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Le donne di Odessa durante la guerra. Intervista ad Antonina Poletti

Le donne di Odessa durante la guerra. Intervista ad Antonina Poletti

Sguardi di donne dentro la guerra. L'intervista è di Monica Frassoni, in collaborazione con Francesca Venturi a cura di Pinuccia Montanari

Lunedi, 31/08/2026

SGUARDI DI DONNE DENTRO LA GUERRA
Le donne di Odessa durante la guerra
Intervista ad Antonina Semenova Poletti di Monica Frassoni, in collaborazione con Francesca Venturi a cura di Pinuccia Montanari


La missione del MEAN (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta) a Odessa, dal 25 al 28 agosto 2026, nasce dalla volontà di rafforzare, attraverso una concreta iniziativa di solidarietà, la necessità dell’istituzione dei Corpi Civili di Pace europei. In questo contesto, nell’ambito di “Sguardi di donne dentro la guerra”, a cura di Pinuccia Montanari, Monica Frassoni, in collaborazione con Francesca Venturi, ha realizzato una lunga intervista con Antonina Poletti, ucraina e fondatrice, insieme al marito Ugo Poletti, di The Odessa Journal di cui è direttrice. E' inoltre co-fondatrice di Ukrainian Cosmopolis
L’intervista intende spostare lo sguardo dalla dimensione militare della guerra alla vita quotidiana della città e al ruolo decisivo delle donne nella resistenza civile: non spettatrici del conflitto, ma protagoniste di una rete capillare di assistenza, cura e mobilitazione che tiene insieme la comunità sotto pressione. Le domande esplorano come le donne di Odessa abbiano trasformato l’emergenza in organizzazione, solidarietà e capacità di tenuta, preservando servizi, relazioni e spazi di vita nonostante la guerra. Da questa esperienza dipenderà anche una parte essenziale della futura ricostruzione: le donne saranno chiamate non solo a riparare ciò che è stato distrutto, ma a orientare le scelte sociali, economiche e civili che definiranno il nuovo volto della città e dell’Ucraina.

L’INTERVISTA
L’IMMAGINE DELLE DONNE DI ODESSA
Monica Frassoni: Quando pensa alle donne — alle donne di Odessa — in questi anni di guerra, qual è la prima immagine che le viene in mente?
Antonina Poletti: La mia immagine riflessa nello specchio. E non perché io sia snob o egocentrica. È che credo davvero che, quando mi guardo allo specchio, riesca a vedere anche un’immagine collettiva di tutte noi: mia madre, le mie nonne, le mie amiche, le mie amiche che vivono in tutto il mondo, tutte quelle che sono rimaste qui e hanno deciso di restare. E vedo anche quelle che sono partite portando con sé i propri figli. Per proteggerli hanno dovuto lasciare il Paese, e per loro è una sofferenza enorme. Hanno dovuto fuggire dalle proprie città, città che amano moltissimo. Ancora oggi piangono e aspettano il momento in cui potranno tornare. Quindi questo insieme di donne siamo tutte noi. Oggi, nello specchio, ci siamo tutte.

