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'Operaicidio': le verità degli omicidi sul lavoro nel libro di Bruno Giordano e Marco Patucchi

'Operaicidio': le verità degli omicidi sul lavoro nel libro di Bruno Giordano e Marco Patucchi

Fatti, storie, numeri, parole, proposte: un testo che informa e sollecita riflessioni su una strage quotidiana che raramente fa notizia

Venerdi, 30/01/2026 -

“Il lavoro senza regole e criminogeno” si legge a pag 136 del libro di Bruno Giordano (magistrato) e Marco Patucchi (giornalista) che è intitolato ‘Operaicidio’: un neologismo coniato perché, sottolineano gli autori, incredibilmente non esiste una parola che definisce e identifica la strage di operai. Una realtà drammatica che ci consegna un elenco impressionante di decessi: un morto sul lavoro ogni 8 ore e circa 2000 infortuni al giorno.
Come mai, osservano Giordano e Patucchi, delle morti sul lavoro si parla poco e solo in casi molto eclatanti, quando sono circa 30 volte superiori ai femminicidi e 5 volte superiori agli omicidi delle mafie?
Non è un caso se questa strage viene definita “fenomeno“, una parola che “evoca l’inspiegabile, una causa sconosciuta, quasi misteriosa, uno sviluppo imponderabile, ingovernabile, imprevedibile, quindi da subire…...“. Così come la parola "infortunio" fa pensare che l’accaduto dipende dalla fortuna. In sostanza sono definizioni che rispondono a un meccanismo di negazione e rimozione delle responsabilità che dovrebbero, invece, essere attribuite a qualcuno.
Poiché le parole sono importanti in quanto introducono concetti e categorie, le cronache dovrebbero parlare non di morti, ma di omicidi sul lavoro con la conseguente idea di individuare la colpa di qualcuno.
Accanto ai numeri e ad argomentate riflessioni sul linguaggio, il libro esamina vari aspetti e situazioni che riguardano le morti ‘di’ lavoro (e non ‘sul’ lavoro).
Dalle stragi dei penultimi, come il caso della giovane Luana D’Orazio, o il processo per i 7 operai della Tyssen che dal 2007 ha atteso 17 anni per vedere entrare in carcere il principale condannato, nel 2024.
C’è il capitolo dedicato ai “lavoratori etero organizzati”, quelli della GIG Economy come i rider, qualli degli hub della logistica o dei sub appalti.
Alle malattie professionali sono dedicate pagine dense di dati drammatici perché spesso sono patologie che si presentano dopo molti anni e per le quali l’Inail segnala un aumento del 21,6% (2024) con un pesantissimo costo sociale: solo per il mesotelioma provocato dall’amianto si contano (per difetto) oltre 37mila morti dal 1993 al 2021 (1321 persone l’anno, 3 al giorno).
Il libro affronta anche il problema della lungaggine dei processi e il caos normativo o temi particolari come l’alternanza scuola/lavoro fatta senza formazione oppure alcune particolari patologie come la SLA tra i calciatori.
Inoltre mette a fuoco anche le malattie legate alla prostituzione (compreso lo sfruttamento) e il traffico di stupefacenti: mondi illegali attraversati anche da molte gravi patologie
(depressioni, alcol, droga, malattie sessualmente trasmissibili ecc) di cui l’ipocrisia italiana impedisce di occuparsi.
In ogni capitolo ci sono anche storie: nomi, famiglie, circostanze. Un atto di giustizia che restituisce dignità e umanità alle vittime e alle loro famiglie.
Il libro si conclude con 15 proposte concrete che elencano provvedimenti finalizzati a contrastare la strage. Dalla costituzione di un’Authority alla riorganizzazione degli ispettori, dalla interoperabilità tra banche dati degli enti all’istituzione di una Procura Distrettuale nazionale del lavoro, dal riconoscimento delle vittime del dovere all’omicidio ‘sul’ e ‘di’ lavoro… per dirne alcuni.

Un approfondimento è dedicato allo specifico femminile, che qui riportiamo integralmente.
“Non solo operai, ma anche operaie. In Italia nel 2023 (ultimi dati consolidati), degli oltre 519mila infortuni sul lavoro totali quasi 180mila hanno riguardato le donne, mentre nello stesso anno i casi mortali hanno coinvolto 1179 lavoratori, di cui 92 erano donne. Per quanto riguarda le malattie professionali denunciate, sempre nel 2023 sono state 72.587, di cui 19.113 hanno interessato le donne. Numeri da non sottovalutare anche secondo l’Inail se si pensa che le donne generalmente non sono occupate in attività ad alto rischio infortunistico, nelle quali è molto più presente la componente maschile. Esiste poi una modalità di sinistro che vede la donna decisamente penalizzata nei confronti del collega uomo: si tratta dell’infortunio ‘in itinere’: dei circa 98mila incidenti avvenuti nel percorso da casa al posto di lavoro e viceversa poco più di 47mila, pari al 48,6% del totale, hanno coinvolto le donne. E non di rado c’è tra questi un decesso: su 275 infortuni mortali ‘in itinere’ del 2023, 34 anno per vittima una donna, 241 un uomo. Vale a dire un rapporto donna/uomo di 1 su 7, quasi il doppio di quello riscontrato per gli infortuni mortali in complesso e più del doppio di quelli avvenuti in occasione di lavoro. I numeri ci dicono poi che per la donna il 37% degli infortuni mortali avviene ‘in itinere’, mentre per gli uomini è del 22%. Magari è solo una suggestione ma viene in mente il doppio lavoro di tante donne: prima in ufficio, in fabbrica, nei negozi e poi, di corsa, in giro per accudire e organizzare la famiglia”. Gli autori riportano alcuni passaggi del documento Inail: “Serve grande attenzione alle differenze che l’appartenenza a un genere può sviluppare nell’ambito dell’assegnazione a un’identica mansione in una stessa attività lavorativa, nonché le criticità che possono verificarsi in ambienti occupati prevalentemente da uomini o da donne con caratteristiche diverse per età, provenienza e genere. Le donne, oltre al trauma dell’infortunio e ai suoi risvolti nella vita quotidiana, vanno spesso incontro a gravi difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro. Senza contare, inoltre, le donne per le quali un incidente sul lavoro o una malattia professionale hanno significato perdere il proprio compagno di vita, un figlio, un familiare“.


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