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'Signor Preside' di Silvia Zanolli in 'L’amore delle donne' AAVV

'Signor Preside' di Silvia Zanolli in 'L’amore delle donne' AAVV

In vista dell'8 marzo passa ancora sotto silenzio il Report dell’Osservatorio indifesa 2026 promosso da Terre des Hommes

Lunedi, 02/03/2026 - Riceviamo e pubblichiamo
È sempre più vicino: mancano pochi giorni all’ennesimo 8 marzo, quello che cadrà su un’opinione pubblica stordita da sport olimpici e gossip sanremesi. Passa ancora sotto silenzio il Report dell’Osservatorio indifesa 2026 promosso da Terre des Hommes (https://terredeshommes.it/comunicati/osservatorio-indifesa-2026/), secondo cui il 78% degli studenti chiede lezioni sul consenso e percorsi di educazione all’affettività a scuola. Sono le premesse con cui proponiamo un racconto che ha ben 15 anni: secondo voi li dimostra?

«Sì, piccola, vengo a prenderti, non preoccuparti. Stai li, prendo la macchina e arrivo». Chiuse la chiamata, afferrando le chiavi dell'auto con una foga che le impedì di salutare la segretaria che la guardava stupita; parti sgommando e guidò nervosamente per il breve tragitto, fino a inchiodare davanti alla scuola. Raggiunse con quattro falcate la portineria dove la attendeva Giulia, spaurita e tremante: «Scusami Vale, non volevo disturbarti al lavoro ma non potevo chiamare la mamma... e avevo paura. Questa volta ho preso davvero paura...». La vocina si incrinò in un vibrante preludio di pianto.
Valentina si precipitò a raccogliere tra le braccia quella ragazzina sbilenca e scossa da qualcosa di più grande di lei, che pareva mangiarla viva dall'interno del petto magro. «Stai buona Giulia, adesso se vuoi mi racconti... e comunque è tutto finito. Non pensare alla mamma, al papà, o a Filippo. Anzi, di lui mi occupo io». Sotto gli occhi vacui e indifferenti della bidella, fece alzare la bambina dalla seggiolina della portineria e la caricò in auto, spiandone di sottecchi il faccino rigato di pianto; fu tranquilla solo quando, arrivate a casa, la vide respirare regolarmente sotto una spirale di coperte, le ciglia lunghissime ancora umide. Valentina, senza far rumore, sedette di fronte al divano dove riposava sua nipote stringendo tra le mani una tazza di tè e riflettendo per l'ennesima volta su quel mistero che era l'esistenza di Giulia.
Accavallò le gambe, notando con stanco compiacimento la perfezione del taglio del tailleur di sartoria e l'aria autoritaria dei tacchi alti e sottili. Un abbigliamento adatto a me, pensò, a una donna compresa in un ruolo di responsabilità professionale, di affidabilità sociale, di frigidità sentimentale. Quelle erano gambe chiuse, scontrose, che non accoglievano, che non palpitavano. Erano gambe scattanti, modellate da ore di palestra e di rigore alimentare, gambe fatte per percorrere con efficienza luoghi asettici e sbrigativi. Gambe che non si inginocchiavano, che non cedevano, mai ferme, mai leggere. Che non si sarebbero mai schiuse se non per calcolo. E in quel calcolo non rientrava l'ipotesi di un contatto con un caldo corpo estraneo.
Valentina lo sapeva benissimo, senza nemmeno aver bisogno di rifletterci: nel suo destino non c'era un compagno di vita a cui abbandonarsi. E non ci sarebbe mai stato un figlio. Per questo l'arrivo di Giulia l'aveva sconvolta e completamente rovesciata, tanto che oggi — ben dodici anni dopo la sua nascita — ancora s'interrogava sulla natura di quel sentimento: che razza di cortocircuito era avvenuto quando aveva ricambiato lo sguardo aperto e diffidente di quella bambina, figlia di sua sorella e di un cretino, e ne era stata avvinta potentemente, in modo irrimediabile?
E non era neanche successo quando era più ovvio, appena la bimba era nata: non si era commossa né emozionata nel prenderla in braccio, cosi piccola e nuova, o nello svolgere compìta il ruolo di madrina di battesimo. No, era accaduto tutto nella sera qualunque di un giorno qualsiasi in cui era stata incastrata a passare due ore con Giulia, che aveva quasi quattro anni, mentre i suoi genitori erano a una cena di lavoro. E lì, mentre guardava annoiata la piccola ruzzolare sul tappeto tra pezzi di puzzle, ne aveva intercettato lo
sguardo. Giulia le aveva fatto una smorfietta strana, piantandole gli occhioni negli occhi con un'espressione tra il curioso e l'accusatorio. Valentina ne era rimasta impietrita. In quel momento si era sentita osservata da una persona, non da un cucciolo da nutrire e vezzeggiare, ma da un essere integerrimo che le chiedeva la responsabilità di crescerla. Senza neanche saperlo si era impegnata per sempre, vincolata senza appello a svolgere l'unico dovere che non avrebbe mai voluto né pensato di raccogliere.
Oggi Giulia, ormai alta quanto lei e munita di apparecchio ai denti e del fascino acerbo di una cruda adolescenza, era la sua ragione di vita, maggiore persino dell'incrollabile voglia di soldi e potere, di piaceri immediati ed effimere soddisfazioni, che era il motore delle sue aride giornate. E ora, placidamente addormentata, sembrava chiederle silenziosamente conforto e protezione.
Valentina si alzò, strisciando i tacchi sul pavimento per non far rumore, e portò il tè fumante alle labbra. La situazione era difficile, spinosa. Proprio quella mattina, Giulia si era nuovamente e disgraziatamente imbattuta in Filippo, il figlio del preside. Vent'anni, sigaretta sempre in bocca, motorino truccato e fama di teppista, Filippo era da mesi l'incubo di Giulia. Valentina strinse i denti, che tintinnarono sgradevolmente contro il bordo della tazza, pensando all'espressione della nipote mentre le raccontava con frasi spezzate e occhioni sbarrati di quei momenti - tanti, troppi — all'insegna di angoli bui, mani invadenti, sorrisi obliqui e parole oscene. L'episodio di quella mattina era stato il segnale inequivocabile che gli eventi stavano precipitando. Vale non poteva, non doveva permettere a quel ragazzo di avvicinarsi di nuovo alla bambina. Impossibile coinvolgere i genitori di Giulia - lei imbottita di Xanax, lui appunto cretino - o il padre di Filippo, votato all'ignobile missione di far gocciare un po' del suo meschino potere sulle indaffarate, povere famiglie dei suoi scolari. Doveva essere lei a pensare e a fare qualcosa per proteggere Giulia. Bevve l'ultimo sorso di tè ormai tiepido, succhiandone le ultime gocce con aria assorta e vagamente minacciosa. Sotto il suo sguardo accigliato, Giulia fremette nel sonno.