COME È CAMBIATA LA VITA DELLE DONNE
Monica Frassoni: Come è cambiata la vita delle donne di Odessa dall’inizio dell’invasione? E quali nuove responsabilità hanno dovuto assumersi?
Antonina Poletti: Bisogna capire che le famiglie sono state spezzate. Quasi tutte le famiglie sono state coinvolte in qualche modo e spezzate. Alcune hanno mandato i padri, i figli e altri familiari al fronte, e oggi stanno combattendo. Ci sono anche persone che, per diverse ragioni, si nascondono o rimangono a casa. Non possiamo evitare di parlare anche di questo: sono moltissime persone. E le donne, ancora una volta, compaiono in tutte le storie, nella storia di ogni Paese. Quando gli uomini vanno in guerra, cosa facciamo noi? Mandiamo avanti tutto. Una donna in un villaggio continua a occuparsi dell’orto. Cresce i figli. Una donna in città continua a lavorare ancora più duramente, perché ora è responsabile di qualcosa in più. E non bisogna dimenticare che l’Ucraina è un Paese in cui le persone fanno moltissima beneficenza. Doniamo una parte significativa dei nostri stipendi o dei nostri guadagni alle brigate militari, ai bambini, agli anziani, a tutto ciò che ha bisogno di sostegno. Dobbiamo sempre considerare questo tipo di spesa nei nostri bilanci. Dobbiamo dare qualcosa in beneficenza. Non importa se sono 50 euro o 5.000. Ciò che conta è il senso di responsabilità. E poi, naturalmente, c’è il fatto che siamo continuamente bombardati. Per noi è diventato parte della vita quotidiana. È la normalità di ogni giorno. Il nostro istinto ci porta a proteggere chiunque sia nella nostra casa, uomo o donna. Quando c’è un allarme ti devi svegliare per capire se ti coinvolge. Se non ti coinvolge, puoi tornare a dormire. Ma se sei coinvolta, non dormirai finché l’allarme non termina. E se ci sono bambini, devi allontanarli dalle finestre, tenerli vicino a te e assicurarti che siano al sicuro. È una doppia responsabilità. È molto stressante ed estenuante essere costantemente esposte a tutto questo. Questo stress, che noi donne viviamo ormai da anni, si riflette sui nostri corpi, sull’espressione dei nostri visi, su ogni aspetto di noi. Il nostro corpo sente che lo stress non è finito. Non è che non possiamo fare sport o occuparci di noi stesse: è che la guerra non è finita. No, non è finita. Dobbiamo resistere. Dobbiamo andare avanti. Ecco perché il numero delle persone che ricorrono agli psicologi sta aumentando vertiginosamente.

LA RESISTENZA FEMMINILE
Monica Frassoni: Ha incontrato persone che, secondo lei, rappresentano la resistenza femminile?
Antonina Poletti: Questo tipo di resistenza femminile esiste a Odessa, ma non credo che si possa parlare di un idolo. Non penso che ci sia una donna in particolare che rappresenti tutte. Forse, se fosse un uomo, le persone direbbero: “Sì, Zelenskyj è quella persona”. Ma per le donne no. Per noi, credo, si tratti più che altro della normalità. È qualcosa di naturale.

DONNE E GUERRA: UN MODO DIVERSO DI GUARDARLA
Monica Frassoni: Le donne possono avere un modo diverso di interpretare la guerra? Non necessariamente più debole o più forte, ma diverso?
Antonina Poletti: Assolutamente. Guardi, dal profondo del mio cuore — sono ferita da questa opinione, ma è un’opinione che esiste in Ucraina — non posso far finta che non esista. Ci sono anche donne a cui non importa di ciò che sta accadendo qui. Vogliono semplicemente vivere la loro vita felicemente. E va bene anche se Putin vincesse, secondo loro. Ci sono persone che hanno questo tipo di opinione, specialmente donne con molti figli che non ricevono un adeguato sostegno dal governo. Spero che non lo sperimenterai mentre rimani qui, ma, per esempio, due settimane fa abbiamo avuto 51 ore senza elettricità e qualcosa come 40 ore senza acqua. Quando hai tre figli, sai, è abbastanza difficile. Ci sono donne e uomini che sono fuggiti da diverse regioni. Sono venuti qui, non ricevono il sostegno che era stato promesso e iniziano a dire che non si fidano, che vogliono soltanto la fine della guerra. L’Ucraina è un mosaico, sai. Non è un Paese omogeneo. Voglio dire, lo siamo, certo, ma essere ucraino è anche una scelta politica. Io sono per metà ucraina e per metà russa. Nel modello crimeano c’è una parte ebraica, tatara, una combinazione di sangue. Abbiamo diverse combinazioni di sangue, quindi siamo diversi, ma siamo insieme. Possiamo avere molte opinioni. Forse questa è democrazia: possiamo ancora esprimerle.

