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La joie de vivre di Gisèle Pelicot

La joie de vivre di Gisèle Pelicot

Mentre in Italia si discute se inserire il concetto di consenso nella norma penale che punisce la violenza sessuale, Gisèle Pelicot racconta la sua vita non come vittima ma come sopravvissuta alla violenza.

Venerdi, 27/02/2026 - Tra tanti titoli che poteva scegliere per raccontare la sua vita, Gisèle Pelicot ha scelto quello più inaspettato: “Et la joie de vivre” (pubblicato in Italia da Rizzoli col titolo “Un inno alla vita”, 2026). E per quanto incredibile possa sembrare a chi già conosce la storia che Gisèle va a raccontare, dalle sue parole emerge davvero la joie e la voglia di vivere ancora, nonostante tutto il male che questa vita e che l’uomo della sua vita le ha riservato. E in fondo, forse, essere felici e felici di vivere è l’unica vendetta possibile contro chi cerca di annientarci. «Non sono morta. Ho ancora fiducia».

Gisèle ricorda la mattina in cui ha accompagnato suo marito in commissariato: gli aveva preparato i vestiti come ogni giorno, avevano fatto colazione insieme e nel pomeriggio voleva fare una lunga passeggiata. Due mesi prima suo marito era stato colto nell’atto di filmare sotto le gonne di alcune donne al supermercato. Lo aveva confessato a Gisèle. Lei gli aveva detto che non ne avrebbe parlato coi loro figli e che non lo avrebbe lasciato, però lui doveva chiedere scusa a quelle donne, andare da uno psicologo e non avrebbe mai più dovuto farlo. Gisèle desiderava continuare la sua vita semplice, con i suoi alti e bassi, con le sue preoccupazioni e gioie quotidiane. «Mi accontentavo della mia piccola vita». Ma quella vita qualunque, la mattina del 2 novembre 2020, si è dissolta.
«Una persona gentile, premurosa. Un uomo fantastico, per questo siamo ancora insieme». Questa è la descrizione che Gisèle dà alla polizia prima di sapere chi era davvero suo marito, il marito con cui aveva condiviso cinquant’anni della sua vita. È inimmaginabile la sensazione di non riconoscersi nelle fotografie mostratele dalla polizia che la ritraggono come «una bambola di pezza» resa oggetto sessuale di decine di uomini sconosciuti. Almeno cinquanta uomini identificati, almeno altri trenta rimasti ignoti.
«Dominique è stato arrestato. Mi ha violentata e fatta violentare da sconosciuti per anni». La prima volta che Gisèle pronuncia queste parole le rivolge alla sua amica Sylvie. «Avevo appena detto a voce alta ciò che tutto il mio essere si rifiutava di sentire» e «un’ondata di vergogna mi ha travolta mentre leggevo l’inimmaginabile sul viso di Sylvie». Non è possibile. Anche Sylvie lo pensa: non è possibile. La mente di Gisèle si difende negando. La mente di chiunque di noi si difenderebbe così, negando che un’azione tanto orribile e disumana sia stata compiuta. Eppure è stata compiuta: gli esseri umani sono capaci di azioni disumane, per quanto ossimorica questa realtà sia.
Dopo Sylvie, Gisèle deve raccontare a sua figlia e ai suoi figli cosa il loro padre ha fatto alla loro madre. «Tutti sappiamo che prima o poi avremo delle cose difficili da annunciare ai nostri figli, ma non questa, non una cosa come questa; va oltre i limiti di ciò che si può immaginare». E poi scoprire le foto che ritraggono Caroline nelle stesse condizioni di sua madre. E poi le foto che ritraggono le due nuore di Gisèle… Ha la malvagità un limite? «Nell’orrore non si poteva più escludere niente, ma mi rifiutavo di farne una certezza».
Le amnesie, i problemi ginecologici inspiegabili, la paura di avere un tumore, gli esami medici inconcludenti, l’incertezza sulla propria salute fisica per dieci anni. Dieci anni! «Nella mia piccola vita, per molto tempo, ho pensato che un uomo pericoloso fosse per forza brutale e violento, che minacciasse e picchiasse la moglie. Dominique non era così». Ed eccola la banalità del male di cui parlava Hannah Arendt, quella malvagità di piccoli uomini qualunque di cui ha scritto anche la filosofa Manon Garcia. Cinquant’anni hanno trascorso insieme Gisèle e suo marito, e mai un giorno lei ha sospettato che l’uomo con cui viveva fosse capace di azioni malvagie. Lo era. Il male non ha la faccia del diavolo, ha la faccia degli uomini qualunque. «L’inferno esiste solo sulla terra».