Filippo non poteva credere ai suoi occhi. Neanche nei suoi sogni più sfrenati avrebbe mai pensato che quel gran pezzo della zia di Giulia potesse alzare quello sguardo radical-chic sulla sua taccia butterata. E ora gli stava persino parlando! Anzi, gli stava addirittura chiedendo un favore, se era riuscito a capire le sue parole mentre gli ormoni gli imperversavano in tutto il corpo. Si, lo stava pregando di "mettere una buona parola con il Signor Preside" affinché Giulia potesse cambiare sezione, e stava usando troppi termini difficili ("desueti", avrebbe detto il Signor Preside) perché lui riuscisse a mantenere il filo del discorso, ma non importava: l'unica cosa fondamentale era il modo in cui lei muoveva le labbra, quei sontuosi, umidi petali color corallo che sembravano promettergli infiniti, inenarrabili piaceri. Certo, Giulia era una bella ragazzina, leggera e croccante, ma Valentina...
Di Giulia gli piaceva l'ingenuo terrore con cui lo guardava quando lui, maligno, la bloccava in un angolo, lo scatto atterrito e sanguigno con cui cercava di fermare le sue mani insolenti, le pupille guizzanti che non mai andavano mai dove lui ne voleva lo sguardo vergine per svegliarlo, per sporcarlo. Ma di Valentina gli piaceva tutto. Se Giulia era una bambina da atterrare, Valentina era invece una donna. E che donna. Una che trasudava soldi e arroganza, che spendeva miliardi in vestiti firmati, e sicuramente — a questo pensiero Filippo senti una vampata al volto - in biancheria di marca. Pizzi, trafori, sfumature cupe dal sapore misterioso... accaldato e confuso, Filippo scosse la testa per rinfrancarsi e si accorse che la mirabile bocca di Valentina era ferma e chiusa: aveva smesso di parlare e lo guardava con aria interrogativa, attendendo una risposta. Ma qual era la domanda? Per fortuna lei la ripeté: «Allora, Filippo, se puoi portarmi cinque minuti in un posto dove stare un po' da soli, ti spiego bene cosa vorrei che chiedessi al Signor Preside da parte mia».
Filippo non credeva alle sue orecchie: era il giorno più bello sua vita. Non poteva ancora sapere cosa custodiva Valentina nella sua borsa griffata, munita di taschine nascoste che sembravano fatte per chiuderci dentro qualcosa di tagliente e scattante.