IL LATO OSCURO DELLA GUERRA E LA VITA PRIVATA DELLE DONNE
Antonina Poletti: E c’è anche un altro aspetto, un lato più oscuro della condizione delle donne durante la guerra. Penso, per esempio, alle donne non sposate, soprattutto a quelle che cercano il proprio destino. In questo momento hanno un problema molto grande, perché devono prestare ancora più attenzione al proprio aspetto: c’è una competizione enorme.
Monica Frassoni: Quando siamo arrivate, siamo rimaste sorprese: c’erano molti bar pieni di coppie, giovani coppie molto carine. Sono rimasta sorpresa.
Antonina Poletti: Coppie. Giovani, molto belle.
Monica Frassoni: Coppie-coppie?
Antonina Poletti: Coppie-coppie.
Monica Frassoni: Anch’io sono rimasta sorpresa. Ho pensato: “Oddio”.
Antonina Poletti: Molto probabilmente sono ragazzi fino a 25 anni. So che questo è diventato un grosso problema. Non posso dirlo di tutti, ma molto probabilmente sono figli di uomini piuttosto ricchi, che possono lasciare liberamente il Paese, oppure hanno meno di 25 anni, magari 24. Oppure, se hanno più di 25 anni, ci sono persone che li fanno restare lì, pagando qualche migliaio di euro, semplicemente per permettere loro di uscire e lasciare il Paese. Questo è diventato un problema molto serio.
Monica Frassoni: Come in tutte le guerre.
Antonina
Poletti: Assolutamente. Ma Odessa è una città dell’amore e della vita, e noi vogliamo poter vivere anche questo. Ora, però, trovare un uomo che possa tornare a casa da te è diventato più complicato. È un po’ folle, perché da una parte c’è questa città dell’amore e della vita, dove ci piace goderci la vita; dall’altra c’è la guerra e la difficoltà di trovare qualcuno che possa semplicemente tornare a casa.

LA RESISTENZA QUOTIDIANA
Monica Frassoni: Quanto della vita quotidiana della città, dei servizi, dell’assistenza e delle comunità è stato sostenuto dalle donne? Perché tutti parlano della resistenza militare, ma esiste anche una resistenza quotidiana.
Antonina Poletti: Quando gli ucraini pronunciano la parola “resistenza”, spesso parlano di resistenza, unità, invincibilità e cose di questo genere. C’è anche una certa componente propagandistica in questo modo di raccontarla, è ovvio. Ma c’è una resistenza che riguarda concretamente la vita della città. Quando non ci sono uomini per strada, qualcuno deve lavorare. Una di noi deve farlo. Ecco perché abbiamo iniziato a svolgere anche lavori che prima erano considerati principalmente maschili. Il governo ha organizzato molti corsi e percorsi professionali speciali, per esempio per diventare autisti dei mezzi pubblici.
Monica Frassoni: Ho visto molte donne guidare tram e autobus.
Antonina Poletti: Sì. Anche qui nel nostro Paese ci sono molte donne che lavorano, ma probabilmente non allo stesso livello, non nella stessa quantità, perché di solito, culturalmente, è una cosa da uomini. Lo vedo, per esempio, nei servizi comunali, come il giardinaggio o la pulizia delle strade. Ogni tanto vedo queste persone in gruppo e vedo più donne. Questi nuovi incarichi vengono assunti dalle donne.

LA SOLIDARIETÀ TRA DONNE
Monica Frassoni: Ha visto nuove forme di solidarietà tra donne? Donne che aiutano altre donne? Ho sentito parlare di questo anche durante il panel, di famiglie che si sostengono a vicenda e di reti di assistenza.
Antonina Poletti: Naturalmente. Si vede la solidarietà femminile: donne che aiutano altre donne. Sostenersi a vicenda, creare reti reciproche, è il prossimo livello di assistenza. E non riesco a credere che sia così naturale, sai. Voglio dire, siamo donne. A volte ci piace essere femministe, essere indipendenti. Ma quando arriva una situazione davvero critica, tutto cambia. Arriva l’istinto. Emergono gli istinti più profondi. È qualcosa che non puoi controllare. Ed è proprio quello che è successo a tutte noi qui. E, a dire il vero, è stato sorprendente per la maggior parte di noi. Abbiamo cominciato a dire: “Abbiamo bisogno di persone. Abbiamo bisogno di aiuto. Dobbiamo aiutare. Siamo obbligate ad aiutare. Dobbiamo fare qualcosa”. E allora chi altro aiuterà, se non sarò io a farlo? Quando capisci che non sei sola, che non sei l’unica, che intorno a te c’è una folla di persone, allora nasce una comunità. Una comunità che inizia a crescere, poi altre comunità: piccoli cerchi, grandi cerchi e così via. Credo che, nei momenti di crisi, torniamo a qualcosa di molto profondo, qualcosa che è davvero dentro il nostro DNA. E non importa quale nazionalità tu abbia. Noi donne pensiamo: “Dobbiamo proteggere”. Naturalmente questo vale anche per gli uomini, ma in modo diverso. Tutti noi torniamo alle basi, agli istinti fondamentali. Gli uomini tornano a istinti diversi: cacciare, combattere, difendere, persino uccidere. Sono istinti primordiali. Da un lato è molto spaventoso sapere che devi andare fino in fondo, arrivare alle parti più profonde di te, a ciò che hai dentro. Ma, allo stesso tempo, questo mette in evidenza una differenza naturale tra uomini e donne.

