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Incontro sul saggio di Marialaura Simeone ‘Un fuoco grande. Bianca Garufi’

Incontro sul saggio di Marialaura Simeone ‘Un fuoco grande. Bianca Garufi’

Candidato al Premio Strega 2026 e dedicato alla scrittrice dimenticata, il volume è stato presentato a Bari

Martedi, 21/07/2026

Il 12 aprile 2026 a Bari si è tenuta la presentazione del volume di Marialaura Simeone, candidato al Premio Strega 2026 e dedicato a una scrittrice dimenticata, dal titolo "Un fuoco grande. Bianca Garufi" (edito da Les Flâneurs di Bari e preziosa gemma nella collana “Le Innominate”, curata da Annachiara Biancardino).
A distanza di mesi, corre l’urgenza di fissarne una ricognizione per dare eco alla pagina scritta e al dialogo con l’Autrice in quel pomeriggio di primavera nel capoluogo pugliese.
Inizialmente la sua penna tratteggia di Bianca Garufi un excursus biografico, partendo da coordinate identitarie che suggeriscono ascendenze mitologiche a cui allude il nome. Del resto, in una trama di rimandi, centrale nell’impalcatura del libro, già prima di inoltrarsi al suo interno, è evocativo il titolo. Oltre a menzionare "Fuoco Grande" (romanzo bisessuato, scritto da Bianca Garufi e Cesare Pavese nel 1946, poi pubblicato nel 1959), lasciando presagire in modo velato lo studio della sua genesi in particolare dalla parte di lei, sembra designare Bianca Garufi come un «fuoco grande».
Forse lo è stato anzitutto per Marialaura Simeone.

E, intanto, promana proprio dal titolo l'omaggio rivolto all’elemento più ancestrale nella formazione dell’Universo, di fatto abbinato alla scrittrice. Basti pensare al fuoco nelle sue variegate manifestazioni e al valore simbolico: luce radiante, magma incandescente al centro del Pianeta, Sole che sprigiona energia termica e generativa nel ciclo naturale e circadiano, fuoco che incide le divine Tavole, fuoco sacro della poesia, duende del flamenco, fiamma ardente che secondo Garcìa Lorca (in "Poeta en Nueva York" - a cura di Piero Menarini, Edizione Espasa-Calpe) sospinge l’artista ad assecondare l’impulso della propria ispirazione creativa.

Un cenno è rivolto esplicitamente, avanzando nella lettura, alle qualità ossimoriche della Dea Bianca: connubio prodigioso di «saggezza ed elevatezza spirituale», mistero e vitalità conturbante.
Si può intravedere in lei una sorta di controcanto alla donna-angelo, invocata da Eugenio Montale in "Le occasioni" (1939) e in "La bufera e altro" (1956), per la saggezza lungimirante e la cultura che egli considerava in Clizia come antidoto salvifico a ogni forma di barbarie di quell’epoca dominata dalle spregiudicate tensioni della Guerra Fredda e dal trionfo della disumanizzante società di massa.

Il profilo di Bianca Garufi, nata a Roma il 21 luglio 1918, è ricostruito immediatamente attraverso indizi disseminati tra i versi delle poesie di Cesare Pavese dedicate alla sua musa. E continua a lasciarsi ricamare ancora nel corso del testo come archi di corallo in seta.
Trova spazio il riferimento alle origini siciliane, all’infanzia, alla formazione accademica, all’impegno nella Resistenza romana e al percorso professionale come psicoanalista junghiana, vicepresidente della IAAP (International Association for Analytical Psychology, fondata nel 1955), segretaria di redazione dell’Einaudi, traduttrice, poetessa e scrittrice, fondatrice del lettorato di lingua e cultura italiana all’Università cinese di Hong Kong, autrice di "Femminazione", pièce teatrale risalente al 1974 con Floriana Bossi.

