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'Tessiture', opera personale e insieme corale. Intervista all'autrice Raffaella Polverini

'Tessiture', opera personale e insieme corale. Intervista all'autrice Raffaella Polverini

"Tessere, per me, significa riconoscere che non esiste una storia completamente individuale. Siamo dentro una trama di relazioni, di presenze e anche di compresenze..."

Domenica, 13/09/2026

Ci sono gesti che la storia ha relegato alla sfera del domestico e del femminile: cucire, ricucire, intrecciare, conservare, prendersi cura. Gesti considerati minori proprio perché associati alle donne e a un lavoro spesso invisibile e non riconosciuto.

In "Tessiture", Raffaella Polverini trasforma questi gesti in una pratica artistica e politica. Tessuti, fili, carte, pigmenti e parole diventano strumenti per interrogare la memoria, le relazioni, la violenza, la cura e la possibilità di costruire comunità diverse. Nel libro dialogano esperienza personale e pensiero, arte e poesia, con una particolare attenzione alle genealogie femminili.

Un'opera personale e insieme corale, nella quale le vicende dell'autrice dialogano con quelle di donne e uomini che hanno interrogato il potere, la storia, la cura, la spiritualità e le possibilità di costruire comunità. Tra le figure che attraversano il progetto ci sono Hannah Arendt, Silvia Federici, Maria Gimbutas, Simone Weil, Anna Maria Farabbi, Maria Lai e Aldo Capitini.

Ma tessere non significa soltanto unire. Significa anche scegliere cosa salvare, cosa lasciare andare, quali fili spezzare e quali ricominciare a intrecciare. In Tessiture, il filo diventa così anche una metafora del suo percorso: unire persone, saperi, linguaggi e storie per costruire relazioni là dove esistono separazioni.

Raffaella Polverini partiamo dal titolo. Perché “Tessiture”? E che cosa significa, per una donna, tessere la propria storia insieme alle storie delle altre?
Tessiture nasce innanzitutto da un gesto concreto: unire, cucire, legare materiali differenti. Ma molto presto mi sono accorta che quei fili stavano facendo qualcosa di più. Stavano tenendo insieme la mia storia, le persone incontrate, le letture, le esperienze, il lavoro editoriale, le ferite e le possibilità che hanno attraversato la mia vita.
Tessere, per me, significa riconoscere che non esiste una storia completamente individuale. Siamo dentro una trama di relazioni, di presenze e anche di compresenze. Ci sono persone che continuano ad abitare la nostra vita attraverso quello che ci hanno insegnato, scritto, mostrato.
Per una donna questo ha anche un significato politico. Per molto tempo ci è stato chiesto di pensare la nostra storia come qualcosa di privato, marginale, domestico. Tessere la propria storia con quella delle altre significa invece riconoscere una genealogia, sapere che prima di noi altre donne hanno pensato, lottato, creato, disubbidito, curato, scritto. E che possiamo continuare quel filo senza dover ricominciare ogni volta da sole.

Nel libro scrivi della necessità di “rovesciare un fare e un sapere patriarcali e violenti”. È forse questa la domanda politica centrale di "Tessiture": come si rovescia un sistema senza riprodurne le stesse logiche di dominio?
È probabilmente una delle domande più difficili. Credo che non basti cambiare chi occupa il luogo del potere se il modo di esercitarlo rimane identico. Rovesciare un sapere patriarcale significa mettere in discussione prima di tutto le categorie con cui siamo abituati a pensare: superiorità e inferiorità, vincitore e vinto, centro e margine, forza e debolezza.
In "Tessiture" provo a lavorare esattamente sul contrario: sulla relazione, sull’ascolto, sull’interdipendenza, sulla vulnerabilità, sulla cura. Non significa rinunciare al conflitto o alla responsabilità. Significa non trasformare il conflitto in sopraffazione.
Anche i materiali del progetto raccontano questo: ciò che può sembrare scarto, fragile, inutile, viene ricomposto e rigenerato. La differenza non viene cancellata per creare uniformità: è proprio la differenza a rendere possibile una nuova forma.