DONNE AL FRONTE E NUOVI RUOLI
Monica Frassoni: Ci sono donne che vanno in guerra?
Antonina Poletti: Sì. Ci sono alcune unità femminili. Stanno combattendo anche loro, come i ragazzi. Abbiamo avuto bisogno di una nuova uniforme, velocemente. Non possiamo indossare quella standard, per esempio il giubbotto antiproiettile standard. Ne abbiamo bisogno di un altro tipo, più adatto alle donne e più leggero. Quindi si stanno adattando anche a questo. Alcune delle nostre donne si sono già arruolate per diventare cecchini, per esempio. Non sono soltanto autiste o cuoche. Ci sono infermiere e medici. Naturalmente, tra i medici, le donne sono la maggioranza. Ma le donne stanno assumendo anche posizioni molto diverse, alcune davvero insolite e molto esposte.

LA FAMIGLIA SOTTO PRESSIONE
Monica Frassoni: Cosa succede in una famiglia quando la guerra dura così a lungo? Che cosa significa essere madre, moglie o figlia in una città sotto attacco?
Antonina Poletti: La guerra ha cambiato anche il modo in cui le donne vivono queste relazioni. Normalmente cerchiamo di mantenere il ritmo quotidiano e la routine, proprio per proteggere la famiglia. Ma dipende dalla famiglia. Se la famiglia è dispersa, se l’uomo è in servizio, se l’uomo si nasconde, tutto ricade sulla donna. Nel primo anno non lo capisci completamente, perché sai che stai ancora combattendo, sei un guerriero, sei pieno di coraggio. Ma il secondo e il terzo anno inizi a reagire ai rumori. Questi rumori dei droni, qualche esplosione e così via. Penso che siamo traumatizzati.

LO STRESS E LA SALUTE MENTALE
Antonina Poletti: Ricordo che ero a Milano. Ogni notte, alle due o alle tre del mattino, arrivava questa macchina della spazzatura per la pulizia delle strade. Mi svegliavo per un attimo e cercavo di capire che rumore fosse. Poi pensavo: “Calmati, va bene”. Ma, per esempio, i suoni acuti delle motociclette, dei veicoli a motore, possono provocare una reazione immediata. Penso che siamo traumatizzati. Era il primo anno di guerra, era marzo o aprile, quando è apparso un programma sulla salute mentale promosso da Olena Zelenska, la moglie del presidente Zelenskyj, impegnata nel suo ruolo di first lady. L’idea era che tutti noi avremmo avuto bisogno di un aiuto psicologico molto professionale. Un anno dopo posso confermare che tutti noi avremo bisogno di un aiuto psicologico, durante la guerra e dopo la guerra. Come per tutte le altre cose, devo ammettere che aveva ragione.

ODESSA, LA CITTÀ DA PROTEGGERE
Monica Frassoni: C’è una particolare forza delle donne di Odessa, che parte dalla storia di questa città? E c’è un rapporto con la città stessa? La città come qualcosa da proteggere, come un’identità da difendere?
Antonina Poletti: Assolutamente sì. Questa è la mia domanda preferita. Potrei parlare per ore di questo argomento. La città è diventata una casa da proteggere, un’identità da difendere. In Ucraina abbiamo grandi città come Leopoli (Lviv), Odessa, Kharkiv e Dnipro, che si trovano in parti molto diverse del Paese. L’Ucraina è un grande Paese e ognuna di queste città è stata influenzata da contesti storici completamente diversi, da influenze culturali diverse e così via. Odessa è la città del commercio, perché è la porta marittima dell’Ucraina. È la città del commercio. Ma Odessa è anche una città piena di amore e di vita. Ci piace vivere qui. E quando dico “vivere”, non intendo soltanto vivere nel mio appartamento. Intendo goderci la vita in questa città. E lo esprimiamo in tutti i modi possibili. Una mia carissima amica, che era qui e ora vive in Svizzera, mi ha detto un’espressione che mi è rimasta impressa. Mi ha detto che Odessa segnerà il punto della ricostruzione completa dell’Ucraina.