L’attenzione poi si indirizza a "Fuoco grande", analizzando trama e sostrati sottostanti al romanzo redatto a quattro mani. Prende forma una sofisticata e originale indagine.
L’Autrice rievoca episodi cruciali della relazione amorosa tra Pavese e Garufi, stabilisce un confronto stringente tra la stesura delle loro opere più emblematiche (legate in modo sinergico), evidenziando la cifra stilistica delle rispettive scritture e l'influenza reciproca con cui sembrano fecondarsi a vicenda, nonostante sia forte l'ascendenza di lei su Pavese e autentica la sua statura autoriale. Individua quindi le ripercussioni che vita e personalità di entrambi hanno innescato sulla produzione del loro romanzo insieme. Così, dinanzi alla lente di ingrandimento, passa in rassegna un mosaico fitto di stralci di "Fuoco grande", frammisti a passaggi tratti da altri loro componimenti in una miscellanea costruita in modo fluido e incalzante.
Emergono inoltre segmenti del passato di lei che rendono nitida la fotografia dei suoi trascorsi, della sua figura di intellettuale poliedrica e il contatto con ambienti non-reazionari o di portata internazionale. Ad esempio nel 1937 è a Trieste, crocevia multietnico e cosmopolita, accanto al militante comunista Piero Mondello; negli anni Sessanta a Parigi dove vive tre anni e incontra Pierre Denivelle, dipendente della Olivetti; negli anni Quaranta a Roma è molto vicina a Fabrizio Onofri, esponente carismatico di spicco del Partito comunista italiano, ma consolida anche il sodalizio umano e professionale con i coniugi Bernhard, pionieri e fondatori della psicoanalisi junghiana in Italia.

Al fine di comprendere la dimensione di Bianca Garufi e il suo apporto al romanzo, è inserito un vasto materiale documentale: cartigli, frammenti di lettere tra Pavese e Garufi, in cui è deposto l’affidamento reciproco di vicinanze d’amore e inconfessabili segreti, commenti e scambi reciproci di idee, oltre a lacerti di pagine diaristiche e pensieri di lei, come in una sorta di prosa d’arte custodita tra le righe.
In base a sorprendenti parallelismi, il filo rosso tra i due si interseca poi a suggestioni che affiancano Bianca Garufi sia ad autrici (come Livia De Stefani, Goliarda Speranza, Federica De Paulis e altre di cui si recuperano le voci) sia ad autori, studiosi e intellettuali che collimano con la cornice e gli spunti della vicenda.
Si spezza tra digressioni, analogie, citazioni, intagli analitici, scintille di riflessione, impressioni e memorie di vita personale da parte dell’Autrice.

Quanto ai contenuti, è prospettata una geografia eterogenea di nuclei tematici. In primo piano, si staglia il legame con la Resistenza. L’esperienza di Garufi a Ponte Milvio, alle porte di Roma nord, è condivisa del resto da altre donne come Alba de Céspedes, Angela Maria Cingolani, Luciana Viviani, Marisa Ombra. E se ne ricava così una inestimabile testimonianza sullo spaccato di allora spesso omessa nella registrazione storica: un collettivo tutto al femminile che coraggiosamente nel 1943 prende parte alla militanza romana contro l’occupazione nazifascista, consapevole del valore culturale che l’organizzazione di tale intervento rappresenta. Infatti, manifesta, al netto dell’azione, il contrasto con gli stereotipi culturali, secondo i quali la donna è tradizionalmente relegata al focolare domestico per mansioni subordinate ai ruoli dell’uomo. Le protagoniste della Resistenza invece riflettono sulla lotta partigiana che veicola il loro ingresso nello scenario politico, scuotendo i cristallizzati (dis)equilibri sociali e le gerarchie predeterminate dall’alto del patriarcato.

Alla luce dei romanzi di Bianca Garufi in concordanza tra loro ("Il Fossile", "Libro postumo" e "Fuoco grande"), delle poesie, degli scritti, dei riverberi tra lei e Pavese e della panoramica sui suoi stessi vissuti, affiorano snodi e parole-chiave: tra questi, la volontà di emancipazione dai vincoli materni; la ricerca di un’ “anima nuova”; il rovello delle ambivalenze familiari (rappresentate, ad esempio, dalla figura di una madre scostante, a volte distaccata e a volte più disposta a salvaguardare l’intesa con la sua creatura filiale); il rapporto con il materno; il rapporto tra i sessi; il risveglio e la rivalsa del femminile represso; la tensione tra pulsione e coscienza, amore e morte; la smania del desiderio che brucia e consuma nel dolore.
Sullo sfondo si ravvisa un corollario di simboli legati a luoghi mitici primitivi e arcaici.