La cultura patriarcale ha spesso separato ciò che considera “alto” da ciò che considera domestico, manuale, femminile. Tu metti insieme arte, tessuto, cucitura, scrittura, memoria e pensiero. È anche un modo per restituire valore a saperi che sono stati storicamente marginalizzati perché associati alle donne?
Sì, certamente. Ma vorrei evitare anche il rischio di trasformare questi gesti in una nuova gabbia femminile. Cucire, tessere, ricamare, prendersi cura sono stati spesso considerati lavori minori perché praticati prevalentemente dalle donne e dentro lo spazio domestico. Io provo a portarli altrove, a mostrarne la forza conoscitiva, creativa e politica. Insieme a Barbara Pavan, curatrice indipendente e critica d’arte specializzata in Fiber Art e arte tessile contemporanea, abbiamo dato vita a un blog dedicato all’arte tessile pubblicando un Atlas trimestrale bilingue, un vero e proprio atlante internazionale che accoglie artiste e artisti che usano spesso questo linguaggio per veicolare pensieri, valori, memoria, atti di resistenza. Le mani sono centrali in "Tessiture". Sono mani che lavorano, modellano, sporcano, costruiscono. Possono accogliere, curare e unire, ma possono anche respingere, distruggere e fare violenza. Per questo il gesto manuale non è per me decorazione: è una forma di pensiero.

Una genealogia non è soltanto un elenco di maestre. È anche un modo per non sentirsi sole. Quali donne hanno rappresentato per te una forma di “compresenza”, per usare il termine caro ad Aldo Capitini?
Sono molte e appartengono a tempi, luoghi e linguaggi differenti. La prima fra tutte è sicuramente mia madre. Solo nel vuoto della sua assenza, è morta molto giovane, ho compreso negli anni la pienezza dei suoi insegnamenti, la cura, l’attenzione verso gli altri e le altre, l’arte come linguaggio, la disponibilità, la serietà nel lavoro e nelle relazioni.
Alcune donne le ho incontrate attraverso i libri come Adriana Zarri, Simon Weil, Etty Hillesum, Maria Lai, Silvia Federici, Maria Gimbutas, altre attraverso il lavoro, e qui ringrazio con infinita gratitudine Anna Maria Farabbi che con la sua presenza,fondamentale nel mio percorso umano, editoriale e poetico, ha illuminato la mia via permettendomi di comprendere la forza e il valore delle compresenze. Pubblicare le sue opere e collaborare con lei mi ha consentito di arrivare a una pratica lavorativa e umana nella quale unire i fili del passato con il presente per esserci, più consapevolecome donna e come editora, in questo oggi così complicato. Insieme abbiamo dato vita a una collana dedicata alla poesia di cui lei è direttrice e curatrice, in una coedizione unica, che abbraccia anche la saggistica e la narrativa, con la casa editrice Pièdimosca di Elena Zuccaccia.Siamo tre donne di età differenti, unite da valori condivisi. Questa tessitura è un vero e proprio passaggio di saperi che alimenta non solo una formazione permanente, ma anche un modo di essere e un modo di fare editoria.
Anna Maria Farabbi ha scritto per NoiDonne e con Antonella Anedda ha creato la sezione dedicata alla poesia. Ha quindi continuato negli anni, con coerenza e generosità, questa sua opera di tessitura.
Tornando alla “compresenza”, in questo senso mi è molto caro il termine di Capitini, alcune persone, anche quando appartengono a un altro tempo o non sono fisicamente con noi, continuano ad agire nel nostro presente.

Nel libro la parola “cura” ritorna con forza. Ma la cura è stata per secoli attribuita alle donne e spesso trasformata in un loro dovere. Come possiamo distinguere una politica della cura dalla semplice riproposizione del ruolo femminile di cura?
La differenza è fondamentale. La cura non può continuare a essere un destino assegnato alle donne.
Per secoli è stato chiesto loro di occuparsi degli altri gratuitamente, silenziosamente, spesso rinunciando a sé. Questa non è una politica della cura: è una distribuzione ingiusta del lavoro e della responsabilità.
La cura diventa politica quando smette di essere un compito femminile e diventa una responsabilità collettiva. Cura delle persone, dei corpi, delle fragilità, delle disabilità, delle relazioni, dell’ambiente, della comunità.Questo significa anche riconoscere che siamo tutti vulnerabili e interdipendenti. Nessuno si salva completamente da solo.

