Odesa: la resistenza della vita - di Pinuccia Montanari
Quattro giorni del MEAN seguiti da lontano: una città, le sue ferite, la sua forza e le persone che continuano a costruire relazioni
Lunedi, 31/08/2026
Non sono a Odesa. Scrivo da lontano, da quella distanza che in questi giorni è stata soprattutto uno schermo attraverso il quale ho seguito il viaggio del MEAN, dal 25 al 28 agosto. Ero partita per l’aeroporto ma un problema alle gambe e all’anca che mi trascino da anni e che prima o poi dovrò risolvere mi ha bloccato. Ero desolata perché so che i viaggi del MEAN sono meravigliosi e solo vivendoli, sai cosa ti rimane dentro.
Ho guardato fotografie, letto messaggi, ascoltato racconti, seguito gli incontri e le testimonianze di chi era lì.
E, giorno dopo giorno, ho avuto la sensazione che quella distanza geografica si accorciasse.
Non ho dormito nel rifugio. Non ho attraversato la frontiera. Non ho intrecciato con le mie mani le reti mimetiche. Non ho ascoltato dal vivo le voci delle persone incontrate dalla delegazione.
Ma quelle immagini e quelle parole sono arrivate fino a me.
E così ho cominciato a conoscere Odesa attraverso gli occhi di chi l’ha attraversata.
Una città ferita dalla guerra, ma che continua ostinatamente a vivere.
Una notte di bombe, poi la musica La notte del 27 agosto Odesa è stata nuovamente colpita da pesanti attacchi russi. Sono state danneggiate alcune strade, una scuola e un edificio residenziale. Gli attivisti del MEAN stavano tutti bene e hanno continuato la loro missione.
Io, da lontano, leggevo gli aggiornamenti e cercavo di immaginare cosa significasse vivere quella notte.
Poi è arrivata una notizia che sembrava quasi impossibile accostare alla precedente.
A Odesa c’era stato un concerto. La città aveva fatto musica. Gruppi diversi, generi diversi e persino la banda militare che aveva cantato O sole mio.
Ho pensato che forse è proprio qui che bisogna cercare il significato più profondo della parola resistenza.
Non soltanto nella capacità di combattere, ma nella scelta di continuare a vivere.
Angelo Moretti, portavoce del MEAN, lo ha spiegato con parole molto chiare: senza vedere l’energia della gente comune non si può comprendere fino in fondo la resistenza di questo popolo.
Venti gruppi dentro la città Ho seguito anche le attività dei venti gruppi nei quali sono stati divisi gli italiani del MEAN.
Venti gruppi, venti attività di volontariato in diversi punti della città.
Distribuzione di cibo e farmaci, attività con i bambini, manutenzione di edifici, sostegno agli sfollati. E poi le reti. Reti intrecciate pazientemente per proteggere strade e luoghi di pubblica utilità dai droni.
Mi ha colpito l’immagine degli anziani orgogliosi di partecipare, con un lavoro apparentemente semplice, alla difesa del proprio Paese.
Da lontano ho capito che anche questo è un modo di resistere. Prendere un filo e intrecciarlo con un altro. Fare qualcosa. Essere utili. Non sentirsi impotenti.
Valeria e le reti che possono salvare una vita Tra le storie che ho seguito, raccontate da Mariano e Marzia Bisognin, quella di Valeria è forse quella che più mi è rimasta dentro.
Poco più che ventenne, un volto da bambina e gli occhi di una donna che ha già conosciuto troppo dolore. Viene dal Luhansk.
Nel 2014 l’occupazione russa ha cambiato la vita della sua famiglia. Nel 2022 anche il suo villaggio è stato occupato.
Suo padre si è arruolato per difendere l’Ucraina ed è morto quasi subito.
Valeria e sua madre hanno rifiutato inizialmente i documenti russi. Poi Valeria ha deciso di fuggire. Per riuscire a lasciare il villaggio ha dovuto inventare una storia. La madre è rimasta per custodire la casa.
Valeria oggi vive a Odesa la sua fede francescana, accanto alla cattedrale cattolica.
Prega. E cuce reti. Quando ho visto le immagini di quelle mani al lavoro ho pensato che in quella semplice attività ci fosse tutta la contraddizione di questa guerra.
Fili colorati, pazienza, lavoro manuale. E la consapevolezza che una rete può contribuire a proteggere una vita.
Quel giorno, a Odesa, le mani degli italiani e quelle degli ucraini si sono incontrate. Hanno intrecciato fili. Ma anche storie.
Il vescovo con il fazzoletto e il rosario
Poi ho conosciuto, attraverso il racconto di chi lo ha incontrato, il vescovo Stanislav.
Il vescovo con il fazzoletto e il rosario. Un frate minore diventato vescovo, chiamato a guidare una diocesi enorme, che comprende anche la Crimea.
Dal giorno dell’invasione ha trasformato la cattedrale in un luogo ancora più aperto all’accoglienza.
Famiglie, feriti, persone rimaste senza nulla, morti da accompagnare.
E poi la sofferenza più difficile da raccontare: amici e parenti russi che non vogliono più avere
rapporti con loro. Eppure lui non parla di odio.
La sua preghiera comprende anche i morti e i feriti russi. Mi hanno raccontato che corre continuamente da una parte all’altra della diocesi.
Con il fazzoletto per asciugare il sudore.
Con il rosario per sostenere l’anima.
Questa immagine mi è rimasta impressa.
Il fazzoletto per la fatica del corpo.
Il rosario per quella dell’anima.