VIVERE NORMALMENTE NONOSTANTE LA GUERRA
Antonina Poletti: Ogni volta che torno a Odessa, nonostante tutto quello che abbiamo vissuto, continuo a pensare alle cose normali. Ogni mattina penso: “Vorrei avere un cappuccino con il latte. Perché no?”. Oppure: “Divertiamoci un po’. Facciamo qualcosa di piacevole oggi”. Qualunque cosa. Vai al mercato e vuoi cucinare qualcosa di completamente diverso, qualcosa che non hai mai preparato prima. E sei felice di condividerlo con i tuoi amici. Magari vuoi bere un bicchiere di vino insieme a loro. Questo è il nostro modo di continuare a vivere.

IL RICORDO DEL 2023
Antonina Poletti: Ricordo, per esempio, il 2023, se non sbaglio. Eravamo pesantemente bombardati. Quello che avete sentito oggi, per noi, è quasi come il ronzio delle zanzare rispetto a quello che sentivamo allora. Era molto forte, molto rumoroso, molto spaventoso e durava tutta la notte. Ricordo che un giorno l’allarme finì intorno alle cinque del mattino. Uscii sul balcone per avere una panoramica generale, per vedere che cosa fosse successo, per capire cosa avessero colpito. Ma quello che vidi fu il sole che sorgeva. E immediatamente dimenticai, almeno per un attimo, quella vita orribile. Perché il sole qui è così bello. Era proprio lì, proprio in quel momento, e riempiva tutto di energia. Io non faccio yoga, ma in quel momento avrei voluto fare il saluto al sole, soltanto per dirgli: “Ciao”. Ecco come facciamo noi qui a Odessa. Siamo stati bombardati così pesantemente, ma siamo vivi. Siamo vivi ora. Quindi godiamoci questo momento.

«SIAMO VIVI. E ALLORA VIVIAMO»
Antonina Poletti: Alcuni amici sono venuti a Odessa per un mese e abbiamo organizzato per loro una specie di residenza qui. Sento la vita. Vedo persone. Sono persone assolutamente di cuore, probabilmente come tutta la gente del Sud, come in tutte le città del Sud e come in tutte le città portuali. La mia amica continua a dirmi che Odessa è ormai la sua città preferita. Mi dice: “Finalmente sento la vita. Vedo le persone”. Siamo vivi. E allora viviamo. Per uno straniero può essere persino sconvolgente venire qui e vedere persone che dicono: “Sì, eccoci. Siamo qui. Siamo sopravvissuti. Abbiamo ancora voglia di divertirci”. Questa è Odessa.

L’UMORISMO DI ODESSA
Antonina Poletti: La città di Odessa è molto famosa, soprattutto tra la popolazione russofona, per il suo umorismo molto specifico e unico.
Monica Frassoni: Un attore e regista teatrale, MoniOvadia, ebreo, ha fatto uno spettacolo chiamato AdessO OdessA, proprio sull’umorismo ebraico.
Antonina  Poletti: Non è solo ebraico. È una fusione. È un melting pot, un crogiolo di culture e di persone. È anche questo che rende Odessa così particolare.

UNA CITTÀ CHE VUOLE RESTARE VIVA
Monica Frassoni: Quando siamo arrivate, eravamo sorprese nel vedere molti bar pieni di coppie, giovani coppie molto carine.
Antonina Poletti: Sì. È una cosa che appartiene alla città. Odessa è la città dell’amore e della vita. Ci piace goderci la vita. Il problema è che oggi, con la guerra, trovare l’uomo che possa tornare a casa da te è diventato molto più difficile. È un po’ folle, ma questa è la realtà.

UNA DOMANDA ALLE DONNE ITALIANE ED EUROPEE
Monica Frassoni: Se dovesse parlare direttamente a una donna italiana che non ha mai vissuto una guerra, cosa vorrebbe dirle su cosa significa essere oggi una donna a Odessa?
Antonina Poletti: Non mollare mai. Non mollare mai. E non voglio essere scortese, ma voglio dirlo. Non soltanto alle donne italiane, ma a tutte le donne europee. Credo che, ragazze e donne, mie care donne, abbiate dimenticato il senso della lotta. Quello che vedo è che dipendete troppo dalle decisioni degli uomini. Viene dalla cultura, lo capisco. Viene dalle tradizioni, lo capisco. Ma il mondo è cambiato. È davvero cambiato. E bisogna lottare per ciò di cui si ha bisogno. Lottare per i propri diritti. Lottare per i propri figli. Lottare per il proprio marito. Non mollare. Noi donne abbiamo un cervello assolutamente fantastico. Abbiamo un cervello assolutamente meraviglioso. E sono assolutamente sicura che possiamo sempre trovare una soluzione creativa per affrontare le difficoltà e lottare per ciò in cui crediamo. Quindi perché sedersi e piangere e dire: “Oh mamma mia”? Pregare è fantastico per un giorno, per la domenica. Ma sei giorni, per favore, continua a lottare.