Quanto è importante, nella tua esperienza, riconoscere le proprie maestre? E perché spesso le donne fanno ancora fatica a nominare pubblicamente le donne dalle quali hanno imparato?
È importantissimo perché nominare una Maestra significa riconoscere che il nostro pensiero non nasce nel vuoto.
La cultura ci ha abituate a genealogie quasi esclusivamente maschili. Molte donne hanno studiato uomini, citato uomini, riconosciuto uomini come autorità, mentre il sapere prodotto dalle donne rimaneva più facilmente laterale o invisibile.
Nominare le proprie Maestre è quindi un atto di gratitudine, ma anche un atto politico. Significa ricostruire una continuità.
Tessiture nasce anche da questo desiderio: ricordare e ringraziare chi mi ha insegnato «un vivere, un amare, un essere aperti all’aperto, in accoglienza», e chi mi ha mostrato modi differenti di scrivere, lavorare e stare insieme.

Nel tuo percorso editoriale hai dato spazio alla poesia, al pensiero di genere, alla spiritualità e a forme di scrittura non necessariamente riconducibili ai circuiti culturali dominanti. È una scelta politica anche quella di decidere quali voci pubblicare?
Sì. Ogni scelta editoriale è anche una scelta politica, perfino quando non si dichiara tale. Se oggi posso rispondere con questa certezza e posso fare determinate scelte devo, con onestà, ringraziare chi nutre questa esperienza editoriale. Di nuovo gli incontri e le tessiture.
Curo il blog culturale CartaVetro e dal prezioso lavoro della redazione ho imparato moltissimo, grazie alle voci, alle scritture e alle esperienze di donne come Nella Roveri, del Giardino delle Beghine di Mantova, Milena Nicolini, poeta, scrittrice, critica letteraria e autrice teatrale, e la stessa Anna Maria Farabbi.
Pubblicare significa scegliere a quali parole offrire spazio, tempo, attenzione e possibilità di circolazione. Nel mio lavoro editoriale, iniziato nel 2009 e cresciuto negli anni attraverso la progettazione culturalee la costruzione di reti internazionali, cerco, e anche grazie a queste collaborazioni incontro, scritture capaci di attraversare i margini, interrogare il pensiero dominante e tenere insieme letteratura e vita.

Essere editora significa anche esercitare un potere: scegliere chi viene pubblicato, quale storia diventa visibile, quale linguaggio trova spazio. Come vivi questa responsabilità?
La vivo sapendo che il potere esiste e che negarlo sarebbe pericoloso e sciocco.
Un’editora sceglie. Decide cosa pubblicare, cosa non pubblicare, quanto investire su un libro, come raccontarlo, a chi farlo arrivare. È quindi una responsabilità enorme.
Provo a trasformare questo potere in servizio e in relazione. Non sempre ci riesco, naturalmente, ma è la direzione che seguo e credodi avereancora molto da imparare.
I libri non sono solo un prodotto da immettere nel mercato. Sono il frutto di un incontro tra chi scrive, chi pubblica e chi legge. E quando questa connessione funziona può generare risonanze che non appartengono più né all’autrice né all’editora.

Nel tuo progetto la pace non sembra essere semplicemente l'assenza di guerra, ma una pratica quotidiana fatta di relazioni, ascolto e responsabilità. Possiamo parlare di una “politica della pace” a partire dalle relazioni?
Assolutamente sì. Anzi, per me la pace comincia proprio lì.
La pace non è soltanto il contrario della guerra. È una postura. È il modo in cui guardiamo l’altro, esercitiamo il potere, attraversiamo un conflitto, utilizziamo le parole, distribuiamo le risorse, riconosciamo o neghiamo dignità.
In Tessiture ritorna continuamente l’idea di costruire comunità possibili e di pensare una politica capace di curare il benessere di tutti e tutte, soprattutto delle persone più fragili, marginalizzate e dimenticate.
Per questo alla fine scrivo: Tessiture… Tessiture per la pace.
La pace, se rimane soltanto una parola pronunciata durante le guerre, arriva troppo tardi. Bisogna costruirla molto prima, nelle relazioni quotidiane.