Era stata contenta di trovarla lì all'uscita da scuola. Quella giornata era stata straordinariamente positiva: Valentina le aveva fatto la sorpresa di aspettarla per portarla a casa sua, e Filippo non si era mai fatto vivo. Giulia era felice, sensazione che non provava da talmente tanto tempo che impiegò qualche secondo a riconoscerne il fragile gusto zuccherino. Sali in macchina con Valentina, e come sempre si beò dello sguardo adorante della sua bella zia. Cosa farei, pensò mentre allacciava la cintura di sicurezza, se non avessi te a farmi da madre, padre, sorella, amica, Dio.
Valentina scrutò Giulia dietro le lenti a specchio degli occhiali da sole e, annuendo silenziosamente, schiuse le labbra in sorriso storto. Qualsiasi cosa per te, promise nel girare la chiave dell'auto. Potrei uccidere per te, mutilare, distruggere, dilaniare a mani nude. Non c'è legge per chi ama come io amo te. Non c'è bene più grande che possa sgorgare da me, dal mio petto coperto di seta, dal centro del mio corpo, non c'è istinto più forte. Valentina ingranò in silenzio, una marcia dopo l'altra, godendosi il movimento fluido e la vitalità che le fremeva nelle vene. Lanciò un'occhiata di sbieco a Giulia che le sorrise di rimando, e nel cuore avvertì come lo spandersi di un vaso di miele.
Si sentiva una tigre, un potente esemplare di femmina, un animale ingannevolmente elegante ma pronto a sbranare chi minaccia i suoi cuccioli. Provateci - ammonì tutte le creature dell'universo, abbassando gli occhiali sul naso e piantando nell'orizzonte uno sguardo scuro. Provate a toccare questa bambina, che è più della mia carne e del mio sangue, e vedrete di cosa è capace una donna sterile.
Erano arrivate. Scesero dall'auto, l'una ticchettando sugli stiletti lucenti, l'altra saltellandole al fianco. Quasi la stessa altezza, quasi la stessa corporatura, vent'anni di differenza. Valentina allungò il braccio e attirò a sé Giulia, che si abbassò fino ad appoggiarle la testa sul petto. Con la mano libera, respirando il lieve profumo di shampoo dei capelli sottili della ragazzina, Vale armeggiò con le chiavi fino ad aprire la porta di casa, e insieme entrarono e chiusero fuori il mondo.

Silvia Zanolli, "Signor Preside", in AA.VV. “L’amore delle donne”, Tolentino (MC), Edizioni Montag, 2011.

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste per denunciare la violenza di genere e nominarla.
#unite #rompiamoilsilenzio

 

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