LA PACE E LA RICOSTRUZIONE
Monica Frassoni: Quando finalmente arriverà la pace, pensa che le donne avranno un ruolo speciale nella ricostruzione?
Antonina Poletti: Assolutamente. E prima di tutto vorrei dire una cosa: spero davvero ancora che non venga distrutto tutto. Le donne avranno il ruolo più importante. Perché sono le donne ad accogliere coloro che tornano dal fronte. E sono le donne quelle che costruiscono. Gli uomini vengono distrutti, virtualmente. Noi siamo quelle che costruiscono, che guariscono, che curano, che danno amore. Guarire attraverso questo amore sarà la cosa più importante per noi. Non sto parlando soltanto di attrarre investimenti per la ricostruzione. Questo va bene, naturalmente. Ma stiamo parlando di qualcosa di molto più importante. Se penso a quello che sta accadendo in questo momento, credo che, se avessimo la possibilità di tornare alle basi, a questo istante, sarebbe molto importante prima di tutto guarire tutti noi. Prima di tutto, sulla base dell’istinto, guarire le persone. E poi ricostruire le fondamenta del nostro bellissimo futuro e salire da lì. Questo è il punto.

IL RISCHIO DI TORNARE INDIETRO
Antonina Poletti: Perché quello che è successo dopo le guerre, in diversi luoghi e certamente in Europa, in alcuni Paesi, è che le donne sono tornate sostanzialmente al loro ruolo tradizionale. E poi è stata necessaria un’altra lotta per ottenere nuovamente i propri diritti. Ma noi non siamo negli anni Quaranta. Siamo nel 2025-2026. Siamo nel XXI secolo. Questo è il problema. Non dovrebbe essere così. Non dovremmo tornare indietro. Abbiamo studiato le guerre sui libri, le abbiamo viste nei film. Ma questa è una guerra che sta accadendo adesso, davanti a noi.

LA PRIMA GUERRA ONLINE
Antonina Poletti: E soprattutto questa è una guerra particolare perché è la prima guerra online. Ora puoi vedere quello che sta succedendo. Non hai bisogno che qualcuno ti racconti una storia. Prendi il telefono, lo apri e stai guardando quello che sta accadendo. È terribile. Tutto quello che sta succedendo è terribile.

LA DOMANDA CENTRALE
Monica Frassoni: Quando parliamo della guerra in Ucraina, vediamo soprattutto soldati, armi, distruzione e diplomazia. Cosa rischiamo di non vedere se non ascoltiamo le donne che continuano a vivere a Odessa?
Antonina Poletti: [La risposta a questa domanda confluisce, nel corso dell’intervista, nelle riflessioni sulla vita quotidiana, sulla famiglia, sulla solidarietà tra donne, sulla città e sulla ricostruzione.]Le donne non sono soltanto spettatrici della guerra. Sono quelle che continuano a tenere insieme le famiglie, i servizi, le comunità e la vita quotidiana. Sono quelle che accolgono, curano, lavorano, proteggono, aiutano. E sono quelle che, quando arriverà la pace, dovranno contribuire a guarire ciò che la guerra ha distrutto.

UN’ULTIMA RIFLESSIONE
Monica Frassoni: C’è qualche altro pensiero che vorrebbe condividere con noi?
Antonina Poletti: No, ma…
Monica Frassoni: Se ha qualche altra riflessione o considerazione che vorrebbe condividere con noi, sarebbe bello.
Antonina Poletti: Ti troverò. Continuerò questa conversazione.
Monica Frassoni: Conversazione?
Antonina Poletti: Sì. La riprenderò.
Monica Frassoni: Okay. Grazie.
Antonina Poletti: Va bene?


Revisione: Giovanna Grenga
Lettura consigliata: Ugo Poletti, Nel cuore di Odessa. L’orgoglio di una città al centro della storia, Rizzoli, 2022.

Le foto pubblicate sono gentilmente concesse dal MEAN
 

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