Il femminismo contemporaneo è attraversato da differenze profonde: generazionali, sociali, culturali, economiche. Qual è la differenza che oggi il femminismo deve imparare ad ascoltare meglio?
Direi tutte le differenze che rischiamo di osservare soltanto dal nostro punto di vista.
Le differenze economiche, culturali, generazionali, geografiche; le esperienze delle donne migranti, povere, con disabilità, delle donne che vivono condizioni di marginalità. Ma anche le differenze di pensiero. Femministe come bell hooks ne hanno parlato già negli anni ’70. Oggi usiamo termini come intersezionale e parliamo di femminismi. La grossa difficoltà però, soprattutto per me che non appartengo a nessun gruppo, è trovare spazio, apertura, messa in discussione e vero ascolto.
Un femminismo capace di ascoltare non dovrebbe pretendere di produrre una voce unica. Dovrebbe sapere costruire una trama nella quale fili diversi rimangano riconoscibili.
L’uguaglianza non coincide con l’omologazione. È la possibilità di stare insieme senza cancellare la differenza.

Vorrei chiudere tornando al filo. Se potessi scegliere un unico filo da lasciare alle donne più giovani che leggeranno Tessiture, quale sarebbe?
Il filo della relazione.
Direi loro di aprirsi all’incontro, di nutrire la propria mente e il proprio spirito continuando a leggere e studiare, mantenendo viva la curiosità e anche la capacità di mettersi in discussione.
L’autonomia è importante, ma nessuna vita è autosufficiente. Abbiamo bisogno delle altre e degli altri, delle Maestre, delle amiche, delle persone che ci contraddicono, di chi è venuto prima di noi e di chi verrà dopo.
Il filo può rompersi. Può annodarsi. Può anche essere necessario tagliarlo quando una relazione diventa violenta. Ma possiamo sempre scegliere quali fili riprendere e quali nuove tessiture costruire.
Perché è nell’intreccio, non nell’isolamento, che per me nasce la possibilità di un mondo diverso.

Editora, autrice, artista ed esperta di laboratori di editoria creativa, Raffaella Polverini lavora da anni all'incrocio fra scrittura, editoria, arte e pratiche culturali.
Nel 2009 fonda Kaba Edizioni, casa editrice dedicata soprattutto all'infanzia e all'adolescenza; nel 2021 dà vita ad Al3viE, progetto editoriale rivolto al pubblico adulto e aperto alla narrativa, alla poesia e alla saggistica, con particolare attenzione al pensiero di genere, alla spiritualità, alla politica, alla storia, alle disabilità e ai temi sociali.
È autrice di libri per bambine, bambini, ragazze e ragazzi, tra cui Il sogno di Bilù, Il cugino Roxio, Un nuovo gioco, La scuola è finita! e Interior device. Con Tessiture porta invece al centro il dialogo fra parola, poesia, memoria e arte tessile, in un'opera che intreccia esperienze personali e collettive.
Cura inoltre CartaVetro, blog culturale dedicato alla scrittura e alla cultura, TXtileZine, progetto dedicato alla Fiber Art, Leggimileggi, spazio partecipativo che raccoglie testi, poesie, recensioni, audio e contributi di lettrici e lettori e il blog di attualità L’obbiettivo.
Il suo percorso è segnato anche dalle esperienze vissute all'estero, tra Londra, Montréal, Acapulco, Sacramento e San Francisco, che hanno contribuito alla costruzione di una pratica culturale fondata sull'incontro e sulla creazione di connessioni oltre i confini geografici e disciplinari. Alcune sue pubblicazioni sono state tradotte in diverse lingue e suoi lavori sono comparsi in pubblicazioni collettive internazionali.
 

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