Infine, lo scavo interiore.
Non solo operato direttamente dalla scrittrice, che peraltro aveva portato avanti il percorso di psicoanalisi junghiana (prima di affermarsi in qualità di psicoterapeuta), ma anche quello condotto dall’Autrice su di sé mentre, nel corso della narrazione in prima persona, annota le proprie risonanze servendosi anche di quelle corrispondenze per avanzare nella sua più inedita disamina (lucida e intuitiva). Del resto, la psicoanalisi junghiana è interpellata a più livelli e più volte: ad esempio, per approssimarsi ai passi della scrittrice e comprenderne i meccanismi interiori (soprattutto intrinseci alla formulazione creativa), viene sperimentato il quadro riguardante l’analisi dei sogni.

Ed ecco giunti al punto della intelaiatura narrativa.
Il racconto esibisce una flessibile e mobile architettura: può configurarsi, infatti, come un saggio-romanzo che combina il reportage all’inchiesta letteraria e introspettiva tramite il ricorso al monologo interiore.
Fornisce inoltre segnali per un meta-romanzo, a cui prende attivamente parte chi legge: chiunque si affacci alla lettura non resta all’angolo di una osservazione passiva ma aderisce a una dimensione interattiva e intraprende la traiettoria su di sé, in linea con quella rete di rispecchiamenti e proiezioni prismatiche estese a tutte le componenti interlocutrici, interne ed esterne, che abitano il testo.

La narrazione si articola dunque su più piani: cogitativa, intuitiva e onirico-visionaria.
Non vi è il rischio, tuttavia, che l’eclissi di una impostazione logico-sequenziale risulti criptica e dispersiva. Anzi: lo sguardo vigile e sapiente dell’io narrante accompagna e sorveglia tanto che la struttura, seppur priva di capitoli e paragrafi, è tenuta insieme da diramazioni predisposte a riannodarsi in un sistema circolare coeso e armonico.

La discesa eroica da parte dell’Autrice nell’abisso del proprio inconscio fornisce un versatile strumento conoscitivo: da una parte orienta l’esplorazione di sé - nella sincronicità tematica ed emotiva che la accosta a Bianca Garufi. Dall’altra, è utile all’approfondimento dei richiami riguardanti la scrittrice romana. Infatti, questi indirizzano la congettura di ipotesi interpretative e intuitive (sollecitate dal coinvolgimento personale), al fine di ricercare tasselli sottili e concreti che, una volta ripresi, ricompongono la parte più sommersa della sua storia.
In quest’ultimo accorgimento, pensando cioè all’incastro tra vicende e indagine delle retrovie, si può scorgere (per assonanze pindariche) una moderna traccia di allineamento alla lezione della poetica manzoniana, la quale attribuisce completezza al resoconto dei fatti storici con l’ausilio dell’immaginazione, “il vero poetico”, non per inventare ma per sondare verità più profonde a cui dar voce (e di fatto intercettate da Marialaura Simeone).

Chi si avventura nel testo può lasciarsi trainare da una danza che circoscrive l’anatomia dell’anima e i suoi moti (forse ondulatori e intrecciati). Ne segue i ritmi: dai tempi misti che confluiscono l'uno nell'altro (con la loro mescolanza) all’alternanza tra passi lenti, salti all'indietro e rapide sincopi del racconto. Ripercorre, infine, le fasi di un’autogestazione: esplorarsi, accogliersi, discendere in una caverna oscura (di ricordi, di associazioni, di parallelismi, di realtà obnubilate), per ridare nome alle proprie radici e disvelare le orme del passato.
Un respiro di intimo afflato si distende nella tessitura narrativa come nell’alveo soffice e silente di un grande antro materno dove il destino identitario ritrova la nascita ma anche il via per un nuovo lancio evolutivo al di fuori.
Marialaura Simeone porta a compimento, con originale ed efficacissimo esito, precisi traguardi: restituire a Bianca Garufi un ritratto esistenziale e letterario per collocarlo all’interno del patrimonio storico-sociale e culturale italiano (e non); riconoscere la retrospettiva complessa di "Fuoco grande".
Eppure, non va trascurato: l’andamento della prosa avvincente opera una “stereoscopia” sia della realtà studiata sia di quella intorno al testo, lasciando aperto (a chi legge) lo spiraglio per uno spostamento itinerante dentro di sé in solitaria ed uno condiviso insieme con l’Autrice, quasi fianco a fianco.
Richiede agilità e disposizione d’animo al viaggio. Non sorprende allora che, a chiusura, l’epilogo possa essere compendiato in una domanda vibrante, intercettata prima di congedarsi. E tutto può ripartire anche da lì. In un riavviato movimento.


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