Le città possono costruire ponti Ho seguito da lontano anche il forum con gli amministratori locali, grazie a Monica e Teytiana Sindaci, consigliere e consiglieri italiani e ucraini si sono incontrati per parlare non soltanto dell’emergenza, ma di ciò che potrà venire dopo.
È stato uno scambio che, da quanto ho potuto percepire attraverso i racconti della missione, è andato oltre il semplice incontro istituzionale.
È emersa la volontà di rafforzare i rapporti tra le amministrazioni locali italiane e ucraine e di verificare la possibilità di costruire partnership concrete.
In particolare attraverso la cultura.
Una scelta che trovo significativa: utilizzare la cultura come linguaggio universale, capace di mettere in comunicazione comunità diverse e di creare legami anche quando la politica e la guerra sembrano scavare distanze.
Da qui l’idea di valutare la possibilità di un forum tra comuni italiani e ucraini, per trasformare la solidarietà in cooperazione stabile.
Da lontano ho pensato che forse anche le città possono fare diplomazia.
Una diplomazia fatta di persone, scambi, cultura e relazioni.
Antonina, la voce di Odesa E poi c’è l’intervista di Monica Frassoni ad Antonina Poletti.
Una delle testimonianze che ho seguito con maggiore attenzione. Antonina racconta Odesa dall’interno, attraverso la propria esperienza e quella di una città che da anni vive dentro la guerra.
La sua voce permette di andare oltre le immagini dei bombardamenti.
Racconta una città fatta di persone, relazioni, lavoro, cultura e informazione.
Attraverso le sue parole ho ritrovato un tema che attraversa tutta questa missione: la necessità di raccontare l’Ucraina attraverso le persone che la vivono.
Non soltanto attraverso le statistiche.
Non soltanto attraverso i bollettini militari.
Ma attraverso le donne e gli uomini che continuano a vivere, lavorare, amare la propria città e immaginare il futuro.
Il Viale degli Eroi Tra le immagini arrivate fino a me c’è anche quella del Viale degli Eroi. Fotografie, fiori, fiocchi. Una cura quasi amorevole per ricordare chi non c’è più.
Mi ha colpito perché quei morti non sono confinati al cimitero. Sono dentro la città.
La memoria cammina insieme alla vita quotidiana. E così Odesa ricorda i suoi morti mentre continua a vivere. Con Giovanna Grenga abbiamo ascoltato l’intervista di Paolo Bergamaschi su Rai Radio3 mondo. Commovente! Bellissima.
Sentire lui che ci parlava in diretta dalla città martoriata durante la notte ci ha profondamente segnato!!
E poi ci sono le piccole cose Forse è proprio questo che rende un viaggio umano anche quando lo si segue da lontano.
Non soltanto i grandi incontri. Ma le piccole cose. Le colazioni preparate dalle suore di Santa Elisabetta. L’emozione di Ida e Tetyana mentre cantano i canti beneventani (che Tetyana aveva cantato per noi nella Basilica di Santa Sofia a Benevento dove sono stati cantati per la prima volta mille anni addietro)
Il racconto esilarante di Idris sulla partita di calcio.
La passione con cui Marina (lo scorso anno le ho fatto un’intervista che si può leggere su Noi Donne) racconta le sue storie.
I balli e gli esercizi di coordinazione bilaterale con Anna e Giacomo insieme ai ragazzi e alle ragazze con disabilità alla Caritas.
Il trenino, dopo almeno vent’anni.
I vassoi di cocomero e melone trovati ogni sera al ritorno. Le risate sull’autobus. Le bandiere blu e gialle ovunque.
Persino i cestini del catering, diventati ormai un elemento quasi simbolico della missione.
E poi le persone.
Angelo, con la sua calma serafica.
Luca, conosciuto nel primo viaggio a Kiev, ritrovato su terreni comuni.
Simone.
Giacomo, con i suoi racconti di vita, la sua passione intellettuale e la sua Calabria compagno di Pulman da Cracovia alla frontiera
Visvaldas Kulbokas, gigante non soltanto fisicamente, ma per la profondità del pensiero. Marianella che per me è il simbolo della Resistenza italiana ed ucraina.
E tutti gli altri che, attraverso i racconti, sono entrati in qualche modo anche nel mio viaggio.
Alla frontiera Ora sono alla frontiera. Non io, naturalmente.
Sono loro. Gli italiani della missione stanno lasciando l’Ucraina. Io continuo a seguirli da lontano.
Penso a tutto quello che ho visto passare attraverso lo schermo in questi quattro giorni. Una città bombardata. Una ragazza che prega e intreccia reti. Un vescovo che corre con un fazzoletto e un rosario. Amministratori locali che immaginano nuove collaborazioni tra città italiane e ucraine. Un’intervista che dà voce a Odesa. Giovani che raccontano la guerra. Volontari che lavorano. Donne forti. Musica. Fiori. Bandiere. Risate. E soprattutto relazioni. Forse è questo che mi porto a casa, pur non essendo mai partita.
Mi porto a casa le storie.
Quelle che ho letto (grazie ai comunicati stampa di Marcello Raimondi), ascoltato, guardato attraverso uno schermo.
Mi porto a casa la sensazione che la distanza non sia riuscita a impedirmi di sentirmi, almeno un poco, parte di questo viaggio.
Perché una missione può finire alla frontiera.
Una relazione no.
E mentre Odesa resta alle loro spalle, qualcosa di Odesa è arrivato anche qui. Fino a me. E spero fino a voi
Slava Ukraini (Gloria all'Ucraina)