo lo spettacolo dal vivo può stimolare. Il teatro vive con l’uomo, respira con l’uomo.
Progetti futuri ? Tanti. Continua il progetto di riscrittura di classici come l’'Odissea al femminile', che porto avanti con Cinzia Maccagnano. Stiamo pensando anche a una trasposizione dell’Iliade. Ci saranno anche progetti con Gabriele e con Dacia Maraini. Ma ne parliamo un’altra volta.
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