Non è facile cominciare una nuova vita a sessantotto anni. Non è facile cominciare una nuova vita dopo averne vissuta un’altra tanto distrutta. Eppure anche di fronte a quella distruzione, Gisèle riesce a ribellarsi, riesce a non farsene sovrastare, a non farsi annientare. «Non ero soltanto una vittima». Per la prima volta Gisèle va a vivere da sola, scrive Guillou – il suo cognome da nubile, il cognome di suo padre, a cui io aggiungerei anche quello di sua madre, Prot - sulla cassetta postale, ricomincia a guidare e a fare le sue lunghe camminate. Prova a ricrearsi il suo piccolo angolo di mondo dove tornare a vivere serena. Ma il mondo irrompe su di lei.
Man mano che la sua storia si diffonde sulla stampa francese Gisèle prova disgusto verso le «illazioni sul fatto che non potessi essere stata del tutto passiva. Per tanti era insopportabile l’idea di un macabro balletto maschile intorno a un letto e una donna inerte. Quella donna non poteva essere del tutto innocente». Eccola, l’accusa che tutte le donne vittime di violenze maschili si sentono sputare contro. «Cominciavo a capire il calvario delle donne che denunciano i loro aggressori. Io, nella mia disgrazia, non avevo dovuto dire né provare niente, lo aveva fatto la polizia, aveva in mano prove schiaccianti terribili». Si avvicina il processo: Gisèle lo teme, sente l’esigenza di chiudere la porta alla curiosità morbosa della stampa che ha abdicato al dovere d’informazione per vendersi al diavolo del denaro in clic. Gisèle vuole salvaguardare la sua salute mentale nascondendo agli altri la sua sofferenza. Ma poi cambia idea. Comincia a pensare che le porte chiuse non l’avrebbero protetta dalla malvagità dei suoi stupratori, e che anzi sarebbero state un regalo a quegli uomini. «Nessuno avrebbe saputo ciò che mi avevano fatto. Non ci sarebbe stato nemmeno un giornalista per descriverli e pronunciarne i nomi insieme ai crimini. Non uno sconosciuto sarebbe venuto a osservarli, chiedendosi come si riconosce uno stupratore tra i vicini e i colleghi, dato che è così facile reclutarli. Soprattutto, nemmeno una donna avrebbe potuto entrare e sedersi per sentirsi meno sola. Doveva per forza essere successo ad altre se non mi ero accorta di niente». A quante donne è successo? A quante donne succede? E per questo Gisèle decide: «Ho capito che era necessario aprire le porte del tribunale. Bisognava che tutti vedessero i cinquantuno stupratori. Erano loro a dover chinare la testa. Non io». Secondo la legge francese solo la vittima può decidere se fare un processo a porte aperte o chiuse. Ci vuole molto coraggio per raccontarsi in un tribunale, un coraggio che moltissime persone non hanno. Gisèle lo ha avuto.
E ha avuto bisogno di tutto il suo coraggio per ascoltare le offese e le nefandezze che in quell’aula di “giustizia” venivano pronunciate: gli avvocati difensori chiedono che non si pronunci la parola “stupro” in nome della presunzione d’innocenza; il presidente propone quindi “scena di sesso”. Sesso? Violenza! Un coraggio inquantificabile è necessario per ascoltare gli avvocati che sostengono che lei fosse sveglia e consenziente, che fosse un’esibizionista, arrivando perfino a chiederle se chiudeva la porta a chiave quando andava in bagno. «Ho detto alla sbarra quanto capivo le vittime di stupro che non sporgevano denuncia, visto che finivano per trovarsi nei panni degli imputati». Gisèle però non cede al timore reverenziale che la semiotica del processo penale impone e contesta il presidente: «Qui non si parlava di “scene di sesso” ma di stupri», e «non c’è stupro e stupro» come pontifica un avvocato. Gisèle si rende conto guardandoli e ascoltandoli che quegli uomini non percepiscono affatto il disvalore delle azioni che hanno compito, anzi solidarizzano tra loro con cameratismo virile, indifferenti alle accuse.
Alle donne che le tributano stima per il suo coraggio Gisèle risponde: «Mi ringraziano ogni giorno per il mio coraggio, ho voglia di dire loro che non è coraggio, ma volontà e determinazione di far evolvere questa società patriarcale e maschilista»! Gli avvocati di Gisèle – due uomini – hanno dichiarato nelle loro arringhe che quello era un processo alla cultura dello stupro e che era un testamento lasciato alle generazioni future. Dopo la fine del processo Gisèle non rimpiange di aver aperto le porte del tribunale, ora tocca «alla società intera riflettere e cambiare». La società intera sta riflettendo? E sta cambiando?

In Francia la storia di Gisèle ha in effetti prodotto un cambiamento nella legge: il parlamento francese ha approvato una norma che introduce nel codice penale una definizione di stupro fondata sul consenso/consentement: i rapporti sessuali sono considerati stupro in assenza di un consenso “libero e informato, specifico, preventivo e revocabile”, e il consenso “non può essere desunto dal solo silenzio o dalla sola assenza di reazione della vittima” (Loi n. 2025-1057, del 6 novembre 2025, «modifiant la définition pénale du viol et des agressions sexuelles»). Inoltre – a seguito di una condanna da parte della Corte Europea dei diritti umani – la Francia ha modificato anche il suo codice civile, specificando che il dovere coniugale di comunità di vita «non crea alcun obbligo per gli sposi di avere relazioni sessuali» - escludendo così un implicito consenso matrimoniale -, e che l’assenza o il rifiuto di rapporti intimi non possono fondare la pronuncia di divorzio per colpa.
Scegliere il consenso come paramento di liceità significa scegliere una cultura delle relazioni umane basate su rispetto e parità. Il consenso non è la firma su un contratto, è un incontro positivo e libero, presupposto indispensabile non solo dei rapporti sessuali ma dei rapporti umani. La Francia si accoda ad altri venti paesi europei che hanno introdotto il concetto di consenso nella definizione di stupro prevista dal codice penale. L’Italia no. All’Italia l’idea che i rapporti sessuali e umani si fondino sul consenso non piace, giacché nell’attuale disegno di legge volto alla modifica dell’art. 609 bis sul reato di violenza sessuale, la parola “consenso” è stata cancellata e sostituita dalla volontà contraria, legittimando così quell’inversione dell’onere della prova che rende le donne imputate anziché vittime. D’altra parte sono trascorsi solo trent’anni da quando lo stupro è diventato in Italia un reato contro la persona anziché contro la morale.
Ovviamente va ribadito con forza che la legge è solo uno strumento, non la soluzione; la soluzione è nella nostra cultura, è in noi, la legge può essere motore del cambiamento ma non è il cambiamento. Il cambiamento è solo in noi, uomini e donne, ed è una scelta. Come dice Gisèle, tocca «alla società intera riflettere e cambiare».

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